Augusto Daolio, un ricordo sempre più vivo

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«Sono nato il diciotto febbraio 1947 a Novellara di Reggio Emilia, nel cuore della notte mentre freddo e brina duellavano con rami secchi di pioppi e tigli. Sono nato al caldo e mi hanno chiamato Augusto, come un nonno che non ho mai conosciuto. Il cognome Daolio mi è stato dato da un uomo semplice e a suo modo dolce e complice. Dall’età di sedici anni canto in un gruppo che si chiama Nomadi, scrivo canzoni e giro il mondo. C’è un altro mondo dentro di me che racconto con il disegno e la pittura, lo faccio da parecchi anni e alberi, rocce, cieli, lune, ombre e altro popolano questi miei racconti. Ho lo studio a Novellara in via de Amicis, il numero credo sia il quarantaquattro, non ho il telefono ma montagne di libri e di oggetti».

Così amava descriversi Augusto Daolio. Per me, un ragazzo che ha da poco compiuto 30 anni, è difficile parlare di Augusto, perché quando se ne è andato, 26 anni fa, di anni ne avevo semplicemente 5.
Nonostante ciò, essendo cresciuto a Pane e Nomadi, la sua presenza è stata così intensa che faccio fatica a pensare di non averlo mai incontrato. Per anni, ai concerti dei Nomadi, si percepiva la sua presenza e sembrava che la sua mano guidasse letteralmente la band.

Augusto è uno di quegli artisti che capitano poche volte in una generazione: dotato di una voce riconoscibile fin dal primo ascolto è stato anche un pittore molto considerato ed un poeta. Ma quel che lo ha trasportato direttamente nell’“eternità” non sono le sue doti artistiche, non solo quelle almeno. Ciò che lo ha reso un personaggio unico è stata la sua semplicità, il suo carisma, il suo cuore, il suo voler essere sempre dalla parte del pubblico, del suo pubblico.

Gli aneddoti, sotto questo aspetto, si sprecano. Tra tutti amo citarne uno in particolare: agli inizi degli anni ’90, dopo 10 anni in cui i Nomadi non erano letteralmente esistiti, perchè abbandonati dalla casa discografica ed erano vivi solo grazie ai concerti ed alla passione dei fan, erano tornati in auge, grazie al disco Gente come noi.
Una volta, parlando di questo ritrovato successo, il volto di Augusto diventò scuro. A chi gli chiese come mai avesse negli occhi questa tristezza apparentemente immotivata, disse che il motivo era che «tutti quei grandi artisti che girano scortati dai Carabinieri a me mettono una grandissima tristezza perché se dovessi vivere senza il contatto del pubblico preferirei smettere». In queste poche parole credo ci sia tutto ciò che rende speciale un simile personaggio. La sua umiltà, la sua semplicità, quel desiderio di rimanere sempre in mezzo alla gente, sono stati, per anni, il manifesto dei Nomadi. Pur malato da tempo, quando tutti sapevano che la malattia lo avrebbe portato via da lì a poco, non smise mai di fare concerti, ma rimase sempre con la sua gente. Al suo posto.

Si può proprio dire che a distanza di 26 anni da quel maledetto 7 ottobre 1992, il suo carisma non ha smesso di brillare.

E pur non avendolo mai conosciuto, come ogni anno, lo sento sempre di più.

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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