I confronti sono utilissimi. Sempre. Nella storia dell’arte di più: sono indispensabili. A Boston nel 1958 venivano proposti insieme in una grande mostra di analisi e raffronti I tre maestri del XX secolo. Picasso, Matisse, Beckmann. Dei primi due sappiamo tutto, ma Beckmann? Beckmann, chi era costui? Lo diranno in molti, perché l’artista tedesco non è affatto noto in ambito italiano. Sono passati più di vent’anni dalla sua ultima mostra italiana e una marea di artisti nei nostri occhi. Eppure Beckmann è stimatissimo al di là delle Alpi, dove è considerato uno dei maggiori talenti a tutto tondo del XX secolo.

Viene perciò a proposito – anche perché parallela a quella milanese dedicata al suo abituale contraltare: “il Picasso germanico” è stata una definizione che lo ha spesso accompagnato – la mostra appena aperta a Mendrisio (Canton Ticino, appena oltre il confine con la Svizzera), che permette una rivalutazione quanto mai necessaria di questo personaggio multiforme e geniale.

Marina a Noordwijk (Cavaliere sulla spiaggia), 1946

Non solo pittore, anche grafico, disegnatore, scultore, l’artista tedesco ebbe un percorso di vita che attraversò tutta la prima metà del secolo scorso, pieno di variegate vicende personali. Nonostante non sia stato accettato all’Accademia d’Arte di Dresda, era già celebrato a inizio secolo (la sua prima monografia fu pubblicata nel 1913, lui non ancora trentenne), ma l’esperienza della Grande Guerra lo colpì drammaticamente.

Infermiere volontario fu travolto dall’“inferno” e dalla “notte” (titoli spesso usati per opere successive) di quel massacro, che ne ebbe cambiata tutta la tavolozza e l’ispirazione, passando da un postimpressionismo luminoso a un espressionismo interiore e tormentato. Max inizia quella “ricerca della profondità” che lo impegnerà per il resto della vita, intesa sia come colpo d’occhio sulle sue opere sia come ricerca interiore e psichica, tutta tesa alla raffigurazione di quel ponte che inevitabilmente c’è tra il dato fisico, reale e l’invisibile, l’“inconosciuto” più che l’inconscio.

Di nuovo accarezzato dall’onda del successo, grazie alle grafiche, raccolte in buona parte in alcuni drammatici portfolio, e a uno stile più luminoso e fauve negli anni 20, è di nuovo scaraventato nella sofferenza e nella dimenticanza dal regime nazionalsocialista, che etichetta la sua opera tra la bandita “arte degenerata” – diverse sue tele entrano nel catalogo della paradigmatica (in negativo) mostra itinerante così titolata del ‘37, che doveva essere didattica (sempre in negativo) per il popolo tedesco – e lo costringe all’esilio.

Paesaggio con mongolfiera, 1917

Confinato per una cupa decade ad Amsterdam, lui che amava viaggiare, l’Italia, Parigi, il bel mondo, i cabaret, si incupisce ancora, rabbuia i colori, i neri, le inquietudini, i temi. Infine saranno gli Stati Uniti a dargli la serenità degli ultimi anni, docente a Saint Louis e New York, apprezzato tanto da avere opere nelle maggiori collezioni. Compreso l’autoritratto che stava andando ad ammirare al Metropolitan Museum, quando, nel 1950, fu colto da un infarto nel mezzo di Central Park.

Beckmann visse sempre in bilico e così si espresse, inseguendo la bellezza e la ferocia, l’attualità e l’enigma, la volubilità del mondo e la ricerca di sé. Così ce lo mostra la ricca (oltre 100 opere, ben suddivise tra tele, acquerelli, grafiche e due delle sue otto sculture) retrospettiva ticinese, che riesce a farci cogliere le diverse sfaccettature di un artista che molti ritengono esemplare dell’arte novecentesca.

Gli autoritratti, sia interi sia “nascosti” alla Hitchcock, le nature morte quasi architettoniche, gli interni dai disomogenei piani spaziali, certe enigmatiche composizioni allegoriche, i mazzi di fiori “significanti”, le figure femminili e maschili di evidente plasticità, i paesaggi dal sapore autobiografico definiscono una personalità tormentata ma vivacissima, ricca di quella energia vitale e di quel dinamismo profondo necessari a squarciare l’enorme velo della bizzarra e assurda realtà che copre lo strepito di ignoti spiriti oppure ad aggrapparsi al dato sensoriale, come unica salvezza dalla follia.

Natura morta con tavolozze, 1944
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Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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