Per i La Rua la musica è un gioco di squadra

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La Rua

Nessuna smania di successo a tutti i costi e una fame vera, quella per la musica: questi sono i La Rua che, a due anni dal loro ultimo album e dalla fortunata partecipazione al talent show Amici di Maria De Filippi, ci presentano un EP, Nessuno segna da solo, 5 brani che mescolano stili e atmosfere, ma risultano tutti perfettamente amalgamanti all’interno di un album che celebra lo spirito di squadra. Assieme ai componenti Daniele Incicco, William D’Angelo, Davide Fioravanti, Nacor Fischetti, Alessandro Mariani e Matteo Grandoni ha contribuito alla creazione dell’album Dario Faini, che segue la band sin dagli esordi.

Questo album segna un cambiamento nella vostra discografia. Seppur sempre riconoscibili, noto una maggiore attenzione ai testi, che nei pezzi precedenti arrivavano sempre un pelo dopo la musica, spero che Daniele non se ne abbia a male.
No assolutamente. Volevamo che ci fosse una crescita sia dal punto di vista della produzione, su cui hanno lavorato molto i ragazzi con Faini e sono stati davvero bravi, sia dal punto di vista autorale. Volevamo che ci fosse un qualcosa in più, avevamo tutto il tempo per fare bene quello che ci eravamo prefissi. Abbiamo preso le nostre urgenze e ci abbiamo lavorato per bene sopra, abbiamo anche avuto l’apporto di Alessandro Raina sulla scrittura, c’è stato sicuramente un lavoro capillare su tutto l’album, abbiamo fatto un bel passo in avanti.

A proposito di questo, visto che ormai lavorate insieme da molti anni, dove sentite di essere arrivati come gruppo? A che punto della carriera vi sentite e a cosa mirate?
Ci piace pensare di essere sempre all’inizio. Perché comunque ogni disco è sempre una nuova partenza, anche se parti da un luogo diverso rispetto al precedente. Ci piace pensare di essere arrivati ad una certa consapevolezza, per il gruppo a livello musicale, ma anche di affinità tra di noi. Ci sono degli equilibri sottili, ma ormai abbiamo superato il settimo anno di matrimonio (ridono), è tutto in discesa.

Visto che voi siete figli di una bella gavetta, avete vinto il contest come miglior Gruppo al Primo Maggio 2015, avete aperto l’unica data italiana degli Imagine Dragons nel 2014, ricevuto un sacco di altri riconoscimenti, quanto pensata che valga la parola gavetta oggi, in questo mondo sempre più veloce?
Credo non ci sia nemmeno tempo per farla ormai, non appena vedono che un prodotto ha del potenziale viene subito lanciato nel tritacarne, ma credo sia una necessità del mercato di oggi. Come quella di puntare molto più sull’individuo che sui gruppi, probabilmente anche per un fattore economico.

Come mai una band come la vostra, già ben istradata, decide di partecipare ad Amici?
Beh chi rinuncerebbe alla possibilità di proporre i propri pezzi su Canale 5 ad un pubblico così vasto? Nessuno di noi conosceva le dinamiche di un talent, che non è fatto solo di musica, ma anche di personalità, però alla fine Amici è una grande vetrina per dimostrare quello che fai. Poi alcuni ne escono vincenti perché spaccano in tv mentre altri sono migliori dal vivo e non sono adatti a quel contesto. Però è sicuramente una bella opportunità per proporre quello che fai direttamente al pubblico.

Amate mescolare i generi e passare dal nu folk al pop: non avete paura che spaziare possa farvi perdere magari una fetta di pubblico che si aspetta da voi qualcosa di specifico?
Immagina se ci fosse un regista che fa sempre gli stessi film, stesso genere, copioni sempre simili. Dopo il terzo film non lo guarderesti più. Credo che non appartenga più al mercato discografico odierno, anche se si dividono gli stili per praticità. Poi in realtà c’è un legame tra i nostri brani, una coerenza autorale, di scrittura. Ogni canzone ha bisogno di un vestito, quando vai ad una festa di gala o a correre non indossi gli stessi abiti, con l’arrangiamento noi vestiamo i nostri pezzi in maniera diversa, nella maniera più giusta per il momento. Siamo in sei e far esprimere una band non è semplice, ma ci sono casi di band molto famose in cui coesistevano praticamente quattro brani all’interno di una sola canzone perché c’erano quattro menti diverse che pensavano alla musica, tipo i Queen.

Avete degli obbiettivi alti, insomma.
No, non puntiamo di certo ad essere i nuovi Queen, ma vorremmo avere il rispetto per i componenti che hanno avuto le grandi band che avrebbero potuto separarsi ed avere anche ottime carriere soliste, ma sono rimaste insieme scrivendo la storia della musica. Insieme è più difficile, ma anche più stimolante.

