Willie Nile canta gli emarginati e i ‘bimbi del paradiso’

Esce oggi il nuovo album del glorioso rocker di Buffalo, ancora una volta ispirato e creativamente entusiasta. 12 brani dedicati agli ‘invisibili’ del Greenwich Village e corredati dagli scatti suggestivi della fotografa Cristina Arrigoni. Domenica a Francavilla al Mare l’unica data italiana full band

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La suggestiva copertina di Children of Paradise con gli scatti di Cristina Arrigoni

Willie Nile, ormai da decenni, il suo piccolo angolino di Paradiso se l’è ampiamente e meritatamente conquistato. Musicalmente parlando, ovvio, in virtù di una produzione sempre eccellente, lodata anche dalla critica più severa e valorizzata attraverso un entusiasta ‘never ending tour’ personale. Ma, anche e soprattutto, umanamente proseguendo. Alla luce del suo impegno umano, civile e politico; della sua sensibilità e della sua coerenza artistica.

A Willie Nile, tuttavia, poco importa del Paradiso delle r’nr’ star dove, comunque, stazionano tanti e tanti suoi estimatori. Non ha mai cercato, né voluto quel genere di visibilità. Nonostante la considerazione artistica che hanno per lui numi tutelari del panorama semi divino: da Bruce a Pete Townshend, dagli Stones fino (buon ultimo) a ‘Sua Scostanza’ Bob Dylan che, soltanto un anno fa, aveva ‘benedetto’ pubblicamente l’ultima uscita discografica del collega: Positively Bob – Willie Nile sings Bob Dylan. Ma la lista dei fan illustri di Nile, per essere esaurienti, include anche Bono, Lou Reed, Paul Simon, Ian Hunter, Graham Parker, Jim Jarmusch, Little Steven e Lucinda Williams che, una volta, osservò: “Willie è un grande artista. Se ci fosse giustizia in questo mondo, sarei io ad aprire i suoi show e noi lui i miei…”.

Questa volta, invece, torniamo a una produzione totalmente autografa e, per il dodicesimo album in studio di una carriera per troppi anni tormentata e limitata da incidenti di percorso contrattuali, il glorioso rocker di Buffalo (ma newyorkese d’adozione) si regala un toccante e rabbioso viaggio nei bassifondi della Grande Mela dove, insieme alla compagna di vita (la sempre più quotata fotografa italiana Cristina Arrigoni), è andato a scoprire quei Children of Paradise che già sembrano volerti entrare nel cuore e nell’anima a partire dagli inquietanti scatti, rigorosamente in bianco e nero (marchio di fabbrica dell’autrice), che dominano copertina e booklet.

Willie Nile ritratto da Cristina Arrigoni

Ma se la Arrigoni anticipa attraverso le immagini i contenuti del lavoro, tutto il resto spetta a Willie Nile che, con la consueta sensibilità poetica e l’abituale dose di seria onestà intellettuale, a settant’anni appena suonati continua a vestire i panni mai domi di acuto e incisivo cantautore, imprigionato nella fisicità di un rocker d’altri tempi: rabbioso, dinamico e disincantato.

Esce oggi, dunque, questo aperto e per nulla ruffiano omaggio ai bimbi del paradiso (pubblicato dalla sua etichetta, la River House, attraverso Virtual Label). Ossia, spiega Nile, “persone in carne e ossa del mio quartiere: il Greenwich Village. Alcuni sono senzatetto, altri no. Tutti scivolati ai margini estremi della società ma, al tempo stesso, tutti ‘figli del paradiso’. Proprio come ognuno di noi. Le fotografie di Cristina Arrigoni fanno emergere in loro una dignità che è bella, profonda e commovente”. Quindi, aggiunge: “Ho realizzato questo album perché avevo bisogno di un rimedio al ‘blues’ che ci circonda. La musica mi solleva sempre il morale, lo stesso che fanno le canzoni per il sottoscritto. Ed è per questo motivo che le ho composte. Speriamo – si augura – che possano sollevare anche lo spirito di chi le ascolta”.

“Fin dall’inizio ho pensato che questo album avrebbe potuto diventare qualcosa di speciale. È pieno di fuoco, passione e spirito: ‘vita reale’. Le canzoni escono ruggendo, ma alcuni brani spiccano invece per intimità e tenerezza. Un lavoro che contiene tutto il potere e le promesse di ciò che amo di più del r’n’r: sincero, incazzato, innamorato, incendiario e fuori di testa. Tutto insieme”.

Del resto, se Uncut lo definisce ‘The unofficial poet laureate of New York City’ e il The New Yorker si sbilancia ancor di più etichettandolo, a ragione, come ‘One of the most brilliant singer-songwriters of the past 30 years’, anche noi ci consoliamo perché, è ovvio, non stiamo di certo prendendo una solenne cantonata.

A due anni di distanza dall’ottimo World War Willie e dopo aver, per la prima volta nell’arco della sua ormai quarantennale carriera, omaggiato apertamente un artista che, in un modo o nell’altro, aveva condizionato la sua vita (Robertino da Duluth), l’ormai settantenne Willie ne dimostra almeno una trentina in meno. Sul palco ma anche in sala d’incisione. Pur avendo un nuovo live pronto per essere immesso sul mercato, ha voluto uscire con questi dodici brani. Le session, andate in scena all’Hobo Sound di Weehawken (NJ), hanno visto impegnati anche i fidati Matt Hogan (sei corde elettriche), Jon Weber (batteria) e naturalmente l’alter ego Johnny Pisano (basso), oltrechè il chitarrista e polistrumentista Steuart Smith (Eagles, Roseanne Cash, Rodney Crowell), il tastierista Andy Burton (John Mayer, Rufus Wainwright e Ian Hunter) e, ai cori, l’amicone James Maddock, Leslie Mendelson (Bob Weir) e Frankie Lee. Tutti coordinati in sala d’incisione dal co-produttore Stewart Lerman (già in consolle per Elvis Costello, Patti Smith e Norah Jones) con Willie a dividersi come abitudine tra le chitarre e il piano.

