“Umanamente uomo”: vent’anni senza Lucio Battisti

Il 9 settembre 1998 si spegneva una delle voci più gloriose della storia del cantautorato italiano. Noi proviamo a ricordarlo con un viaggio, tra parole e musica, nel suo universo personale e artistico.

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Lucio Battisti

È il 9 settembre 1998 quando una notizia arriva improvvisa e inattesa, colpendo al cuore generazioni di amanti della musica cantautorale del Belpaese: Lucio Battisti è morto nell’ospedale milanese presso il quale era ricoverato presumibilmente per un cancro al fegato (ma la causa del decesso non verrà mai ufficialmente definita neppure dal personale medico). Cala così il sipario su quello che viene considerato un vero e proprio pilastro della storia musicale nazionale, innovatore e tradizionale insieme, coraggioso sperimentatore e culla sicura di ritmi e sonorità da sempre appartenuti al nostro DNA, capace di incidere sui passi dei suoi predecessori un’impronta di armonie e costruzione metrico/narrativa del tutto moderna pur restando fedele a una matrice poetica decisamente italiana.

A vent’anni dalla sua morte, proviamo a raccontarne la storia personale e professionale attraverso quelli che dell’una e dell’altra sono stati i momenti salienti, facendo di Battisti la colonna sonora di un’epoca di cambiamento, di lotta, di costruzione e di riscoperta della nostra identità storica e culturale.

GLI ESORDI

Nato a Poggio Bustone, in provincia di Rieti, il 5 marzo del 1943, dell’infanzia del cantautore si conosce poco o nulla; è noto, però, il suo primo approccio “materiale” a quello che sarà poi l’universo entro il quale iscriverà la propria attività: verso i 13 anni, infatti, Lucio riceve in regalo la sua prima chitarra: come era naturale accadesse al tempo, le dita scorrono sulle corde con sempre maggiore sicurezza — pare che Lucio abbia appreso la tecnica studiando autonomamente — provando e riprovando quelli che sono i grandi successi che arrivano in Italia dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, quel rock’n’roll che fa storcere il naso ai rigidi genitori abituati a ritmi e look ben più rassicuranti e “garbati” e scalda cuori e gambe di figli che sentono addosso e nei polmoni un vento di profonda rivoluzione dal quale è impossibile non lasciarsi trascinare. A ispirare Battisti in queste fasi iniziali del suo rapporto con la musica, quindi, sono The Beatles e Bob Dylan, ma anche le voci black quali Ray CharlesOtis Redding.

Come nella tradizione di ogni gavetta degna di questo nome, prima di intraprendere la carriera da solista Battisti entra a far parte di diverse formazioni: prima Gli svitati all’età di vent’anni, poi I Mattatori a Napoli nel 1962, poi ancora I Satiri a Roma, città presso la quale incontra I Campioni, gruppo allora piuttosto noto fondato da Tony Dallara e privo di un chitarrista. Il leader della band, Roby Matano, dopo averlo ascoltato suonare, decide di proporre a Battisti di ricoprire quel ruolo e così il cantautore, dopo avere accettato, inizia a spostarsi in giro per l’Italia e per l’Europa, entrando in contatto con molteplici realtà culturali e artistiche. Proprio in questo periodo Battisti inizia a scrivere i suoi primi testi, alcuni dei quali verranno in seguito editi e pubblicati con un nome differente (Non chiederò la carità, per esempio, diventerà l’amatissima Mi ritorni in mente).

Il 14 febbraio del 1965 rappresenta una data spartiacque nella carriera di Lucio: proprio in questo giorno, infatti, viene convocato per un provino con il produttore Franco Crepax; un provino che risulterà essenziale pur non avendo esito positivo, perché l’artista riesce ad attirare l’attenzione di Christine Leroux, un’editrice musicale di origine francese giunta a Milano negli anni ’60 alla scoperta delle nuove sonorità italiane. Chiamata a cercar nuove e promettenti leve per la casa discografica Ricordi, è proprio lei a intravedere nel giovane Battisti un grande talento in nuce e a procurare l’incontro che cambierà per sempre il tragitto professionale dell’artista, quello con Giulio Rapetti, Mogol, con il quale Lucio creerà un sodalizio in grado di sfornare perle musicali di eterna bellezza. Mogol racconta così l’incontro in una sua recente intervista: «Lo vidi, mi portò testi e musiche. “Guarda, non è nulla di eccezionale”, gli dissi. Ci rimase molto male. Allora gli chiesi di venirmi a trovare che avremmo fatto qualcosa, ci avremmo lavorato su. All’inizio era solo autore. Lo convinsi io a cantare i brani che scriveva. La Rai e la Ricordi non lo volevano. Non lo voleva nessuno. Dissi alla Ricordi: se non lo prendete do le dimissioni. Nemmeno la radio lo passava: secondo loro, non aveva la voce, erano ancora abituati con le romanze. Alla fine il nostro sodalizio è durato dal 1965 al 1980».

