Loredana Berté: «Rivendico il diritto alla libertà e alla follia»

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«Il mio nuovo disco si chiama LiBerté, perché rivendico il diritto alla libertà e alla follia». Ha esordito con queste parole Loredana Bertè, ieri, per presentare alla stampa il suo nuovo album di inediti, che arriva a ben tredici anni da BabyBerté. Un album il cui “significato complessivo” è ben evidente a partire dal titolo, appunto, ma anche dalla copertina: «È il mio manifesto. Sono io con una camicia di forza. Ma quella camicia di forza me l’avevano messa davvero, diversi anni fa, dopo che avevo sfasciato la portineria della mia casa di Milano. Ero esasperata per i continui lavori, per il continuo rumore di trapani, e allora ho distrutto tutto. Poi sono venuti a prendermi in 15, mi hanno messo la camicia di forza e mi hanno portato in un ospedale psichiatrico. Ci sarei rimasta volentieri, almeno lì non c’erano rumori, ma hanno deciso di rispedirmi a casa».

L’album si compone di dodici canzoni, tutte “bertizzate”, come ama ripetere lei. «Mi sono rifatta al pop, al rock e al punk. Gira ancora è un chiaro omaggio ai Ramones. Li ascoltai tantissimi anni fa in un locale di New York e rimasi folgorata. D’altra parte, sfido chiunque a trovare un cantante che non abbia visto. Gli italiani? Ho visto Banana Republic ottocento volte. Gli stranieri? Ho passato giornate intere all’Adriano. Ho preso pure tante botte da mia madre, per questo. Ma che me ne importava? Io andavo a vedere John Lennon! Una volta con Mimì sono stata a un concerto dei Crosby Stills Nash & Young. Siamo arrivate a Wembley con l’autostop. Lei li adorava. Ci siamo dirette verso il palco e abbiamo incontrato David Zard, che ci ha procurato due pass. Siamo rimaste nel backstage dalle 14 a mezzanotte. C’erano anche Bob Dylan e Joni Mitchell: entrambi sono saliti sul palco a cantare. E poi Crosby, Stills, Nash e Young: separati, ognuno a eseguire il proprio disco per intero. Ancora un nome? Bob Marley. L’ho visto dieci sere di seguito. Ero in Giamaica, a Kingston. Ho seguito una fiumana di gente, per caso mi sono ritrovata in uno stadio e davanti a me c’era questo ragazzo con i rasta e mi sono chiesta: “Chi è questo? Questo è Dio!”. Lì mi sono convinta dell’esistenza di Dio». Convinzione che, tuttavia, si sarebbe infranta di lì a poco: «In quel maledetto venerdì notte del ’95. Credo che la vita sia una sola e sia breve. Purtroppo non c’è un girone di ritorno come nel calcio: sarebbe bello se ci fosse, per ricominciare da capo, senza commettere gli stessi errori, per dire “ti voglio bene” fino alla nausea. Ho tanti rimorsi che il tempo non cancella. Per me è come se quanto successo quel venerdì fosse accaduto ieri. E io sono disperata, perché Mimì mi manca sempre, disperatamente».

Una storia che, necessariamente, si intreccia anche con la vita di questo album. A partire dalla sua introduzione, cantata da un coro di bambini: «È nato tutto grazie a un maestro di Roma, che ha ripreso uno dei suoi bambini perché aveva accusato un suo compagno di classe di “portare sfiga”. E allora questo maestro, giorno dopo giorno, ha raccontato loro la storia di mia sorella, sotto forma di favola. Questi bambini, insieme ai loro amici, oltre ad aver capito il significato di quella storia, hanno iniziato a seguirmi: cantavano Non ti dico no, mi mandavano dei disegni, dei messaggi, obbligavano le loro mamme ad accompagnarli ai miei concerti. È per questo che ho deciso di aprire l’album con le loro voci. È un nuovo pubblico che ho acquisito e ne sono felicissima: i bambini sono come una tela bianca su cui disegnare qualsiasi cosa bella, con la sicurezza che la riceveranno e la capiranno subito».

