La diseducazione di Cameron Post

Ovvero, come curare l’omosessualità con la preghiera coatta

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La diseducazione di Cameron Post
di Desiree Akhavanon
con Chloë Grace Moretz, John Gallagher Jr., Sasha Lane, Forrest Goodluck, Jennifer Ehle.
Voto 7 meno meno

Cameron Post è un’orfana che vive con una zia ossessionata dalla Bibbia. Ama un’altra ragazza. Viene beccata a fare sesso in macchina con lei e viene mandata dalla zia in un centro in cui in cui l’omosessualità è “semplificata” in “peccato” e quindi “curata” con una dose intensa di letture bibliche e preghiere. I “guariti”, tornati all’eterosessualità sotto la guida di una terapeuta religiosa (il cui primo paziente era stato suo fratello), assistono i “malati” per rieducarli, o “diseducarli”. Una clinica religiosa, una violenza solo verbale o comportamentale (mai fisica), la negazione della libertà e (davvero strano), solo ragazzi o solo ragazze nella stessa camera. Il classico microambiente in cui prima o poi la miscela deve esplodere e la scintilla, in parte, scaturisce dell’ingresso dell’elemento non remissivo (Cameron) che scopre subito che God’s Hope, La speranza di Dio, è in realtà un paradiso di omosessualità clandestina in una sfera di senso di colpa. La rivelazione (qualcuno anche fuori dal cinema dovrebbe tenerne conto) è che i cosiddetti terapeuti non hanno la minima idea di cosa stanno facendo e con tutta probabilità hanno costruito un monumento alla loro paura dell’omosessualità. Il film tratta il tema oscillando tra la disperazione e una certa impossibilità a prendere sul serio   la clinica/setta che si crede santa ma non ne è sicura. Gli schemi di ingresso e di uscita sono quelli canonici del modello cinematografico “fossa dei serpenti”: o guarire, qualsiasi cosa voglia dire, o fuggire. Però la sensazione è che qualcosa sia sfuggito anche allo spettatore

 

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori

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