I PRIMI BRANI DA SOLISTA

Battisti esordisce così come interprete dei propri brani nel febbraio 1966 con Adesso sì, presentato al Festival di Sanremo di quell’anno da Sergio Endrigo, anch’egli all’esordio, e poi inserito come cover nella raccolta Sanremo ’66 pubblicata dalla Ricordi. Segue il primo 45 giri contenente Dolce di giorno e Per una lira: il risultato commerciale è del tutto negativo e le due canzoni conoscono il successo solo una volta affidate, rispettivamente, ai Dik Dik e a I Ribelli di Demetrio Stratos. Per una lira viene molto apprezzata da critici e addetti ai lavori, che iniziano a notare una originalità testuale e compositiva che permette al pezzo di spiccare nell’omogeneità quasi scontata dei testi allora di più grande successo.

Il sodalizio Mogol-Battisti inizia a produrre i primi frutti anche a livello commerciale nel 1967 con la canzone 29 settembre, interpretata dal gruppo Equipe 84, che raggiunge il primo posto nella hit parade. Ma i due non scrivono solo “canzonette”: Battisti diventa infatti uno degli esponenti della cosiddetta linea verde, citata in quell’anno nella rivista Giovani e definita come movimento di autori e cantanti nato per introdurre anche nella musica italiana il concetto di “musica di protesta/di denuncia” già carissimo alla cultura angloamericana. Protesta che, nel caso del nostro Paese, naturalmente non ha i connotati di strumento pacifico contro una guerra, ma di dibattito e di ribellione costruttiva contro tutto ciò che viene considerato svilente e degradante per l’uomo nell’ambito di una società che, sebbene in piena rinascita economica, sembra già dare evidenti segni di sfaldamento per quel che concerne i valori della dignità e dell’equilibrio sociale.

Nel 1968 viene pubblicato il singolo Prigioniero del mondo, affiancato a Balla Linda. Il primo — originariamente destinato a Gianni Morandi, che lo incide ma sceglie di non pubblicarlo su consiglio del suo produttore Franco Migliacci —  non ottiene alcun successo in termini di vendite, ma rappresenta il primo brano di Battisti per il quale esiste un video, girato in bianco e nero e su pellicola.

Balla Linda, invece, si classifica al quarto posto al cantagiro 1968 nella sezione Giovani e ottiene un discreto successo di vendite, che però risulta maggiore negli Stati Uniti, dove il pezzo — una cover cantata dal gruppo The Grass Roots —  riesce a entrare nella Billboard chart raggiungendo il ventottesimo posto. Balla Linda è una delle prime canzoni della produzione italiana a rifiutare la rima baciata nelle composizione delle strofe.

In quel periodo, Mogol e Battisti si recano a Londra per un viaggio culturale e accade qualcosa di sorprendente, che Rapetti — che in questa occasione si trova a incontrare Bob Dylan — racconta così: «Forse non tutti sanno che (Battisti) è stato corteggiato dai produttori dei Beatles attraverso Paul McCartney, che aveva tutti i dischi di Lucio. Bene, avrebbero investito milioni di dollari su di lui per lanciarlo nel mercato americano. La cosa incredibile è che lui rinunciò perché gli sembrava eccessivo che i produttori si tenessero il 25%».