Tra gli autori coinvolti nel disco, anche Ivano Fossati: «Erano trent’anni che non cantavo una canzone firmata da lui. Mi mancava l’autore, ma mi mancava soprattutto l’amico. Sapevo che non scriveva più per nessuno, ma ho fatto un tentativo e gli ho mandato una lettera. Lui mi ha risposto con Messaggio dalla luna: un vero gioiello». E poi, altra firma importante, quella di Gaetano Curreri: «Ha scritto due canzoni per me: Una donna come te, pezzo in cui mi rivolgo a una ragazza giovane, provando a darle dei consigli sulla base del mio vissuto. E poi un altro». Che non è nel disco. Quindi Sanremo: «L’anno scorso avevo proposto Babilonia. Quest’anno ci riproverò sicuramente. Voglio andare al Festival: “rompere le scatole” cinque sere di seguito con la stessa canzone. Finora, tutte le mie partecipazioni a Sanremo, per un motivo o per un altro, non sono state soddisfacenti: ho voglia di fare un Festival come si deve». E allora, parlando di televisione, l’argomento ormai evergreen: i talent show. «Sono stata ad Amici per tre anni, perché è una trasmissione completa e da cui sono usciti alcuni artisti di talento. Se lo rifarei? È possibile. Da parte mia non c’è una chiusura. Anzi, se dovesse ricapitare – e penso che ricapiterà – proverei volentieri a rendermi utile, aiutando un artista a collocarsi sul mercato. Certo, dovrei avere gli strumenti: un arrangiatore come dico io e dei pezzi come dico io. Insomma, non certo gli inediti che i ventenni presentano alle audizioni: filastrocche che non hanno né capo né coda». Definizione all’interno della quale la Bertè colloca buona parte della musica contemporanea: «Ci sono certe cantanti che hanno vent’anni ma che sono già antiche. Di mie eredi nella musica italiana non ce ne sono. Il mio stampo ce l’aveva solo Mimì, poi è stato buttato. In giro c’è tanta musica inutile, che non so perché venga fatta. E non ci sono più gli autori di un tempo». Eppure lei, 68 anni appena compiuti, continua a ritenersi la ragazzina degli inizi: «Anzi, preferisco la mia voce di oggi a quella di quando avevo vent’anni. Più l’età avanza e più la mia voce diventa graffiante, impostata: bella!».

Eppure, parlando di giovani, non si può fare a meno di menzionare il sodalizio con i Boomdabash, che ha dato vita al successo estivo Non ti dico no: «In un primo momento mi avevano proposto un pezzo che avevo rifiutato, perché non sentivo “mio”. Il mio suggerimento è stato quello di provare a ricreare un sound reggae simile a quello di …E la luna bussò. Loro hanno accettato la sfida e mi hanno fatto ascoltare questo brano incredibile che, fin dal primo momento in cui l’ho cantato in studio di registrazione, mi sono resa conto avrebbe avuto un grandissimo successo». Una voglia di collaborazioni nata con l’esperienza di Amiche in Arena: «È stato dopo il concerto a Verona che ho deciso di fare questo album. È nato tutto da una vera e propria carognata che Renato Zero ha fatto a me e Fiorella Mannoia. Lei era incredula, io – visto che era recidivo – mi sono resa conto che la nostra non era una vera amicizia e con lui ho chiuso definitivamente. L’unico lato positivo di questa storia è stato che ha contribuito a rafforzare l’amicizia tra me e Fiorella (e l’amore? Sopravvalutato), che ha pensato di incidere un disco di duetti con altre cantanti: tutte amiche. E poi è arrivato Amiche in Arena, contro il femminicidio». Una “questione femminile” che, pur se in altre forme, è protagonista della contemporaneità, con i casi di molestie nello spettacolo: «Le attrici che hanno denunciato gli abusi hanno fatto benissimo e io mi auguro che quel maiale di Weinstein venga condannato, perché ha fatto qualcosa di inaccettabile. A me una situazione simile non è mai successa. Solo una volta un tizio mi ha dato appuntamento in un albergo per parlare di un pezzo. Ma io col c…o che sono andata in albergo! Io di lavoro parlo negli uffici, di giorno. Non certo a pranzo, a cena o negli alberghi. Quanto ad Asia, preferisco non dire niente, perché sono troppo coinvolta. Lei mi ha sempre chiamato “mamma rock” e anche per me è come se fosse mia figlia, le voglio un bene dell’anima».

