Battisti aveva una devozione per Donida, un autore stimato negli ambienti e semisconosciuto al grande pubblico. Una di quelle figure rare e apparentemente secondarie che costellano gli scenari di ogni genere, ignorati dai più e amatissimi dai più stretti conoscitori. Pare chiaro che senza tali maestri le più riuscite teste di ogni campo non avrebbero la benché minima possibilità di sbocciare. Certe figure sono dunque, a loro modo, semi.

Battisti in tutta la sua carriera ha cantato solo quattro canzoni di altri. Queste canzoni sono tutte di Carlo Donida.

   Una di queste è “La compagnia”, inserito nel disco “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso eccetera” pubblicato nel 1976, e allora era già passato attraverso un’intepretazione della forma-canzone che aveva sgretolato il rimanente scenario nazionale. Lo aveva fatto con la semplice genialità del ragazzo di campagna, e senza occuparsi degli osanna riservati ad altri e delle discrete noncuranze rivolte invece alla sua opera da parte della critica musicale.

   Che cosa non funzionava tra l’autore e la cosiddetta critica?

Oggi che anche i più ideologizzati tra coloro che si esaltano a ogni nuova stagione retorica si sono convinti che non vi siano più buone ragioni per suddividere in “impegnata” e “non impegnata” la canzone, forse possiamo cominciare a riconoscerlo con serena tristezza.

  Io almeno, posso permettermi di dire, io che sono sempre stato amato dalla critica più fine e poco noto alla più larga platea, posso permettermi di ribadire che ciò che non funzionò tra Battisti e la critica fu il fatto che Battisti, da testa geniale, dunque istintivamente anticonformista, non fosse schierato. Che non dovesse a festival dell’unità né ad alcuna federazione di presunta intellighenzia la propria affermazione presso il pubblico.

  Battisti non era insomma, o per meglio dire non lo si riteneva, un autore di sinistra.

Lasciando correre il fatto che solo per questo si ritenesse fosse della fazione opposta, è evidente che questa di non essere schierato politicamente fosse la caratteristica vincente del pensare il ruolo della canzone da parte di Lucio Battisti. Mentre per dimostrare quanto l’equazione sinistra-uguale-impegno fosse sghemba e imprecisa bastano le evidenze offerte dalla storia, per sbugiardare chiunque circa il mancato impegno di Battisti, era ed è sufficiente dedicare un attento ascolto ai dischi “Anima latina”, istintivamente etnico e globale ben dieci anni prima del celebratissimo “Creuza de Ma” di De André, e il precedente “Il nostro caro angelo” manifesto etico, anti-consumista e radicale, lieve e iridescente della caduta dell’illusione poetica per l’avanzare a tutti i livelli del mercato come involuzione personale e collettiva.

I temi sono quanto di più interlocutorio e progressista possa esservi nella canzone di quegli anni, in una preziosa chiave pre-politica, ed illustrano il pensiero dell’autore molto oltre qualunque tendenziosa illazione.

   Nel 1975 sceglie di inserire nel suo nuovo disco “La compagnia” di Donida.

Si tratta di una ballata dolente che racconta il passaggio dalla malinconia dell’isolamento dovuto a una qualche forte delusione, (oggi che vogliamo trattare tutto con linguaggio clinico diremmo da una sindrome depressiva) fino a una rinascita interiore, il tutto grazie alla più naturale delle medicine che esistano al mondo: il contatto e il confronto con gli altri.

   Il clima sordo e l’incedere blues delle prime battute, scarne sino ad un punto mai raggiunto prima da una canzone leggera di un disco destinato per sua natura al grande pubblico, cede il passo a una esplosione di alticcia, pura e semplice voglia di vivere, scandita dai versi urlacchiati in falsetto nel finale “felicità-a-ahhh/ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già/tristezza va-a-ah-ah-ah-ah-ah-ah/ una canzone il suo posto prenderà”.

Lucio Battisti nel 1975 avrebbe potuto ritenersi un assoluto vincente nella musica italiana, giacché la sua capacità di tradurre e reinventare in italiano pressoché tutte le forme musicali del secolo apprezzate, dal blues al rock, dal pop, al progressive, alla world music prima ancora che venisse inventata-definita come categoria musicale, non aveva e non ha eguali.

   Al posto di pascersi di tale posizione unica, di lì a poco si sarebbe invece sottratto per sempre alle scene e al pasto mediocre dei media, rilasciando dichiarazioni che lette oggi suonano come parole di raro valore profetico.

Era un protagonista naturale.

  Ma schivo e poco portato a mettersi in mostra, e non sentiva alcun bisogno di esibire, vantare o incoraggiare una qualunque forma di idolatria nei suoi confronti.