Così, i due tornano in Italia e Battisti, che continua a scrivere per altri artisti con alterne fortune, dopo due partecipazioni consecutive al Festival di Sanremo (diciassettesima e diciottesima edizione) in veste d’autore decide di fare il grande salto e di assumersi la responsabilità di calcare il palco più prestigioso per la musica italiana indossando i panni dell’interprete per quella che sarà la prima e l’ultima volta alla rassegna ligure: l’anno è il 1969 e la canzone è Un’avventura, brano dal testo molto romantico e tradizionale ma dalle sonorità fortemente contaminate. Si avvertono infatti nette le venature r’n’b e non è un caso che il pezzo venga presentato in duetto con Wilson Pickett, che di quella corrente è allora l’esponente più noto nel nostro Paese. Il brano si classifica nono, ma l’interpretazione di Battisti viene stroncata da quasi tutti i critici, da Natalia Aspesi che lo definisce portatore di “chiodi che gli stridono in gola” a Paolo Panelli che, su Il Messaggero, deride la sua acconciatura paragonandolo ad Attila.

Il 4 marzo viene pubblicato il suo primo album, intitolato semplicemente Lucio Battisti, raccolta di brani già editi come singoli più sei inizialmente affidati ad altre voci e qui interpretati dal loro autore; il 28 marzo inizia la promozione del singolo Acqua azzurra, acqua chiara/Dieci ragazze. Il 15 aprile Battisti prende parte per la prima volta a una trasmissione televisiva, Speciale per voi di Renzo Arbore. Qui propone Acqua azzurra, acqua chiara, che diventa una vera e propria hit estiva, permettendo al cantautore laziale di  classificarsi terzo al Cantagiro e di vincere a mani basse l’edizione 1969 del Festivalbar, con quasi 50 mila voti di vantaggio sui secondi classificati, I Camaleonti. La puntata della trasmissione di Arbore viene spesso ricordata anche per il confronto piuttosto aspro tra Battisti e il pubblico in studio, episodio che gli appiccicherà addosso l’etichetta — della quale non riuscirà mai a liberarsi — di artista scontroso e poco umile.

In diverse interviste dell’epoca, infatti, Battisti inizia a palesare una certa insofferenza nei confronti degli aspetti più negativi della popolarità, quali l’impossibilità di non essere costantemente posto sotto una lente d’ingrandimento e di vivere il proprio privato senza doverne dar conto con puntualità e dovizia di dettagli a stampa e sostenitori. Dice infatti: «Noi gente dello spettacolo non riusciamo mai a farci gli affari nostri senza che interveniate voi […] a togliere anche quel minimo di riservatezza della nostra vita privata» e, sulla rivista Sorrisi e Canzoni, aggiunge: «Lucio Battisti deve essere giudicato per le canzoni che scrive e per le canzoni che canta».

Dal 1969 al 1980 tutti gli album del cantautore sono straordinari successi di vendita, scalano le classifiche e di fatto monopolizzano il mercato discografico, nonché l’airplay radiotelevisivo. Nel 1973 — fatto inaudito per l’epoca — Battisti riesce infatti a piazzare due album (Il mio canto libero e Il nostro caro angelo) ai primi due posti in classifica, lasciandosi alle spalle leggende della storia della musica mondiale quali i Pink Floyd con The dark side of the moon ed Elton John con Don’t shoot me I’m only the piano player.

Battisti torna ospite da Arbore nel 1970 ed è ancora scontro con il pubblico: in questa occasione, il cantautore ribadisce la sua volontà di non voler essere considerato un “artista impegnato” e, al termine di una lunga e accesa diatriba con il giornalista Renzo Nissim, chiede di nuovo e ripetutamente che solo il suo operato artistico venga fatto oggetto di attente osservazioni e valutazioni critiche.

Dal 21 giugno al 26 luglio del 1970 Mogol e Battisti partono per il famosissimo viaggio a cavallo da Milano a Roma, documentato da Battisti stesso sulle pagine di Sorrisi e Canzoni. Subito dopo, l’artista inizia il suo tour con la Formula 3, solo dieci date tra Romagna, Toscana e Liguria, ultima serie di concerti della sua carriera. Nel novembre dello stesso anno viene pubblicato l’album Emozioni, sempre per la Ricordi: in realtà Battisti ha già completo un concept, Amore e non amore, dall’impianto sonoro molto vicino al progressive rock inglese, che viene però proprio per questo considerato dalla casa discografica troppo alternativo rispetto allo stile al quale i suoi supporters sono abituati e perciò messo in un cassetto e poi pubblicato nel luglio del 1971. Emozioni negli anni assurgerà a vero e proprio manifesto della poetica del duo Mogol-Battisti e i brani in esso contenuti — tra gli altri, Fiori rosa, fiori di pesco, Acqua azzurra, acqua chiara, Emozioni, Mi ritorni in mente, 7 e 40, Il tempo di morire, Dieci ragazze, Non è Francesca — a capolavori immortali del nostro patrimonio musicale e culturale nazionale. Nel 1971, ospite di Teatro 10, varietà condotto da Alberto Lupo, Battisti canta in playback Pensieri e parole con una soluzione video — due “se stesso” che intonano, affiancati, le diverse strofe della canzone — assolutamente innovativa per una trasmissione televisiva.

