“La Musica non è finita, ci restano – evviva – le canzoni”: Ermal Meta tra le luci del Belvedere

A Caserta una nuova tappa del "Non abbiamo armi tour": due ore di festa sotto le stelle.

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Ermal Meta

Foglio. penna. O tastiera. Cambia poco. Quando si decide di scrivere la recensione di un concerto, sono due le vesti che si indossano: quella di giornalista musicale/critico e quella di supporter dell’artista. A volte capita, invece, che le due vesti siano un completo unico, uno spezzato, come nel caso di chi sta redigendo questo articolo. E allora, cosa si sceglie di creare? Un racconto puntuale, dettagliato, professionale di un evento che tenga fuori gli aspetti emotivi che potrebbero condizionarne l’oggettività, o una narrazione tutta cuore, che evidenzi la bellezza del viaggio artistico e umano intrapreso ma abbia poco a che fare con le valutazioni metodiche di ciò che si è vissuto?

Né l’una, né l’altra: si lascia semplicemente che le parole scorrano, così come l’alleanza mente-anima decide di lasciarle scorrere, secondo quelle forme e quella selezione. Augurandosi di riuscire a tracciare un ritratto seppur ovviamente imperfetto e incompleto, almeno esaustivo nei suoi tratti principali e nei suoi colori più significativi, più netti.

Proviamoci, allora. Venerdì 20 luglio Ermal Meta approda con il suo Non abbiamo armi tour a Caserta, nello splendido Cortile Ferdinando del Belvedere di San Leucio (luogo già proclamato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1997), per la prima tappa campana di un lunghissimo tour che lo porterà in tutta Italia probabilmente fino alla fine dell’anno.

Qualche nota sull’artista del quale si sta scrivendo, perché non è mai il caso di dare per scontato che chi legge sappia e non si sia imbattuto in un articolo per un puro caso: classe 1981, Ermal Meta è nativo di Fier, in Albania, dove sono ancora piantate saldamente le sue radici. Ma, come lui stesso ha ripetuto più volte quando intervistato in merito, rami e foglie sono cresciuti al sole dell’Italia, paese nel quale si trasferisce nell’estate del 1994 con sua madre e i fratelli, animato dal desiderio e dalla speranza di costruire un futuro migliore del passato che si lascia alle spalle. Un passato un po’ troppo pieno di dossi e fratture nell’asfalto, sia per le condizioni complesse del contesto storico-economico dell’Albania dei primi anni ’90, sia per vicissitudini personali sulle quali non si spenderà più d’una parola, per rispetto e affetto, ma anche per dignità, ché di stimolatori di pruriti gossippari ce n’è fin troppi in giro e tutto il mondo di Ermal — la parte di mondo che ha scelto e sceglie di condividere con chi lo segue — è una cartina geografica scientificamente dettagliata che si apre nitida in ogni sua canzone.

Tanto studio — prima il pianoforte, a sei anni, stimolato dalla mamma eccellente violinista, per poi passare quasi accidentalmente alla chitarra — e tantissima gavetta, ma non di quelle “a bignami inverso” che vanno tanto di moda oggi, quando si parte dai dischi di platino e dai sold-out nei superpalazzetti per poi vedersi costretti a reinventarsi da zero una carriera dopo qualche mese. No, la gavetta vera, quella polvere, sudore, birre scadenti, casse di strumenti spostate con la forza della disperazione da un capo all’altro dell’Italia e camioncini scassati. La gavetta che ti fa musicista, autore, cantante, ma anche traslocatore, tecnico, aggiustatutto, assistente e meccanico.

Le prime band, il palco di Sanremo Giovani come chitarrista degli Ameba 4 nel 2006 (una partecipazione, come si sul dire, “breve ma intensa”, dal momento che il gruppo viene eliminato subito), il ritorno a Sanremo nel 2010 con La Fame di Camilla, ma stavolta nelle vesti di frontman. Anche in questo caso il Festival non regala soddisfazioni, ma il cammino del gruppo sì: un contratto con Universal e EMI Publishing, tre album, due Premi MEI (Demo Award e Premio Rivelazione Indie Pop), Il Premio Videoclip Italiano sezione Emergenti (Storia di una favola), l’apertura dei concerti di Aerosmith e Cranberries all’Heineken Jammin’ Festival.

