Mike Sponza racconta gli anni ’60 con il suo nuovo album “Made in the Sixties”

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Foto: Matteo Prodan

Mike Sponza, friulano di nascita e bluesman per scelta, da oltre 20 anni è un solido pilastro della scena blues italiana. Il suo ultimo album Made in the Sixties lo ha dedicato agli anni sessanta, raccontando in 10 brani un decennio pieno di avvenimenti e stravolgimenti. Una sorta di cronistoria musicata che sviscera  anni pregni di ideali e di una gioventù col vento in poppa.

Così come il disco precedente, anche Made in the Sixties, è stato registrato agli Abbey Road Studios. Una location più che perfetta e calzante per il concept dell’album. Abbiamo parlato di questo e di altro durante la nostra intervista.

Mike, parliamo del tuo nuovo album Made in the Sixties, che in 10 brani racconta un decennio importante come quello degli anni ’60: come è avvenuta la scelta di questi punti cardine intorno ai quali hai sviluppato il disco?

Quando ho iniziato a sviluppare delle idee per questo album, ho fatto delle ricerche per approfondire gli avvenimenti più importanti accaduti in quegli anni. Sono successe tantissime cose, molte delle quali hanno lasciato un segno evidente. Ho quindi lavorato basandomi su degli eventi cardine, intorno ai quali ho costruito dei discorsi più complessi. Nella fattispecie ho approfondito ad esempio uno degli eventi più importanti in quegli anni, ossia l’assassinio di John F. Kennedy (nel brano Day of the assassin, ndr.)

Il ’61 era talmente denso di eventi, che la canzone dedicata a quell’anno (Cold, cold, cold, ndr.) è diventata quasi un documentario, una narrazione che parte dalla politica e le sue divisioni culminate nella guerra fredda, e dalla musica che stava prendendo nuove direzioni, con i Beatles che tornavano da Amburgo per iniziare la loro carriera in Inghilterra. Ogni canzone nasce quindi da un evento a sé stante che mi ha colpito e sul quale si innesta una serie di avvenimenti collegati.

Il primo e l’ultimo brano non sono invece incentrati su singoli eventi, perché Made in the Sixties introduce in un certo senso il decennio, mentre Blues for the Sixties considera il decennio a posteriori, dal punto di vista odierno.

Quest’estate sarai in giro per l’Europa con delle tappe in Germania e Croazia. Come valuti il rapporto con queste due tipologie di pubblico? Ci sono differenze rispetto al pubblico italiano e a come percepiscono il blues o la tua musica?

Sì, ci sono delle differenze. Quello tedesco è un pubblico che ha vissuto il rock e il blues in maniera molto più profonda rispetto a quello italiano. Lo ha vissuto per più tempo, in qualche modo. La scena rock tedesca è vivissima e pesca a piene mani dal blues. Negli anni ’70 e ‘80 esistevano intere trasmissioni televisive dedicate a quel mondo.

C’è un’altra particolarità, ovvero che si tratta di un pubblico molto maturo. Domenica mattina ho suonato vicino ad Hannover, davanti a un pubblico di 700 persone circa, composto da persone fra i 50 e i 60 anni. E’ stato magnifico.

In Croazia il pubblico è molto più giovane, mentre in Italia è abbastanza trasversale; ci sono i vecchi appassionati, i giovani e i giovanissimi che si avvicinano alla musica, ma lo fanno forse in maniera più distaccata, se vogliamo.

A cosa è dovuta secondo te questa differenza? Come mai il pubblico italiano vive il blues meno intensamente?

Durante gli anni in cui il blues è esploso a livello europeo, la discografia italiana era maggiormente orientata verso le produzioni nazionali, mentre la Germania importava più musica anglosassone. Questo ha avuto anche delle ripercussioni sulla comprensione dei testi Quando ad esempio canto le mie canzoni, noto che per il pubblico tedesco il significato è più immediato. Oggi forse anche in Italia questa situazione sta evolvendo, ma il pubblico più maturo ha ancora difficoltà a capire i testi.

Com’è avvenuto il tuo incontro con il blues?