IL DUETTO CON MINA E L’ALLONTANAMENTO DALLA VITA PUBBLICA

Il 23 aprile del 1972 Battisti torna come ospite a Teatro 10 e duetta con Mina sulle note di alcuni dei più grandi successi di entrambi: una performance carica d’energia e d’intensità emotiva che viene considerata ormai iconica tanto nella storia della musica quanto in quella della televisione e che rappresenta l’ultima apparizione del cantautore in una trasmissione italiana.

Intanto, l’insofferenza del cantautore nei confronti della stampa diventa sempre più marcata: Battisti si rifiuta di posare per servizi fotografici e di rilasciare interviste. Negando il suo consenso a una di esse, quella per il settimanale Sogno, Lucio scatena una vera e propria rivolta contro di lui: Sogno lo taccia di incoerenza citando a supporto della sua accusa la recente ospitata televisiva e la rivista Oggi ne mette addirittura in discussione il talento, pubblicando un vero e proprio confronto tra giornalisti e addetti ai lavori intitolato «Battisti è davvero un fenomeno?». Tra le altre voci, spiccano quella del compositore Riz Ortolani che gli dà dello scopiazzatore e quella del direttore d’orchestra Augusto Martelli, che lo definisce  «un dilettante spaventoso» e «un pallone gonfiato».

La risposta di Battisti è affidata alla pubblicazione, nel novembre 1972, dell’album Il mio canto libero, che risulta il più venduto del 1973 (450 mila copie solo per la prima stampa).

La rottura col mondo dei media e la rinuncia alle esibizioni in pubblico diventano così definitive: Battisti dice no prima a Enzo Biagi, poi a Gianni Agnelli, che gli propone un concerto al teatro Regio di Torino interamente sponsorizzato dalla FIAT, dietro un compenso che ammonta a 2 miliardi di lire.

Alla fine del 1974, ispirato da un viaggio in Sudamerica con Mogol, Battisti pubblica l’album Anima latina, che rappresenterà una sperimentazione piuttosto coraggiosa rispetto alla sua produzione precedente: l’artista tenterà infatti di legare fra loro con armonia le sonorità tipiche dei luoghi visitati e l’elettronica, in un tripudio di ritmo così frenetico e potente da risultare quasi ossessivo. Inoltre, i contenuti testuali perdono volutamente chiarezza fino a sconfinare nell’esoterico e il canto si fa vento leggero, impercettibile, vassallo degli strumenti e della loro energia.

LA ROTTURA DEL SODALIZIO CON MOGOL E IL RAPPORTO CON PASQUALE PANELLA

Nell’ottobre del 1978 Battisti pubblica Una donna per amico, il suo album di maggiore successo commerciale, che arriva a vendere tra 600 mila e un milione di copie. Segue, nel febbraio del 1980, Una giornata uggiosa, ultimo album che vede la collaborazione con Mogol. La rottura è graduale e senza traumi, ma le cause che la determinano non verranno mai chiarite dagli interessati. Nel 1979, in una intervista alla RSI, Battisti spiega: «Il nostro rapporto è il rapporto di due persone di questo tempo che dopo tanti anni di lavoro assieme […] improvvisamente, per divergenze di interessi, si sono messi ognuno su una sua rotaia, su una sua strada, per cui adesso da quattro o cinque anni a questa parte ci vediamo al massimo un mese all’anno. […] È l’esperienza di due persone che stanno diventando completamente diverse.»