Nel 2013 la band si scioglie ed Ermal inizia la sua carriera di autore, affidando propri brani alla voce e alla sensibilità di un gran numero di artisti — Marco Mengoni, Emma, Chiara Galiazzo, Patty Pravo, Francesco Renga, per citarne alcuni —, per poi ufficialmente intraprendere il percorso solista con la partecipazione a Sanremo 2016, sempre nella sezione Giovani, con Odio le favole, che si classifica terza. Ancora a Sanremo, ma stavolta tra i Big, Meta torna nel 2017, con Vietato morire: la canzone si classifica anch’essa al terzo posto, ma risulta vincitrice del Premio della Critica Mia Martini. Ermal porta inoltre a casa il trofeo per la miglior cover presentando, in una versione rivisitata con l’aggiunta di una parte strumentale da lui composta, Amara terra mia di Domenico Modugno.

Il 2018 è l’anno del trionfo: in coppia con Fabrizio Moro viene presentata, nella sezione Campioni, Non mi avete fatto niente… e la storia è troppo recente per non essere nota. Ciò che, probabilmente, non è noto ai più — chissà come mai, le polemiche sterili e artefatte generano sempre gran clamore, mentre il bene è troppo poco arrogante per non passare inosservato — è la decisione dei due artisti di cedere tutti i diritti del pezzo a Emergency, la ONG fondata da Gino Strada che si occupa, dal 1994, di portare servizi medico-chirurgici di altissimo livello nei paesi più drammaticamente colpiti dalle guerre e di lottare quotidianamente per la promozione e la difesa dei diritti umani.

Riassumendo: tre cd in tre anni (Umano, 2016; Vietato morire, 2017; Non abbiamo armi, 2018), numerosi singoli in classifica anche contemporaneamente, dischi d’oro e di platino, un tour — quello del 2017 — premiato come miglior live dell’anno al MEI sono solo alcuni dei passi e dei traguardi che hanno caratterizzato il percorso di Ermal dal 2016 a oggi. Ma l’impressione che il meglio debba ancora arrivare diventa a ogni nuova tappa più robusta.

Il concerto

Tornando a venerdì, le prime note iniziano a riempire l’aria — e a scaldare finalmente d’entusiasmo animi fino a quel momento infiammati esclusivamente dalla dolcezza dell’attesa, ma soprattutto dal sole implacabile e sfrontato di una meravigliosa giornata che più estiva di così non potrebbe essere  —  sullo sfumare delle ultime parole del breve monologo, recitato dallo stesso Ermal, presentato per la prima volta in apertura del grande live al Forum di Assago lo scorso 28 aprile. Prima le luci, poi la band — Marco Montanari alle chitarre, Andrea Vigentini alla chitarra acustica e ai cori, Dino Rubini al basso, Roberto Pace a tastiera e synth, Emiliano Bassi alla batteria — accolta da un boato, poi finalmente Ermal, che fa letteralmente esplodere di appassionata gioia i più di duemila presenti. Posti a sedere? Sì. Ma nessuno verrà davvero posto a sedere… e lo si capisce chiaramente guardando i visi dapprima ligi e duri, poi smarriti, poi arresi, dei responsabili della security. Autogestione, perché è semplicemente naturale che sia così: niente redini, la Musica non ne accetta. Di nessun genere.

Si parte, allora: prima Non abbiamo armi, la title track. Poi il saluto introduttivo di Ermal, che si sente in dovere di aggiungere al suo “eccoci” il prefisso “ri”, perché chi si congeda con la promessa di tornare presto e quella promessa la mantiene, non è mai davvero andato via. E con il pubblico campano, che, come l’artista ripeterà nel corso della lunga, bellissima serata, gli lascia ogni volta qualcosa di diverso che resta incastrato nel cuore, il rapporto è sempre stato un po’ speciale. Anzi, un po’ più speciale.

Una dietro l’altra, si susseguono le istantanee di vita che Meta mette in musica riuscendo come sempre a sorprendere anche chi lo conosce ormai da un po’ e ha avuto la fortuna di comprendere quali siano i punti cardinali della bussola che ne guida il mestiere, perché sapere cosa aspettarsi da un artista in termini di “bozzetto emotivo” non vuol dire smettere di meravigliarsi di fronte alla sfilata dell’abito sonoro e scenico finito.

