Ermal Meta si è raccontato a RaiDue: di chitarre, sogni, eroi di cemento e mare

Tra i protagonisti della quarta puntata di "Eroi di strada", l'artista italo-albanese racconta la sua città in un viaggio nostalgico e insieme proiettato al futuro.

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Ermal Meta

Periferia. Etimologia dal latino: circonferenza. Etimologia dal greco: portare intorno. È la parola stessa a suggerire un senso di circolarità, di chiusura, di apparente immobilità, di un costante ritorno al punto di partenza, non importa quanto sia stato faticoso percorrerla tutta, quella circonferenza. Eppure, al contempo, c’è anche il senso del portare in giro, del viaggiare per scelta e poi tornare per natura. Con un bagaglio in più, mai uguali a come s’era partiti, pronti a condividere le proprie scoperte con chi è rimasto, con chi non se l’è sentita, con chi di quella circonferenza a volte prigioniero lo è davvero. Pronti a imparare così a essere più liberi. Insieme.

Ma cosa si porta in giro chi in una periferia nasce, cresce o semplicemente si ritrova a vivere per una qualsiasi circostanza? Cosa spinge il suo sguardo oltre quella linea curva? Cos’è che porta a casa con sé quando torna lì, nel luogo dal quale era partito? E cosa motiva chi sceglie di non andar via? Sono queste, le domande alle quali il programma Eroi di strada, condotto dalla giornalista Ilenia Petracalvina e in onda su RaiDue in seconda serata per quattro mercoledì, tenta di dare una risposta, attraverso i racconti di artisti e persone cosiddette “comuni” che nella periferia delle grandi città hanno ben salde le proprie radici e che di quelle radici  non possono fare a meno d’ascoltare il richiamo, che abbiano scelto di restare ben ancorati al terreno che le ha nutrite o abbiano preferito diramarsi in direzioni le più diverse, frutti comunque grati a una terra che non sempre lo è stata e lo è altrettanto.

Così, dopo Roma, Napoli e Milano, raccontate attraverso lo sguardo e le voci di protagonisti quali Fabrizio Moro, Ultimo, Enzo Avitabile, Gianluca Grignani, è il turno di Bari: a rileggere col filtro della propria anima e del proprio vissuto crepe e raggi di sole di una città complessa, sono Renzo Rubino, stella emergente del cantautorato italiano, Giò Sada, vincitore di X Factor nel 2015 e anch’egli stimato cantautore, e Vladimir Luxuria, donna dalle mille vite, attivista, artista, parlamentare, scrittrice. E poi Ermal Meta.

La storia di Ermal è certamente ancor più peculiare rispetto a quella dei suoi “colleghi di puntata”, perché lui un uomo di periferia lo è due volte: nato a Fier, in Albania, nel 1981, arriva in Italia nel 1994, proprio a Bari, e lì si ritrova, con la sua mamma, un fratello e una sorella, a ripartire da zero. O quasi: Ermal ha solo 13 anni, ma nei suoi occhi c’è già molto di più delle screziature del mare che l’ha portato verso una sorte nuova. Ci sono i colori di quel mondo che era il suo, i primi che ha visto e che poi è stato costretto a lasciare; ci sono incontri e suoni e impressioni e ferite e abbracci. E le note, le note strane, le più incomprensibili e dolci, quelle suonate dalla mamma, talentuosa violinista, e da lui stesso, innamorato di un pianoforte dalla prima volta che, un po’ per sbaglio, un po’ per gioco, un po’ per sfida, ci ha poggiato su le sue dita di bimbo. E però anche quel piccolo zaino pieno di ieri diventa pesantissimo da portare, quando ogni certezza resta poco più che una foto impressa a metà strada tra le palpebre chiuse e un cassetto dell’anima e ciò che quegli stessi occhi vedono, quando si riaprono sull’oggi, è un quartiere diverso, una panchina diversa, un compagno di giochi diverso, un pallone diverso. Diversi. Come lui, come loro, “gli stranieri”, quando a guardarli sono occhi molto meno limpidi dei suoi, dei loro. Un’altra battaglia da combattere.

Ardua? Sì. Impossibile? No. Ermal afferma che, quando sono arrivati in Italia, per un po’ la sua mamma si è ritrovata a lavorare come collaboratrice domestica nelle grandi, ricche case di città. Quelle che sembrano venute fuori da un film. Quelle che colpiscono l’immaginazione di un ragazzino e che lo portano inevitabilmente a fare paragoni con il suo piccolo mondo di cemento claustrofobico e sbeccato. Invidia? Rancore? No, di nuovo. È stato meglio così, dice. Perché da quel paragone è nata solo una potente, viscerale spinta a sognare più forte, con più fame, più grinta, più coraggio, forse persino più incoscienza.