Le parole di Mogol, intervistato da Famiglia cristiana nel marzo 2015, sono molto diverse: «Fino all’ultimo album abbiamo lavorato in piena sintonia. E anche dopo ci siamo frequentati: lui veniva a casa mia a mangiare. Una volta sua moglie ci chiese perché avevamo litigato. Noi ci siamo guardati e abbiamo risposto: “Ma noi non abbiamo mai litigato”. Mai. Nei suoi ultimi giorni, quando era in ospedale, gli scrissi una lettera, affidandola a un’infermiera. Diceva: “Caro Lucio, spero che i giornali esagerino come sempre, però se hai bisogno io sono qui”. Non seppi se l’aveva ricevuta oppure no fino a dieci anni dopo, quando scoprii che un medico gliel’aveva consegnata. Vide Lucio, in uno dei suoi ultimi momenti di lucidità, leggerla e poi mettersi a piangere».

Dopo la fine dell’avventura professionale con Rapetti, nel biennio 1982-1983 si concretizza l’inizio di quella con Pasquale Panella, paroliere romano, che da il la a una trasformazione radicale delle modalità di scrittura del cantautore: i testi, da lineari e poetici che erano ai tempi della partnership con Mogol, si fanno ora criptici ai limiti del nonsense, tra giochi di parole e double entendre. Il primo album frutto di questa svolta, Don Giovanni, pubblicato nel marzo 1986, ottiene un discreto risultato in termini di vendite ma giudizi molto contrastanti da parte degli addetti ai lavori. Su richiesta dello stesso Panella, gli album successivi vedranno lui alla stesura dei testi e Battisti alla creazione delle sonorità: l’effetto sembra sentirsi forte e non in senso positivo, dal momento che le vendite calano progressivamente e con esse il gradimento da parte della critica che, come spesso accade, inizia a evocare con sempre maggiore insistenza un ritorno alla collaborazione con Mogol.

Nell’estate del 1993 un incontro con Adriano Celentano porta i due artisti a progettare un disco a tre voci, con la partecipazione di Mina. Questo progetto, però, non prenderà mai vita, dal momento che Celentano dimentica l’appuntamento fissato col cantautore reatino per la stesura dei piani di lavoro e Battisti da quel momento si renderà irreperibile.

L’ULTIMO ALBUM

Nel settembre del 1994 viene pubblicato Hegel, che prende il nome dai numerosi riferimenti al filosofo tedesco in esso contenuti. Il pubblico non premia l’album — che finisce al sessantottesimo posto in chart — ma ancor meno benevola è la critica, che arriva addirittura a definirlo “uno scandalo” dal punto di vista della qualità artistica.

Hegel rappresenterà il canto del cigno per Battisti: dell’artista si perdono metaforicamente le tracce, nonostante i continui e molesti tentativi dei media di costringerlo a venir fuori dal suo buen retiro. La notizia della sua morte arriva il nove settembre del 1998, con uno scarno bollettino medico da parte dell’Ospedale San Paolo di Milano che parla dell’irrimediabile aggravamento di una situazione clinica già compromessa. Ai funerali, in forma strettamente privata, partecipano per volere della famiglia solo 20 persone e tra esse non può mancare Mogol, a conferma di una amicizia che, nonostante i naturali alti e bassi, non ha mai avuto fine.

Come sempre accade quando a concludere il viaggio è un uomo che ha lasciato un segno profondo, nei giorni successivi non mancano celebrazioni d’ogni sorta, tra le quali spicca l’articolo del New York Times, che parla di Battisti come di un artista che “ha definito un’era”. Così come  non mancano né mancheranno le “voci contro”, coloro che a volte stroncano l’uomo e l’artista per gusti non affini, a volte perché credono che scuotere criticamente il dito indice li renda degli invidiabili e invidiati ribelli.

Ma noi, che invece riteniamo che i giudizi sull’uomo non competano a nessun altro se non a chi lo conosceva profondamente, vogliamo concludere questo articolo con uno dei suoi pezzi. Perché la Musica la scegliamo e dalla Musica ci lasciamo scegliere… e perciò non è detto che quella di Lucio Battisti ci assomigli. Però quelle discese ardite e le risalite le abbiamo affrontate tutti, come tutti abbiamo conosciuto una Francesca o un Francesco dei quali abbiamo sperato contro ogni logica che non fosse quella del cuore di poterci fidare, ma soprattutto perché quelle dolcissime malinconie, i cieli immensi, l’immenso amore sono colori dell’anima di chiunque si definisca uomo. E Lucio Battisti ha saputo ricordarcelo con indimenticabile unicità.

Ciao, Lucio.

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Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più sulla vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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