Ecco, forse è opportuno soffermarsi per un attimo su questo aggettivo: scenico. Parte integrante della parola “palcoscenico”. Ma a essere visibile, quando Ermal si esibisce, è solo il palco. E su quel palco di “scenico” non c’è proprio nulla: né l’illuminazione, né le casse, né gli strumenti che lo riempiono, né l’altezza che crea un piccolo dislivello tra chi racconta e chi ascolta raccontare raccontando. Durante un’intervista a Lisbona a maggio, nel corso dell’Eurovision Song Contest, è stato chiesto più volte sia a Meta che a Moro se ci si dovesse aspettare da loro particolari mise-en-scène, appunto, che li rendessero meno dissonanti rispetto al kitschissimo caos di fuochi e fiamme e paillettes e neve artificiale e tutine aderenti e makeup fumettistico e vento anni ’80 tipico della manifestazione. La risposta, da parte di entrambi, è sempre stata la stessa, senza arroganza ma senza superflui e codardi giri di parole: “non siamo quel genere di artisti”.

Prender parte a un live di Ermal rappresenta una incontestabile conferma della veridicità di questa affermazione: è solo Musica. Ed è evidente che non serve proprio altro. Il che, però, rende particolarmente difficile trasformarla in parole. Come si fa? Come si incastra in un carattere grafico una sensazione che parte da un’anima, attraversa in forma fisica una apparecchiatura elettronica, arriva a un’altra anima e scatena in essa una reazione chimica, ma in realtà —  parafrasando sempre l’artista in oggetto —, NON è scienza e NON la si può spiegare, perché è tutto un gioco molto serio di ricordi e sogni e tentativi e cadute e braccia al cielo e sale e sole e ieri e domani e forse e magari che di numerico non ha nulla, se non l’imprevedibilità?

Semplice: non si può. Non si può rendere la leggerezza luminosa di Gravita con me, Straordinario, Dall’alba al tramonto, La vita migliore e Io mi innamoro ancora, che sanno di falò in spiaggia e di pizzata senza pretese davanti al camino acceso, di pogate sudate in giardino, di gavettoni e speranze e piani incerti da tirar fuori domani, perché per ora gli esami sono finiti e il futuro può andare a letto prima, almeno oggi; non si può rendere la dolcezza caleidoscopica di Ragazza paradiso, di Schegge, di Piccola anima, de Il vento della vita, quattro pezzi ciascuno con la propria distinta e distintiva sfumatura: dolcezza innamorata, malinconica, confortante, speranzosa; non si può rendere la grinta appassionata di Volevo dirti, di Molto bene, molto male, di Umano, la prima pungente e accattivante, la seconda pulsante e ipnotica  come i tamburi che ne scandiscono il ritmo e la terza strappata e sanguigna, introspettiva e incazzata, rossa come le luci che illuminano il palco ogni volta che Ermal la interpreta.

E, soprattutto, non si può rendere l’intimità di Vietato morire, di 9 primavere, di Mi salvi chi può, di Le luci di Roma, di Caro Antonello, finestre panoramiche e lenti d’ingrandimento puntate sulla storia personale dell’artista, ma così sincere da diventare immediatamente — quasi paradossalmente — abiti capaci di vestire quasi alla perfezione qualsiasi vita, ognuna ferita e disobbediente e coraggiosa e sola e distratta dai ricordi e bisognosa di una voce amica e colpevole e innamorata e determinata e resiliente e stropicciata e testarda a modo suo.

Non si può rendere tutto questo, no. Non a parole. Ma tutto questo nella musica di Ermal c’è. C’è la magia senza il trucco, c’è la cicatrice e ci sono le ali che la ricoprono, c’è un bar che si chiude come si chiude una ferita, c’è un destino che accompagna senza rancori, tra una valigia e qualche lacrima, un pezzo d’anima fuori dalla porta e lascia al tempo il forse un po’ ingrato compito di dimostrare che, a volte, è lasciando andare che si diventa forti, c’è una madre con il suo amore incrollabile e un figlio che di quell’amore ha fatto una promessa da mantenere, ci sono gli incontri che cambiano il senso di una corsa, il vento che costringe a cercar riparo o soffia energia tra le vele di un sogno, la dignità nel chiedere aiuto e la forza di accettare di bastarsi da soli, c’è il pronome volutamente sbagliato che si fa ritmo e leggerezza e la poesia che innalza senza indurre soggezione.