   Era quella che si dice una persona vera, laddove questa qualità cominciava a sfuggire in quanto pregio, sembrando più spesso un limite.

La maggior parte di coloro che hanno avuto a che fare con lui, non me ne vogliano, nel bene come nel male, hanno campato di rendita per il semplice fatto di essergli stati accanto. Sono partite carriere soliste, nati successi commerciali, ci sono stati per decenni sfruttamenti del repertorio battistiano facendo leva sulla presa che nessun altro repertorio ha mai esercitato in questo Paese.

   Buona parte dell’opera di Battisti è però intrisa di una malinconia sotterranea: quella di una profonda divisione tra l’appetito volgare del pubblico e l’inclinazione alla scoperta da parte dell’autore.

In altre parole Battisti risulta a ben vedere il meno noto tra gli autori di più grande successo, o per meglio dire: il più celebre, e per una volta anche il più grande, autore di canzone che sia stato allo stesso tempo il meno conosciuto in profondità dal pubblico.

La gente non sa niente di Lucio Battisti.

Lo cantava e lo canta a vanvera. Lo intona con sguaiata passione e allegria anche quando le canzoni sottendono cupe visioni del mondo soggettivo e sociale.

Lo intona, cosa ancor più grave, senza neppure domandarsi che significato possano avere le parole mandate a memoria per ragioni di puro equilibrio metrico. Questo sancisce il suo abbandono delle scene, quando l’urgenza di proseguire verso un altrove, a costo che questa destinazione non sia più capita, diviene più forte di qualunque altra lusinga. Per averne conferma si leggano le parole asciutte e amare delle sua ultima intervista, prima del ritiro, che mai come nel suo caso fu un passo pensato, dovuto, mantenuto senza alcun ripensamento, a differenza di molti altri burattini che hanno popolato e popolano il miserevole e umanissimo scenario della musica.

   Se non bastasse l’incomprensione più profonda verso il suo repertorio più sperimentale della metà degli anni settanta, lo dimostrerà successivamente la disaffezione verso l’ultima imperdibile fase della sua produzione discografica, tutt’oggi ritenuta da molti suoi “ammiratori” una produzione minore, come ebbe a dire una parte consistente della critica musicale alla comparsa della coppia Battisti-Panella.

Una separazione sottolineata in fondo persino dal cambio di compagnia discografica, ma questa storia richiederebbe molte parole a parte.

Nell’ultima fase della discografia battistiana si concentra invece la più alta trasgressione alle regole della forma-canzone mai toccate in questo Paese, e la più alta vetta nel rapporto simbiotico tra testo e musica che mai in essa si siano espressi.

Ma anche questa è una storia a parte.

Ora torniamo indietro.

   È il 1975, Battisti ha appena inciso “il contrabbasso, la batteria eccetera”, e vi ha inserito il brano di un autore che quasi nessuno conosce, “la compagnia” di Carlo Donida.

Chi c’era racconta che abbia sentito il desiderio di fare ascoltare la sua versione del brano all’autore e abbia dunque invitato in studio Donida, che allora aveva qualche anno in più rispetto alla squadra di giovani musicisti che circondavano Lucio. Pare che Battisti abbia mandato via tutti dalla regia, per permettere a Donida di ascoltare la sua versione nella più alta concentrazione, dimostrando una devozione e un rispetto speciale per Donida, così come pare che lo chiamasse Maestro.

   Che questo sia vero oppure no, – siccome le cose col passare del tempo acquistano la luce dorata di mito anche quando sono gesti semplici e naturali, anche quando sono gesti di persone vere -, rimane la meraviglia di un’umanità rivolta alla ricerca, che sa riconoscersi anche con poche parole e poca musica, come sanno esserlo quelli destinati a indicare a tutti da che parte sta la bellezza.

Alla morte di Lucio Battisti due figure del panorama mondiale hanno sentito la necessità di esprimere tristezza per la scomparsa di una voce fondamentale. Il primo fu David Bowie, che in maturità troverà il modo di dimostrare quanto avesse imparato anche dal nostro; il secondo fu quel Peter Gabriel che, diversi anni dopo “Anima latina” aveva avviato un processo di palese riscoperta della world music.

   Entrambi sapevano che Battisti non avesse inventato nulla, ma che aveva invece saputo tradurre la musica popolare del novecento in modo tale che tutti, ieri oggi e domani, potessero capire.

Oggi, 9 settembre 2018 sono vent’anni esatti che la musica è stata privata di Lucio Battisti.

Ma gli italiani saranno molto presi dal campionato di calcio, dalle serie di netflix e dalla telefonia mobile.

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Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.

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