Da bambino avevo tre dischi che mi erano stati regalati quando avevo 8 anni: un LP dei Beatles, uno di Elvis e uno di Adriano Celentano. In particolare si trattava dell’album Beatles for Sale, del ’64, in cui si respirava molto rock’n’roll. Poi una raccolta di Celentano, contenente molte sue cover di pezzi americani e una raccolta di Elvis. Ero molto attratto da quei brani che avevano questo sentore di blues. Poi crescendo ho approfondito.

A proposito di Beatles, ormai sei di casa agli Abbey Road Studios, avendo registrato lì anche questo ultimo album…

L’emozione di registrare due dischi consecutivi all’interno degli Abbey Road Studios è stata davvero magnifica. Salire quei cinque gradini ed entrare all’interno dello studio è davvero emozionante. La prima volta l’approccio è naturalmente quello del fan entusiasta. La seconda volta poi si entra nel mood e ci si accorge che si riesce a lavorare davvero bene.

La tua carriera pluridecennale è costellata da collaborazioni importanti. Hai ancora qualche sfizio da toglierti?

Sì, in generale mi piace collaborare con artisti di quel periodo storico. Tuttavia non è facilissimo anche per questioni anagrafiche. Certo, se avessi la possibilità di vivere un sogno, mi piacerebbe moltissimo suonare con Tom Jones, con Ringo Starr e Paul McCartney… ma anche qualcosa con Buddy Guy la farei volentieri. Ovviamente sono sogni…ma credo che sia fondamentale sognare.

A volte, quando ascoltiamo un determinato tipo di musica, ci viene in mente un’immagine precisa, nitida e perfetta alla quale associamo quel brano o quella melodia. Come immagini la tua musica?

In realtà la mia musica la immagino allo stesso modo in cui la immagino prima di farla. Sono molto legato al mondo automobilistico vintage. Quindi quando penso alle canzoni, le penso sempre all’interno di macchine vintage, ascoltate attraverso una radio d’epoca durante un viaggio in campagna. Oppure all’interno di una Manhattan degli anni ’50 o ’60, di notte, con una leggera pioggia e le strade illuminate.

Per quale film avresti voluto scrivere la colonna sonora?

Mi piace molto legare la musica alle immagini. Se mi chiedi che film mi sarebbe piaciuto musicare… ti direi che avrei voluto fare la colonna sonora di Breaking Bad.

Cosa manca alla scena blues di oggi?

In realtà ci sono degli artisti validissimi che fanno delle cose davvero fantastiche a livello europeo. Si tratta di artisti molto originali che affondano le loro radici nel blues, ma lo rinnovano attraverso la mescolanza con sonorità nuove. Questo vale anche per l’Italia. Penso a Francesco Piu, che sprigiona un’energia assolutamente moderna. Penso all’armonicista, cantante e chitarrista Marco Pandolfi, che fa delle cose molto originali, o a Linda Valori e Maurizio Pugno, con il loro blues & soul molto moderno ed elegante. Mi piace questo approccio variegato.

Non sei quindi un conservativo da questo punto di vista.

No. Trovo che sia comunque giusto partire da delle origini e delle basi solide per poi sviluppare un proprio sound personale. Prima di scrivere pezzi blues propri di bisogna imparare il vocabolario, certo. Però, arrivati a una certa età è anche giusto che si osi. Ci vuole un po’ di arroganza per essere italiani, scrivere pezzi blues e farlo in inglese.

Hai mai pensato di scrivere dei pezzi in italiano, invece?

Purtroppo, quando penso a una canzone, mi viene naturale pensarla subito in inglese. Forse perché non ho mai ascoltato tanta musica italiana. Dovrei trovare un co-autore. Tra l’altro sto cercando e forse ho trovato uno sparring partner elettronico, per esplorare le possibilità della musica elettronica… vedremo.

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Classe '86, nata e cresciuta in Germania come immigrata italiana di seconda generazione. Dopo il liceo si è trasferita a Roma per studiare lettere, poi a Venezia e infine a Milano per lavoro.

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