Meta ripete spesso che la Musica va cercata nei libri, più che nei film, perché i libri nascondono tra righe e spazi migliaia di colonne sonore mai scritte. Bene, ogni artista che sale su un palco racconta due storie. Una, intima e mai uguale, è quella che lo lega ai suoi supporters. Una storia intensa di opinoni e pensieri da scambiare, di vittorie, delusioni, regali reciproci, ironia, lezioni, screzi, discussioni, affacciate sul mondo, solidarietà, crescita. Una storia che viene narrata — tornando ai libri — con un lessico, una penna, una impaginazione, un sottofondo sonoro sempre differenti e che di concerto in concerto, di performance in performance, si arricchisce di capitoli nuovi di zecca o di chiavi di lettura mai immaginate. A volte, persino di easter eggs da andare a scovare tra un capoverso e un punto e virgola. A Caserta, la sorpresa viene scritta tra le linee del pentagramma di Non mi avete fatto niente, un pezzo nato come grido ribelle contro sopraffazione e paura e cresciuto fino a diventare — anche grazie alla vetrina dell’Eurofestival  — abbraccio universale. Un abbraccio estramemente suggestivo perché già solitamente ampliato e amplificato dal pubblico (come dimenticare l’intera Piazza San Giovanni che intona a voce unica il ritornello al Concertone?) chiamato a fare le veci dell’uno o l’altro componente del duo ai rispettivi live, così che nemmeno una goccia di rabbia e coraggio vada dispersa, ma che il 20 si è ulteriormente arricchito di intensità emotiva grazie alla splendida fan action organizzata dal distretto campano de I Lupi di Ermal, fan club ufficiale dell’artista: cartoncini di colori diversi da sollevare a formare un arcobaleno proprio quando il falsetto di Meta sembra portare alle stelle quel “sorriso di un bambino” destinato a risollevare il mondo dopo ogni singola caduta e a rimetterlo in marcia più tenacemente sognatore di prima. Il cantautore ne rimane talmente colpito da chiedere che il momento venga fissato in una foto, che poi posterà su Twitter commentandola così: “grazie per tutti questi colori, quelli delle vostre anime”.

C’è tanto di più in questa prima storia, però: c’è quella dolce, inspiegabile e tangibile sintonia che nasce quando ci si sente a casa. E, perciò, sicuri. E, perciò, liberi. Di dimenticare qualche parola del testo, perché ormai è tradizione correggersi e prendersi in giro, lasciarsi prendere in giro; di finire quasi per ruzzolare goffamente sul palco rialzandosi con una spassosa finta nonchalance ; di mostrare commossi il cartellone di una donna in prima fila, che recita “Ermal, sono 74 anni che disobbedisco”, citando uno dei versi più intensi e significativi di Vietato morire. Liberi di comunicare secondo quello che, col tempo, diventa inevitabilmente una sorta di linguaggio in codice: dietro una battuta in barese, dietro una risata improvvisa, dietro un coretto provocatorio, dietro un moto di stupore  quasi infantile nella sua spontaneità ad accogliere una piccola sorpresa o un “grazie” gridato tra i sorrisi, dietro un rimprovero pungente ma bonario, dietro una storiella dal finale noto, la citazione di/il riferimento a una circostanza, un ricordo o una espressione diventati simbolici, dietro i versi di una canzone che cambiano perché sono cambiati il tempo nel quale quelle parole e quelle note suonano e l’espressione del cuore che ha dato loro forma, dietro un palloncino giallo cullato da migliaia di mani su A parte te  (ormai la canzone-inno dei supporters di Ermal), infatti, c’è complicità autentica, fatta di questo e di tanto, tanto altro che non avrebbe senso elencare, perché quando si torna da un viaggio le foto e i video davvero li si vuol mostrare a tutti, ma gli attimi che hanno preceduto e seguito quelle riprese, gli sguardi fuori fuoco, le risate in sottofondo restano giocoforza chiusi negli occhi di chi li ha sentiti nascere dentro e di chi era lì a raccoglierli.