Così, col tempo, angoli, panchine, palloni, volti, sono diventati amici, consuetudine, casa. Gli sguardi aspri si sono addolciti e quelli che non l’hanno fatto sono stati offuscati da quel sognare irrefrenabile, sfacciato, che porta a superare i propri limiti quasi senza capire come: il talento ha sconfitto la paura, il muro contro il quale le spalle hanno cozzato è diventato propulsore, la volontà ha scavato nel cemento, rivelando il sentiero alla volta del futuro. Accidentato, impervio, pieno di curve e cigli pericolosi. Ma che è lì, a un passo, sempre. Anche quando è nascosto da un cassonetto mai svuotato, dai panni che svolazzano disordinati fuori dalla finestra, dalle parole ingannevoli di chi coarta volontà giovanissime e già fiaccate dal buio di speranze apparentemente troppo distanti. I luoghi non ti limitano, dice Ermal. Sono i tuoi pensieri a farlo. È solo dall’intensità della loro luce che dipende la tua capacità o la tua incapacità di scansare gli ostacoli, di misurare i passi e lo sforzo, di non perdere mai di vista il traguardo.

Così, tra le chitarre del negozio presso il quale è di fatto partito nel 2007 il viaggio del primo gruppo che ha visto Ermal come frontman, La Fame di Camilla (il bassista, ancora attuale membro della band che accompagna l’artista nella sua avventura da solista iniziata nel 2016, Dino Rubini, era commesso del negozio stesso, mentre gli altri due componenti de La Fame, Giovanni Colatorti e Lele Diana, hanno risposto a un annuncio che Ermal ha affisso alla porta del locale commerciale), Meta ribadisce che un sogno costa fatica e costa altrettanta fatica spiegare quanto significhi per chi brama di realizzarlo, ché ciò che la nostra anima ci detta parla una lingua che solo noi siamo in grado di capire. Eppure è l’unica lingua nella quale potremmo esprimerci. Una lingua ardua da imparare in un mondo che è una Babele cacofonica e distratta, ma che una volta appresa, risulta non contaminabile, tenace come la ginestra leopardiana.  E poi Ermal racconta, con la passione per tutto ciò che è umano e la profonda empatia che lo contraddistinguono da sempre, perché la popolazione del Sud gli è così cara: «Trovo estremamente d’ispirazione persino camminare per strada, perché vedo tanti supereroi. Vedo persone che resistono. Vedo persone che resistono alle difficoltà, che resistono anche banalmente al sole, al caldo; che resistono a pregiudizi, che resistono a un modo di vivere, a delle differenze che stanno negli occhi di altri. Essere del Sud è un po’ come essere dei supereroi». E cosa si può fare perché a questi supereroi sia concessa una tregua dalle loro imprese, così che possano finalmente condurre una vita normale? «(Le periferie) hanno bisogno che l’occhio dello Stato non si giri dall’altra parte; hanno bisogno di attenzioni; hanno bisogno che i politici non si facciano vedere soltanto in campagna elettorale. E hanno bisogno che gli vengano date delle possibilità», afferma Meta, senza retorica né buonismo biascicato.

E di fronte al mare che ventiquattro anni fa è stato battesimo di una storia da scrivere e oggi è culla di pace e contemplazione, ma anche specchio capace di ridimensionare e definire, a Ermal viene chiesto cosa sogna, ancora, un eroe che dei suoi sogni ha fatto vita. La risposta può essere solo una: riuscire a tenersi stretto quanto più a lungo possibile quel posto nel mondo che sente d’esser stato abbastanza bravo e fortunato da trovare. La circonferenza si è aperta per lasciarlo uscire, ma si chiude a riabbracciarlo ogni volta che la nostalgia lo riporta a riempire orme ogni volta più pesanti, eppure più leggere. La periferia è il portare in giro che Ermal si porta in giro, nel suo sguardo perennemente in viaggio: uno sguardo che si fissa sinceramente concentrato sul suo gemello dirimpetto, poi scappa lontano a inseguire pensieri e spolverare ricordi, poi torna a casa. Anch’esso. Perché sì, “gli occhi van lontano, molto più degli aquiloni”, quando si decide di prender vento “e navigare in mari sconosciuti”, ma alla fine il desiderio è uno solo: “ripartire ancora verso te”. Verso il pezzo di sé che si lascia incastrato tra un quaderno di scuola e una strimpellata imperfetta, tra un vicoletto e la facciata di un teatro, tra un’onda e una promessa. “Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai”, le stelle che sembravano imperturbabili nel cielo dei suoi sogni di bambino, i sogni “legati a un cuscino”, che sapevano di felicità immediata e di tempesta. Ermal le sue stelle le ha cambiate. Non solo le sue, probabilmente, perché la potenza della Musica, la Musica profumata e incrostata di vita, può diventare straordinario, imprevedibile motore di piccole (e) grandi rivoluzioni. Però Ermal quel cielo lo ama ancora. Glielo si legge negli occhi. Gli occhi che, quando lo guarda, davvero tornano bambini. Tornano a casa.

Qui è possibile riguardare la puntata integrale di Eroi di strada.

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Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più sulla vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

2 COMMENTI

  1. Ermal è la dimostrazione che con la determinazione,il coraggio e tanto studio,i sogni si realizzano.
    Complimenti a questo cuore d’oro.

  2. Bellissimo testo, pieno di poesia! Ermal merita tutto! Anche non è stato detto in questa nota, tutti i fans sappiamo sul dolore che lui ha sofferto a causa di suo padre, e come grazie alla sua volontà e al suo talento ha superato tutto. Siamo felici del suo successo. Complimenti per questo testo.

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