La pubblicazione dell’album sarà seguita da un instore tour e da alcuni concerti nei teatri, già sold-out: «Prima devo fare le prove, decidere la scaletta e imparare di nuovo tutti i pezzi. D’altra parte, io i miei dischi li ascolto una volta sola. Non sono mica come Renato Zero, che ascolta solo se stesso dalla mattina alla sera», dice, lanciando un’altra frecciatina all’ex amico. «Una volta ero in macchina con lui. Stavamo ascoltando le sue canzoni e a un certo punto gli ho chiesto di ascoltare dell’altro. Non ha voluto cambiare, e allora gli ho detto di fermarsi, nonostante fossimo in autostrada, e sono tornata a Roma facendo l’autostop. Non sono più salita nella sua auto». Tornando ai concerti: «Per i sold-out con mesi di anticipo devo senz’altro ringraziare il successo di Non ti dico no, che mi hanno fatto conoscere anche al pubblico più giovane. Anche se poi ci sono alcuni siparietti divertenti che mi fanno capire che i ragazzini spesso cantano le mie canzoni senza neanche saperlo. Ad Amici tutte le ragazze intonavano “Sei bellissimo” quando vedevano qualsiasi attore. A una certa mi sono alzata e ho urlato “Oh, questa è mia!”. Loro non lo sapevano. Se mi emoziona? No. Certo, mi fa piacere, ma ormai ci sono abituata». E poi, di nuovo sul tour: «Ai concerti autunnali seguiranno senz’altro delle date primaverili. La cosa più dura sarà fare la scaletta. Ho la fortuna di poter contare su musicisti fantastici, che sanno già a memoria 81 canzoni. Mi piacerebbe fare almeno quattro – cinque canzoni del disco nuovo».

Insomma, un vortice di nuovi progetti. Eppure un sogno nel cassetto Loredana Bertè lo conserva ancora: «Doppiare un film di Tim Burton simile a La sposa cadavere. Voglio assolutamente farlo. Io ho visto tutti i suoi film e sono arrabbiatissima, perché mi avrebbero dovuto chiamare per il doppiaggio de La sposa cadavere: ha un lato oscuro che adoro».

Infine, l’ultima battuta è per Fabrizio De André. «Avevo letto Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani. In realtà l’avevo sfogliato. Un giorno il libro mi è ricapitato tra le mani e nella prima pagina lessi “Un pettirosso da combattimento”, firmato Fabrizio De André. Quell’espressione mi folgorò. Chiamai Dori Ghezzi per chiederle di parlare con Fabrizio, perché volevo avere una canzone con quel titolo. Me l’ha fatto incontrare e lui mi ha detto: “Sei tu il pettirosso da combattimento”. Continuo a esserlo».

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Nata a Venezia, studentessa di Giurisprudenza a Padova e giornalista a Milano. Classe '93. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, D.Repubblica.it e Young.it. Giornalista pubblicista, da sette anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia. Mi trovate anche su Amica.it, la Nuova Venezia, il Mattino di Padova, la Tribuna di Treviso, FoxLife, Trentino, Alto Adige, DireDonna e Italpress.

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