Notti magiche

C'eravamo tanto sceneggiati, e guarda un po’ com’è finita...

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Notti magiche
di Paolo Virzì
con Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Roberto Herlitzka, Marina Rocco
Voto: nostalgico, generoso

Mentre si giocano i mondiali di calcio di Italia 90 tre giovani finalisti al premio Solinas per la sceneggiatura convergono a Roma per la premiazione. Uno è un cialtrone toscano, effervescente, spaccone e piacione ma inquieto, uno un intellettuale meridionale troppo colto e un po’ ossessivo e la terza una ricca ragazza fragile con un padre notabile democristiano. Le loro sceneggiature riflettono tre caratteri e tre vite diverse. Tutte e tre le sceneggiature sono abbastanza inutili per il cinema vero. Il cinema vero per alcuni giorni li ingoia e li trita: incontrano avvocatesse che reggono tutti i fili, maneggioni, sfigati, faccendieri, sceneggiatori acidi dalla battuta fulminante, innamorati gelosi dell’ultimo amore della loro vita, con studi zeppi di negri che scrivono per loro notte e giorno, produttori sgangherati e disperati, le loro amanti e tutto un balletto di grandi firme che continuano a incrociarsi ciniche e disilluse tra premi, cene, convegni e patacche. Giochino: chi saprà riconosce vizi, tic, nomi storpiati e opere mascherate del tramonto dell’occidente del cinema italiano? Chi l’ha ammazzato quel cinema? si chiede Virzì. E chi ha ammazzato il produttore Giannini, re del ciarpame riciclato al cinema colto, fallito, con autista factotum ambiguo e amante strapazzata e infedele, che prima di saltare nel Tevere con la sua auto si fa immortalare in una Polaroid con i tre aspiranti sceneggiatori usati, amati, sfruttati, violentati, truffati, illusi? Come nei film degli anni Cinquanta i tre, indagati, raccontano le loro storie in un commissariato. Forse c’è troppo: i tre sceneggiatori sono l’Italia che cambia, ma sono anche omaggi concentrati: tutto in una volta C’eravamo tanti amati e La terrazza incrociate a un  rimpianto di musiche e atmosfere  felliniane in un ritratto di Roma cinematografica e decadente. Viene da pensare a uno Scola scolastico. Poi mentre il film si gonfia pensi che pecchi per troppa generosità (c’è materiale per quattro film) e per troppa presunzione di ingenuità nello spettatore: il poliziotto che come una levatrice, in una notte, insegna a vivere ai giovani sceneggiatori è una bella immagine sentimentale, da cinema di Virzì.  Ma quel cinema moribondo, in un ultimo guizzo, avrebbe messo un po’ di acido nello zucchero.

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Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori

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