E infatti Nessuno segna da solo, già dal titolo una celebrazione dello spirito di gruppo. Tornando proprio all’album “I 90”, che è anche il mio pezzo preferito, è stato il primo singolo estratto. È questo il pezzo che ci dà la cifra dell’album?
Più che altro è l’antipasto. È la risposta al perché si scrivono le canzoni: abbiamo una memoria emotiva che ci spinge a prendere la penna e raccontare qualcosa. Questo brano nasce attraverso gli occhi di mio fratello, che ha otto anni più di me, ho vissuto quegli anni con gli occhi di un bambino che guarda come vive un ragazzo negli anni 90 e i ragazzi negli anni 90 erano veramente fortunati. Era tutto magico, andavi in un semplice Luna Park e ti divertivi come un matto. È proprio quella memoria emotiva che ti spinge a scavare e tirare fuori queste cose.

Probabilmente il fil rouge della vostra discografia è proprio il parlare delle emozioni comuni, non solo canzoni d’amore, ma tutta la gamma emotiva umana. Nessun accenno politico e sociale se non magari nelle performance o nella scelta di prendere parte ad un certo di tipo di eventi.
Un artista deve essere sincero con se stesso per essere sincero con il pubblico. Per esempio Per motivi di insicurezza (prodotta con Elisa) celebra l’importanza delle debolezze, che sono la nostra più grande forza. E allo stesso tempo la più grande sicurezza è mettersi in pericolo, perché possiamo vivere felici nel momento in cui usciamo dalla comfort zone. Siamo sinceri in questo. E anche trasversali, perché le canzoni per noi non devono essere ferme in un momento storico.

Avete provato a partecipare a Sanremo Giovani nel 2017 con Tutta la vita questa vita e visto il putiferio che si è scatenato, vostro malgrado, sui social siete passati per il Dopofestival. Quest’anno ci avete provato di nuovo con Federica Carta e la vostra Sull’orlo di una crisi d’amore. Come mai ci volete proprio andare a Sanremo che, fino a pochi anni fa, era considerato come un “posto per vecchi”?
Sanremo è il palco più bello d’Italia. È il festival della canzone italiana, chi scrive canzoni e ama la canzone italiana desidera andarci. Per me il cantautorato italiano è di molto superiore a quello estero, perché è una canzone che ha una poetica fortissima, che ha delle necessità autoriali fortissime, abbiamo avuto degli autori che ci hanno raccontato storie pazzesche, come La donna cannone di Gregori, di fronte a questa musica non abbiamo armi, come direbbe Ermal Meta, ce le godiamo totalmente. Quel palco ha questa magia e chi vuole portare la sua canzone italiana desidera andarci.

Ovviamente sapete che il picco più alto della vostra carriera è stata la collaborazione nell’album Duets con Cristina D’Avena per cui ogni bambino degli anni 90, me compresa, un po’ vi invidia.
E hai ragione a farlo, è stata un’esperienza bellissima. Chi non ha mai sognato di cantare con lei?

Le collaborazioni vi piacciono, con quale artista italiano vorreste collaborare?
Con tantissimi, ma uno su tutti è Fabrizio Moro, con cui avevamo avuto dei contatti, ma adesso è particolarmente impegnato.

Cosa consigliate ad un ragazzo che vuole fare il musicista oggi?
Deve sentire la vocazione, come un prete. Devi immergerti in te stesso, avere il coraggio di metterti a nudo. Poi è chiaro che ci sono tanti fenomeni che non rispondo a queste regole, fanno un pezzo e spaccano tutto, ma quello è un caso. Se sei un musicista vivi su un’onda, puoi soffrire come un cane ed essere felice come un folle. Io avevo un posto fisso a tempo indeterminato, ho rinunciato a questo per fare musica.

Cosa dobbiamo aspettarci dal live?
Quest’anno ci sarà ancora più energia. Ci saranno i brani del nuovo disco, che ancora non abbiamo mai suonato per bene dal vivo, quindi già questa è una sorpresa. Ovviamente ci sono dentro anche delle cover che ci piacciono, come Love Reign o’er Me dei The Who. Per il resto dovete venirci a vedere.

 

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Nata a Foggia in un’estate di notti magiche in cui si inseguivano goal, a 19 anni parte prima alla volta di Roma per poi approdare a Milano. Ha iniziato a 20 anni a collaborare con riviste cartacee o web scrivendo principalmente di musica e spettacolo. Parla tanto, canta, suona (male), insomma pratica qualunque attività fastidiosa vi venga in mente. Per evitare di snervare eccessivamente chi le è vicino si è “sfogata” al microfono collaborando con alcune radio web e locali. Medaglia olimpica di stage non retribuiti.

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