Marco Ligabue, “Che bella parentesi” nella musica italiana

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@Carlotta Passoni

Abbiamo incontrato Ligabue e questa volta non è Luciano, ma una persona a lui vicina. Parliamo di Marco Ligabue, fratello minore del famoso rocker italiano, musicista con 4 album all’attivo con la band I Rio, un passato recente da chitarrista ed un presente e un futuro da cantautore. Il 5 giugno è uscito il suo nuovo singolo e tra una tappa e l’altra del suo Sarà Bellissimo Tour gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Nel tuo nuovo brano, Che bella parentesi, racconti la storia di un’amicizia al femminile che io ho trovato, in un momento storico in cui l’omologazione sembra essere la via privilegiata, un elogio alla diversità, una spinta al confronto costruttivo. Cosa ti ha spinto a scrivere questa storia?

Sì questo è sicuramente uno dei temi principali. Riflettevo su come le nostre vite spesso siano caratterizzate da parentesi, che siano amorose, d’amicizia o anche di lavoro. Ti sembra che in quel lasso di tempo condiviso, in quella parentesi, ci sia una porzione di vita bellissima che è tale proprio  perché siamo tutti diversi e quella persona nuova arriva a completare quelle caselle che a te mancano. A prescindere dal fatto che la parentesi sia breve o lunga, ci costruiamo dentro le parti più belle della nostra esistenza.

Sei sicuramente un narratore e riascoltando la tua discografia ho trovato un verso che sento molto vicino a me di È da te che dipende “Come te, un cantiere in corso/Sempre in cerca del nostro percorso”. Se tu dovessi scegliere un verso di una tua canzone come manifesto, come verso che più ti rappresenta quale sarebbe?

Posso citartene due? Uno è sicuramente un verso di Fare il nostro tempo: La fortuna bacia i belli/ poi abbraccia quelli audaci”. Per me la vita è così, io mi sento uno tenace, audace, uno che cerca di andare oltre l’ostacolo e io credo che prima o poi se tieni duro la fortuna arriva anche da te. Un’altra frase per me significativa è il ritornello di un pezzo con cui chiudo i concerti La più grande orchestra che dice Siamo la più grande orchestra e di stonare non ci importa” perché anche se bisogna studiare, è importante anche buttarsi e non prendersi troppo sul serio.

Marco Ligabue
@Carlotta Passoni

Ovviamente sappiamo tutti che sei il fratello minore di uno dei più alti esponenti della musica italiana, Luciano Ligabue. Quanto della tua passione musicale è dipesa da Luciano e se e quanto ha influenzato i tuoi gusti?

Beh dipende molto da lui, sicuramente. Abbiamo 10 anni di differenza e a 7-8 ascoltavo i vinili che comprava mio fratello. Eravamo a fine anni 70 e lui ascoltava il progressive e per uno di 7 anni conoscere i Genesis era un po’ strano. Poi sono arrivati i Pink Floyd, i Police… Luciano mi ha sicuramente contaminato moltissimo con quello che ascoltava e poi è stato anche bello, man mano che crescevo, confrontarci, magari anche io poi iniziavo a fargli conoscere delle cose, andavamo ai concerti insieme. È bello quando hai un fratello con condividere una passione.

Sicuramente. Però essere un cantautore e allo stesso tempo il fratello di Luciano Ligabue non dev’essere semplicissimo all’interno del mondo musicale. È più un onore o un fardello?

Essere il fratello di Luciano Ligabue per me è una figata! Sono cresciuto nella musica ed è stato bellissimo. Da quando sono diventato cantautore devo, ovviamente, fare i conti con aspetti positivi e negativi. Di positivo sicuramente c’è che se io mi esibisco in una piazza e le persone sanno che c’è Marco Ligabue, magari un occhio lo danno per capire cosa faccio e se non avessi il nome che porto probabilmente mi ignorerebbero. Il lato negativo è che sei guardato con un po’ di diffidenza, perché molti senza ascoltarti ti danno del raccomandato o pensano già in partenza “Ah ma tanto non sarà mai come il fratello!”

