Karima 2G: quando l’integrazione ti scorre nelle vene

0
Karima

Karima è una cantante italiana di origini liberiane, che ha fatto della propria doppia appartenenza una vera e propria battaglia quotidiana. Nata a Roma, inizia la sua carriera come ballerina, spostandosi ben presto alla console e diventando una delle principali vocalist di M2O.

Nel 2010 fonda PepeSoup, un duo che mescola con raffinatezza ritmi e suoni dell’Africa occidentale. Nel 2013 decide di ritornare nella terra dei suoi avi, la Liberia, per riscoprire le proprie radici e rientra in Italia con una consapevolezza del tutto nuova. Questo viaggio le offre una prospettiva diversa con cui guardare al tema dell’integrazione, oltre ad una serie di nuove sonorità che utilizza nel suo album d’esordio che intitola 2G.

In questo lavoro Karima utilizza la musica per far emergere tutti i valori della propria cultura d’origine, motivo per cui decide di produrre il disco in una varietà dell’inglese che è chiamato Pidgin, ovvero «una lingua formatasi dall’incontro tra la lingua europea coloniale e quella indigena». L’artista decide quindi di unire i suoni elettronici a suoni più marcatamente appartenenti alla cultura africana, rappresentando in pieno quell’integrazione di cui lei stessa vuole rendersi portavoce.

Anche il titolo non è casuale: 2G è proprio la sigla utilizzata per indicare le seconde generazioni di immigrati che nascono e crescono in Italia, a cui non viene riconosciuta la cittadinanza italiana fino al compimento della maggiore età. La musica di Karima punta proprio ad abbattere il vittimismo e la rassegnazione di molti appartenenti alla categoria delle seconde generazioni, e ad incoraggiarli ad essere fieri della propria appartenenza a più Paesi.

La necessità di tornare alle origini per Karima è reale, ma non è semplice nostalgia: col suo rap cerca di raccontare tutti i connettori linguistici, culturali e somatici che possano descrivere al meglio l’identità migrante africana. Emblematico, da questo punto di vista, il brano Baak to the roots che si concentra sul bisogno di tornare alle origini per riuscire a guardare in qualche modo avanti.

Nel disco brani come Orangutan e Bunga Bunga scuotono fin da subito molte coscienze: Karima decide di raccontare episodi di attualità, reali e che certamente non rendono molto onore ad un Paese come l’Italia dove un parlamentare si può permettere il lusso di apostrofare un ministro “orango” solo per il colore della sua pelle. E ancora, l’artista sceglie di raccontare delle proprie esperienze, della prima volta in cui è stata chiamata “negra” tra i banchi di scuola, e di come e quando ha scelto di rispondere a questi insulti.

La sua carriera è tutta focalizzata sull’impegno contro ogni forma di discriminazione, nonostante a partire dal 2016 abbia abbracciato tematiche più internazionali: con la pubblicazione di Africa cerca di spiegare all’ascoltatore quali sono le nuove forme di schiavitù, collegandosi sempre alle work songs che gli schiavi di colore intonavano nei campi.

Nel 2018 ha pubblicato un nuovo album, intitolato Malala. Anche in questo lavoro il tono di denuncia è evidente, enfatizzato dalle sonorità del pidgin mixato con i suoni elettronici che in un certo senso permettono di sdrammatizzare le denunce presenti nei testi.

CONDIVIDI
21 anni e una grande passione per la musica, in particolare per quella italiana. Scrivere è sempre stata una necessità fin da piccolissima, così dopo la maturità scientifica ha scelto di proseguire gli studi nell'ambito della comunicazione, per coltivare il sogno di diventare giornalista. Oltre alla musica ama lo sport, il cinema e i viaggi.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here