I Segreti firmano il loro debutto: «Con “Qualunque Cosa Sia” arriviamo in punta di piedi»

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Nati a Parma nel 2013, dopo il loro EP omonimo autoprodotto nel 2015, I Segreti esordiscono con il loro primo album Qualunque Cosa Sia, uscito il 12 ottobre per Futura Dischi. Gli anni di gavetta sono palpabili e si percepiscono nel loro sound fresco e immediato, ma non per questo banale o scontato. L’incontro fra cantautorato e arrangiamenti pop che si manifesta negli otto brani del debutto, da vita a un pop italiano made in Parma che si nutre sì dell’immaginario collettivo di una scena musicale ampiamente popolata come quella dell’indie, ma che non teme eccessivamente i confronti.

Per Angelo Zanoletti (voce e tastiere) Emanuele Santona (basso) e Filippo Arganini (batteria) si tratta di un esordio che “arriva in punta di piedi e non ha pretese”.  

Abbiamo intervistato Angelo per parlare del loro debutto e di molto altro.

Eccoci qui con il vostro album d’esordio Qualunque Cosa Sia uscito il 12 ottobre. Il grande successo del brano L’Estate Sopra di Noi lo ha anticipato, ora ci siamo: cosa vi aspettate da questo esordio? 

Cerchiamo di non crearci delle aspettative, perché il disco in sé nasce in punta di piedi, essendo il primo che facciamo ma anche in virtù della storia del disco stesso, che originariamente doveva essere un EP di 6 pezzi. Non ci siamo prefissati dei traguardi incredibili. La cosa che ci interessa è che il disco piaccia e che piaccia la nostra intenzione di fare musica, ma soprattutto di piacere ai live, che è la cosa più importante.

Mentre nel vostro primissimo EP troviamo dei brani come Cecilia in Volo che trasmettono quell’atmosfera del cantastorie, del narratore onnisciente, i testi di questo album hanno tutti un “io narrante”, dove l’introspezione gli fa da padrona. C’è un motivo particolare per cui avete scelto di preferire questo stile?

Non c’è un motivo particolare per il quale abbiamo cambiato scrittura. È stato un processo naturale. Crescendo ti allontani dalle cose che hai già fatto e quindi si cambia anche la modalità e il tipo di scrittura. Anche se poi i testi restano introspettivi in ogni caso, il ché si aggancia al nostro nome, I Segreti appunto, che vuole rappresentare il comune denominatore di queste canzoni, dando l’idea di qualcosa di recondito, nascosto. C’è un io che parla di tutti.

Sì, di temi vicini a noi. Quasi una sorta canzone generazionale…

Questo credo sia un termine un po’ esagerato, ma sono d’accordo con il senso più ampio dell’esperienza comune.

Veniamo al testo di Bologna. In effetti molti cantautori e artisti dedicano delle canzoni quasi d’amore alle città come entità a sé stanti, spinti da emozioni particolari che li legano a quei luoghi. Cosa ti ha spinto a scrivere quel brano?

Bologna, città bellissima in cui sono stato più volte perché avevo una ragazza che abitava lì. La canzone non è autobiografica, ma ho usato Bologna come meta, come sfondo per questa storia d’amore finita. La scelta di questo sfondo non è tanto dovuta al legame con i vari cantautori, ma piuttosto al suo legame con la gioventù. Ambientare una storia d’amore in quella cornice è sembrata una scelta coerente.

L’identità visiva nei vostri video, specialmente nell’ultimo girato per L’Estate Sopra di Noi, è molto forte, legata a immagini vintage. Come curate il progetto a livello creativo?

Sì, ci sono immagini senz’altro retrò, anni ’70 e ’80. Il video per L’Estate Sopra di Noi è stato fatto con Nicholas Mottola che ci ha indirizzati sulla base delle nostre idee.

Ci sono già delle idee per il prossimo video?

Sicuramente ne parleremo, ma per ora non sappiamo nulla di preciso.

Parliamo della definizione “Indie”, attribuitavi ultimamente quasi “ufficialmente” se vogliamo, essendo  presenti all’interno della playlist Indie Italia su Spotify ed essendo addirittura stati la copertina della playlist. L’Indie, una scena musicale molto viva e che pullula di artisti sempre più popolari. Qual è lo stereotipo legato a questa corrente musicale, che rifiutate e che non vorreste venisse attribuito a voi?

Chiaramente nel disco si percepiscono le influenze dei gruppi più attivi negli ultimi anni, perché si tratta di musica che comunque hai ascoltato. Il difetto è quello che sembra venga percepito tutto in maniera indifferenziata, dove uno vale l’altro. Noi ci auguriamo di non finire in un calderone indifferenziato, anche se poi magari ci finisci lo stesso, ma sarebbe bello comunque potersi riconoscere.

Quale potrebbe essere l’elemento che più vi distingue e distanzia da questo stereotipo?

Sarebbe più interessante se ce lo dicesse il pubblico stesso, altrimenti rischiamo i cinque in faccia dicendo ora qualcosa che potrebbe non venire percepito affatto (ride).

Come ultima domanda ti chiediamo: così come il sale e il pepe sono le spezie indispensabili in una cucina che si rispetti, qual è l’album che non dovrebbe assolutamente mancare nella collezione del musicista perfetto?

Per me è l’album omonimo di Francesco De Gregori. Il suo primo album. Si tratta di un punto di vista soggettivo naturalmente, ma essendo stato un disco molto importante per me, lo consiglierei a tutti.

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Classe '86, nata e cresciuta in Germania come immigrata italiana di seconda generazione. Dopo il liceo si è trasferita a Roma per studiare lettere, poi a Venezia e infine a Milano per lavoro.

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