E in realtà non sei affatto come tuo fratello, ed è un assoluto complimento. Trovo che abbiate un modo di scrivere diverso e che tu sia piuttosto riconoscibile al netto di sciocchi confronti con Luciano. Però devo chiedertelo: con tutta questa posta in gioco, considerando che tu avevi già lavorato come chitarrista in un gruppo (i Rio ndr) e per anni sei stato dietro le quinte, cosa ti ha dato la spinta per diventare frontman e metterti in gioco come cantautore?

Nella vita secondo me bisogna essere un po’ matti! Fino a 6-7 anni fa non avevo mai valutato l’idea di cantare, un po’ perché non me lo sentivo e un po’ perché ero “fratello di…”. Ho sempre fatto il chitarrista, l’autore di canzoni, ho fatto 4 dischi con i Rio e non ho mai sentito la necessità di propormi come cantante. Poi a 40 anni è scattato qualcosa, avevo delle canzoni che sentivo come un racconto personale che non vivevo più come un racconto di band. Ho fatto un piccolo corso di canto, perché anche se conoscevo la musica dovevo imparare a gestire bene lo strumento voce e mi sono buttato.

E da quando sei partito nel 2013 con Mare Dentro non ti sei più fermato: 3 album e poi un “neverending tour” . Sei praticamente sempre in giro, a proporre la tua musica in piazza, come mai questa scelta di avere davvero pochissime pause?

In tour ci sono sempre per diversi motivi. Ho scoperto un lato di me che mi era totalmente ignoto. Quando ho cominciato nel 2013 il grande dubbio per me era come interagire con il pubblico, come gestire un microfono e il palco. Nei primo 15-20 concerti ero impacciato, goffo. Poi in realtà, proprio perché percepivo di non essere a mio agio, mi sono messo, concerto dopo concerto, a cercare di migliorare e ho scoperto un lato da intrattenitore per cui moltissimi si complimentano a fine concerto e che forse arriva anche prima delle canzoni. Ad un certo punto ho iniziato a provarci gusto, a prendere confidenza con il me narratore e invece di cercare magari palchi di grandi festival o realtà più scintillanti, tv, radio o grandi numeri sul web (che comunque non mi dispiacerebbero), ho cercato di privilegiare i concerti perché quando una persona viene a vederti capisce davvero chi sei, se sente solo una canzone in radio o un passaggio in tv magari non capisce totalmente cosa vuoi raccontare.

Marco Ligabue
@Carlotta Passoni

Nella tua scaletta non inserisci solo brani tuoi, ma anche grandi pezzi della musica italiana che sono, probabilmente, canzoni che ti hanno ispirato nella vita. Qual è fra questi un brano che tu avresti voluto scrivere?

Il concerto è composto più o meno di 15 canzoni di cui 8-9 mie e 6-7- cover, quasi un 50 e 50.  Mi piace valorizzare i miei brani, ma fare troppi pezzi inediti rischia di annoiare, sono canzoni che non hai mai sentito prima e troppe, tutte insieme, rischiano di non arrivare bene al pubblico. Le cover aiutano a rendere più gradevole lo spettacolo e poi sono tra le prime canzoni che ho imparato a suonare con la chitarra. Il mio percorso da musicista si può dividere in due parti: se da una c’è molto rock, punk-rock che arrivava dall’America o dall’Inghilterra, dall’altra c’è il cantautorato italiano. Il primo era affascinante dal punto di vista dei suoni, il secondo per i testi. Quando a 15 anni sfogliavo il Canzoniere c’erano Generale, Con il nastro rosa, Mio Fratello è figlio unico… e alcune di queste mi piace sempre reinterpretarle in chiave più rock, dando una mia impronta.  E forse la risposta alla tua domanda è proprio Generale, che faccio da 5 anni in tutti i miei concerti ed è un pezzo che non mi stanco mai di proporre.

E poi riproporre la musica d’autore è anche un buon modo per farla riscoprire al pubblico giovane, che spesso immaginiamo disinteressato e invece non viene probabilmente coinvolto con le chiavi giuste.

