Senza infamia e senza Lodo

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Lodo

Ai tempi del toto scommesse sul sostituto di Asia Argento a X Factor, Lodo era già il più gettonato e infatti si è seduto al tavolo ereditando la buona squadra dei gruppi. Scelta tranquillizzante si direbbe. Si pensava che la sua faccia da bravo ragazzo e la sua ironia potesse giovare allo show. Ma per sedersi a quel tavolo ci vuole carattere, coraggio e un pizzico di strafottenza necessaria. Lodo incarna a torto o ragione l’eredità della scuola demenziale che va dal grande guru Freak Antoni passando per Elio e soci. Freak Antoni sostenne un paio di colloqui in passato per entrare come giudice a X Factor, ma non fu preso perché in parte “antitelevisivo” nel senso più conformista possibile, in parte perché avrebbe rovesciato il tavolo proponendo rock duro, punk, ironia demenziale e trasgressione. Tutta roba che non si confà al format. Lodo si è preso una bella gatta da pelare e nonostante la sua verbosità stenta a essere un giudice credibile.

È un giudice senza infamia e senza lode. Leggerino, un po’ spaesato, con un pizzico di beata ingenuità. Con i suoi ragazzi ha una buona empatia, a giudicare da ciò che vediamo nella striscia quotidiana, ma poi in studio viene sovrastato dagli altri “esimi colleghi”. Il “buonismo” non funziona in un meccanismo di eliminazioni, sangue, sudore e lacrime.

Lodo cerca di distinguersi dagli altri, senza cadere nella terminologia classica del format. Raramente usa parole come “percorso” e “attitudine” a differenza degli altri ma non ha i tempi né la sintesi del linguaggio, né l’espressione da giudice.

Ricorda un po’ la versione maschile di Levante. Occhi buoni, sorrisetto disincantato che piace più alla mamma che al figlio. È come se si trovasse in gita alla Fabbrica del Cioccolato musicale. Spaesato per forza, nonostante la sua buona volontà, perché sta in mezzo agli occhi da tigre di Agnelli, alla competenza della Mara Maionchi e alla malizia comunicativa di Fedez.

Non si spiega altrimenti l’assegnazione di una canzone di Achille Lauro alla band più rock che si sia mai vista a X Factor. Ai Red Bricks Foundation vanno dati brani come My Generation degli Who o The passenger di Iggy Pop, oppure come Un ragazzo di strada dei Corvi come ha scelto l’Argento, mica altro. Del resto è tutta roba che i ragazzi di oggi manco conoscono, per cui risulterebbe persino innovativa. Poi questa mania di “contaminare” i pezzi, con un po’ di inglese, un po’ di italiano, riscrivendo parte del testo, altrimenti detta mashup, alla fine non paga più di tanto. In due minuti devi essere una scheggia, un bignamino veloce e diretto di un pezzo, non un riassunto di 4 contenuti frullati insieme, come ha preteso Lodo con i Seveso. Insomma gran confusione sotto il cielo pop. Ha dalla sua i Boland, il trio che sembra uscito da una costola dei Massive Attack, ma sono un po’ troppo raffinati per vincere in un contesto simile.

Spiace però che la categoria gruppi paghi il conto. È la categoria più difficile e invisa ai discografici e al pubblico, perché o sei una band anglo americana o ti metti in coda alla cassa con la Fidaty in mano.

Ma la presenza di Lodo ha un merito. Fa capire che il noto “percorso” non è solo materia esclusiva dei concorrenti in cerca di gloria, ma anche degli stessi giudici che paradossalmente dovrebbero lavorare più dei ragazzi in gara.

Il meccanismo di X Factor è una macchina da guerra, un percorso da “prima linea”, di trincee, barricate e assalti frontali, mica un semplice concorso canoro come tanti. Lodo, deve mettersi un elmetto e armarsi di tutto punto, perché fare delle canzone un po’ pazze come dice lui, in un contesto simile diventa passatempo, gioco sperimentale, attività ludica, non quello che serve.

Si dirà, è solo televisione… sono solo canzonette. Mica vero. Ormai X Factor si è conquistato il ruolo dell’anti-Sanremo, altrimenti non si capirebbe perché uno come Sting si presti a cantare Message in the bottle insieme a una ventina di debuttanti intorno.

Consiglio finale a Lodo: meno Lodoteca, perché lo “Stato Sociale della musica italiana” è roba tosta.

Lodo
© Riccardo Medana
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Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

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