Willie Nile a spasso nei meandri di una metropolitana (foto di Cristina Arrigoni)

L’album si apre con Seeds of Revolution e una sorta di coro doo-wop che riporta ai paisà Four Season in versione gospel, prima di esplodere in un classico r’n’r nileiano che potrebbe far scoprire nuovi orizzonti a molti appassionati di Brian Adams o del Bon Jovi meno AOR, senza dimenticare alcune sonorità che paiono provenire direttamente dai giorni di Loose Ends con quel lavoro di tasti bianchi e neri che aveva contraddistinto la coppia Federici-Bittan. Degna introduzione a un lavoro che il folletto dal ciuffo garibaldino prosegue con le pulsazioni garage di stampo CBGB o Max’s Kansas City che avevano visto lo stesso Willie tra i protagonisti negli anni d’oro: All dressed up and no placet to go, infatti, incalza e scuote come ai tempi di She’s so cold. Ancora chitarre elettriche in gran spolvero e chiodi borchiati a sussultare per la successiva Don’t, mentre Willie non pare, grazie al cielo, aver troppa fretta di cercare nuovi territori musicali. Per quanto riguarda le sfide creative, invece, ci siamo ancora una volta ed Earth Blues conferma l’andamento torrido e spigoloso.

La title track, invece, è stata scritta e registrata con Martin Briley già alcuni anni or sono: il brano trasmette la stessa urgenza emotiva degli scatti firmati dalla Arrigoni e, già presenza abituale nelle setlist live, venne ispirata dal film di Marcel Carné (1943): Children of Paradise. “È sempre stata una delle mie canzoni preferite – ammette Nile – Ho iniziato a suonarla di nuovo con la mia band l’anno scorso. C’è un tema di redenzione e salvezza che mi ha sempre affascinato. Quello che mi è sempre piaciuto di più del r’n’r è il fatto che offriva luce e un senso di speranza in un mondo spesso oscuro e difficile. E ciò è ancora vero per me, anche oggi. Ecco perché ho deciso di registrarla nuovamente”.

Gettin’ ugly out there conduce al giro di boa con la prima ballata dal ritmo ironico e gioioso, ma dalle tematiche severe (“È la mia reazione alla bruttezza di tutto il mondo che vediamo in TV, 24 ore al giorno. È davvero scoraggiante, ma arriva sempre il momento di alzarsi e contrattaccare: scrivere queste canzoni era il mio modo di farlo”), lasciando invece a I defy (scritta con Frankie Lee) il compito di riportare la coralità su binari da call & response degna dei Ramones, ma in un’atmosfera assai più congeniale all’ex bambolaccia newyorkese David Johansen.

Have I ever told you è un’altra passeggiata, essenziale e ben poco crepuscolare, ma assai più albeggiante, che pare voler lanciare un messaggio di speranza emotiva sussurrata con la seguente Secret weapon a creare un ideale sviluppo e ribadire attraverso Willie che “ci sono un sacco di persone oneste ovunque ma, con tutte le bugie e le distorsioni raccontate da così tanti individui al potere, ogni cosa diventa confusa. Difficile orientarsi, ma io credo nella bontà fondamentale della maggior parte delle persone – ammette, irriducibile, pensando all’arma segreta presente nel suo cuore – ed è da qui che provengono queste canzoni”.

Un discorso a parte merita Lookin for someone che, introdotta dal mandolino, costituisce un esplicito omaggio al suo coautore, scomparso poco dopo la composizione a quattro mani: quell’Andrew Dorff dal talento cristallino e amico di lunga data di Willie, figlio e fratello d’arte, già autore di hit country per star del calibro di Blake Shelton, Tim McGraw, Dierks Bentley e Kenny Chesney con la sua tribù del ‘No shoes, no shirt, no problems’, a sua volta soggetto a una carriera solista altalenante (su tutti l’eccellente Hint of Mess). A lui è dedicato l’intero album.

L’epilogo arriva introdotto dall’iniezione di energia con Rock’n’roll Sister (un pezzo sul quale i Thin Lizzy avrebbero costruito almeno tre tour mondiali e che Meat Loaf si divertirebbe un mondo a cantare) e completato dalla struggente preghiera All God’s Children con Willie Nile (attenzione: è in piena lavorazione un lungometraggio sulla sua vita!) seduto dietro al piano a coda

Il Nostro sarà on stage domenica 29 luglio al Blubar Festival di Francavilla al Mare per l’unica data italiana con band del tour europeo. Solo un assaggio, tuttavia, in attesa del ritorno in ottobre quando accompagnerà Cristina Arrigoni in occasione delle tappe di presentazione e book signing del suo volume fotografico The Sound of Hands (raccolta di suggestive foto delle mani di grandi artisti, seguiti in tour, da John Mayall a Randy Hansen e Johnny Winter: uscita ufficiale l’1 ottobre) e sarà raggiunto come al solito del talentuoso bluesman lombardo Marco Limido per un mini tour acustico.

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Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

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