Sono d’accordo e ti racconto una storia a questo proposito. Qualche tempo fa sono stato avvicinato da un ragazzo di 20 anni, siciliano, che ha denunciato dei brogli ed è stato lasciato solo, come accade spesso quando sveli verità scomode. Lui abita a Villabate in provincia di Palermo, un paese purtroppo coinvolto in moltissimi giri mafiosi. È venuto a raccontarmi la sua storia e sulle prime mi sono chiesto un po’ cosa potessi fare io per lui. E lui stesso, pieno d’energia e coraggio, mi ha ricordato il potere della musica, dello scrivere canzoni. Mi sono fatto trascinare da lui e dalla sua storia e ho scritto pochi giorni dopo la canzone Il silenzio è dolo, per sottolineare quanto è stato doloso il silenzio delle persone intorno, che hanno lasciato da solo qualcuno che ha avuto il coraggio di denunciare cosa non andava. Poi lui ha scritto un libro sulla sua storia e siamo andati in giro per le scuole a raccontare la sua esperienza, con me che portavo la mia, cantavo qualche pezzo. E l’interesse dei ragazzi mi ha fatto capire che la generazione giovane è pronta al contenuto, ma che per poterglielo trasferire bisogna usare il loro linguaggio.

Cosa ne pensi del cantautorato italiano moderno?

La scena di oggi è molto vivace, erano un po’ di anni che secondo me non c’era una scena così viva. Ci sono molte cose che mi piacciono: dal cantautorato più classico proposto da Mannarino all’irriverenza di Calcutta, alcune cose di Gazzelle le apprezzo molto e poi all’interno del rap, che di solito è un mondo che mi arriva un po’ meno, mi piacciono molto e invidio anche un po’ la capacità di scrittura di Willie Peyote e Dutch Nazari.  La discografia, invece, trovo sia un po’ allo sbando, non si vendono più i dischi. Lo streaming non ha sostituito a livello economico quelle che erano le vendite fisiche e quindi le case discografiche non hanno modo di far crescere un artista. Una volta sceglievi un cantante e gli facevi un contratto per tre dischi, credevi in quell’artista, e gli concedevi la possibilità di crescere. Sai, non sempre azzecchi il periodo giusto, l’immagine, il pezzo giusto. C’erano più soldi da investire, ora ce ne sono meno e le grandi etichette investono su un singolo, se non va, la collaborazione finisce. È venuta meno l’idea della costruzione dell’artista, la musica è diventata un po’ più usa e getta. I percorsi di crescita dal basso li tentano le piccole realtà, ma in linea generale la crisi musicale dipende, secondo me, da un introito economico minore e l’incapacità di investire su progetti a lungo termine.

La figura del talent scout è stata un po’ sostituita dal talent show, che passando per la tv consente anche un giro economico maggiore. Tu cosa ne pensi di questo fenomeno?

 Penso che sia una bellissima opportunità perché hai la possibilità di farti vedere in tv per diversi mesi e far vedere quanto sei bravo a cantare e che artista puoi essere. È una possibilità in più, ma per me è “una” tappa e non “la” tappa e deve arrivare dopo un certo percorso, una serie di step, anche un po’ di dischi autoprodotti in casa, dopo che hai suonato nei pub con gli amici… Insomma per me bisogna arrivare al talent quando hai già messo a punto un tuo percorso di scrittura e sai che artista vuoi essere, a quel punto il talent è un bell’amplificatore che ti permette di arrivare ad un sacco di gente. In quest’ottica la cosa per me ha senso e mi piace.

 Come descrivi la tua musica in tre parole?

Solare, energica e da viaggio, che è sempre un concetto che mi piace, la musica quando sei in macchina, in treno, dà una vibrazione in più.

Se volete ascoltare Marco Ligabue dal vivo, le prossime date del Sarà Bellissimo Tour sono:
20/09 Ischitella (FG)
21/09 Sesto Campano (IS)
22/09 Carrù (CN)
24/09 Villafranca Piemonte (TO)
30/09 Noha (LE)
01/10 Selegas (SU)
07/10 Fico (BO)

Chiudiamo con una fotogallery realizzata durante il concerto di Marco Ligabue a Corsico (Mi) da Carlotta Passoni:

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Nata a Foggia in un’estate di notti magiche in cui si inseguivano goal, a 19 anni parte prima alla volta di Roma per poi approdare a Milano. Ha iniziato a 20 anni a collaborare con riviste cartacee o web scrivendo principalmente di musica e spettacolo. Parla tanto, canta, suona (male), insomma pratica qualunque attività fastidiosa vi venga in mente. Per evitare di snervare eccessivamente chi le è vicino si è “sfogata” al microfono collaborando con alcune radio web e locali. Medaglia olimpica di stage non retribuiti.

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