Ma, al contempo, c’è un’altra storia, la più importante. Che è una storia di tutti, PER tutti. Che non ha lucchetti, né chiavi, né necessita di un decoder per essere letta, compresa, appresa. Un viaggio come tanti, alla conquista del sogno di una vita. Che può sembrare banale, arcinoto, scontato. E forse può esserlo negli intenti, ma non nella sostanza, né nelle scelte compiute per tirarli giù dal loro volteggiare nell’aria, quei sogni. Una storia che, nel caso di Ermal, è sudata e profondamente, impeccabilmente onesta. E perciò tanto più preziosa. Una storia costruita negli anni, senza scorciatoie né maschere, senza sotterfugi né calcoli di convenienza, senza pudori né pietismi, senza divismi né umiltà simulata. Una storia di fatica, studio costante, sfrontata determinazione e profonda gratitudine. E di una sincerità, una attenzione nei confronti del mondo esterno e un’empatia che spiazzano e disorientano. E commuovono. Una storia bella vera. Una storia bella, davvero. Di quelle che spesso vengono enfaticamente – e a sproposito – definite “educative” e solo raramente lo sono . Ecco, questa lo è. Soprattutto oggi. Soprattutto in un mondo musicale così. Soprattutto in un mondo, in generale, così. La banalità del bene? Sì, così banale da diventare trascurabile. Così trascurato da smettere d’essere banale, diventando automaticamente eccezione.

Dopo tutto ciò, parlare dei dettagli tecnici del concerto sembra quasi superfluo, eppure è giusto sottolineare che si è di fronte a un artista e una band le cui performances sono studiate con impeccabile precisione, amplificata da una evidente complicità figlia di una amicizia che va ben oltre la collaborazione professionale. I cambi di stile e di genere scorrono fluidissimi e l’energia generata dagli strumenti è davvero trascinante, sia nelle ballad che nei pezzi dall’impronta più rock. Insomma, anche in questo caso niente artifici ma fuochi d’artificio: si suona e si canta sul serio e si suona e si canta come Musica (maiuscola voluta) comanda. E il pubblico partecipa, salta, s’abbraccia, asciuga via dagli occhi qualche lacrima e sorride senza confini.

In conclusione, Ermal Meta è un artista complesso che offre a chi vuole ascoltarlo il suo sguardo sulla vita con una semplicità mai scialba e una tangibile, ricca immediatezza. Quel che c’è dietro, dentro, è uno spirito libero che rifugge convintamente e ostinatamente dagli stampi da riempire e dalle convenzioni entro le quali giocare, un’anima colta, dalle sfaccettature molteplici e non tutte di facile lettura, che ha però scelto di sfrondare la sua comunicazione di ogni genere di arzigogolo furbo e fasullo, perché il cuore delle cose arrivi netto al cuore del pubblico. A giudicare dall’eterogeneità non solo anagrafica di coloro che hanno deciso — o stanno decidendo giorno dopo giorno — di viaggiare “con la stessa valigia” al suo fianco, la missione è compiuta, e con grande successo. Insomma sì, “è stato bello sognare, sognare insieme”: chi può, non si perda l’occasione di farlo sotto un suo palco. Ne varrà davvero la pena.

La scaletta del concerto:

Non abbiamo armi
Gravita con me
Ragazza Paradiso
Il vento della vita
9 primavere
Amore alcolico
Le luci di Roma
Caro Antonello
Vietato morire
Schegge
Volevo dirti
Molto bene, molto male
Rien ne va plus
Non mi avete fatto niente
Mi salvi chi può
Dall’alba al tramonto
Io mi innamoro ancora
Piccola anima
Umano

La vita migliore
Straordinario
A parte te

Extra chitarra e voce:

Un pezzo di cielo in più
Invecchio
Il clown (inedito)

Di seguito, un video con alcuni highlights del concerto:

E ancora, il video di Non mi avete fatto niente con le immagini della fan action arcobaleno:

Qui una ricca fotogallery dell’evento realizzata da Claudia D’Acunzo.

Per le foto inserite nell’articolo si ringraziano Gianfranco Carozza e Ottavia Piccolo .

Per tutte le info sui prossimi concerti di Ermal, si rimanda alle pagine ufficiali Twitter e Facebook dell’artista e alla pagina della sua casa discografica, la Mescal Music .

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Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più sulla vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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