Vincenzo Incenzo e l’esordio da cantautore con “Credo”: «Ci sono febbri che non vanno via»

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Ph: Roberto Rocco

Vincenzo Incenzo è uno degli autori più prolifici. Ha scritto brani intramontabili come Cinque Giorni  o L’Elefante e la Farfalla portati a Sanremo da Michele Zarrillo, e negli anni ha collaborato con i più grandi: da Renato Zero a Lucio Dalla e Antonello Venditti, da Sergio Endrigo alla PFM. La lista potrebbe continuare ancora a lungo, facendoci capire quanto sia stata fondamentale la penna di Vincenzo per il panorama musicale italiano. Una solida e apprezzata carriera, che spazia dalla canzone al teatro (sono suoi i testi dello spettacolo Romeo e Giulietta – Ama e Cambia il Mondo,  prodotto da David Zard).

Eppure “ci sono febbri” – come dice lui stesso – “che non vanno via”. Già, perché in realtà lui nasce sul palco, come cantautore al Folk Studio di Roma. La voglia di ritornare ad interpretare le sue stesse parole è stata talmente forte, che ora non ha più intenzione di fermarsi. Renato Zero, con cui collabora da molti anni, è stato fondamentale nell’incoraggiarlo ad intraprendere questa strada ed ha prodotto il suo primo disco da cantautore Credo. Abbiamo incontrato un cantautore di una rara umiltà, che dietro al suo animo sensibile cela un’enorme forza espressiva, perfettamente racchiusa nelle sue canzoni.

Il 19 ottobre è uscito il tuo nuovo e primo disco Credo. Com’è nata l’idea di fare questo disco e come mai solo ora?

In realtà si tratta di un ritorno. Ho iniziato tanti anni fa nello storico Folk Studio a Roma, dove cantavo le mie canzoni. Poi le prime canzoni come autore per Michele Zarrillo sono andate così bene, che non c’è stato più tempo di pensare a uno scenario personale. Una delle prime canzoni che ho scritto è sta appunto Cinque Giorni ed ha segnato il mio destino. In realtà non pensavo di continuare come autore e invece questa cosa mi è esplosa tra le mani. Sono passati 25 anni. Poi arrivò anche il teatro e pensavo che per me l’orizzonte dovesse essere definitivamente questo. Invece la vita ti sorprende sempre.

Hai dichiarato che la collaborazione a questo album con Renato Zero è nata spontaneamente.

Renato vuole sempre includere delle mie canzoni nei suoi dischi, forse per scaramanzia mi viene da pensare (ride). Ebbene, per il suo disco Alt (pubblicato nel 2016, ndr) aveva in realtà già completato le canzoni, ma mi chiamò lo stesso per capire se si potesse inserire anche qualcosa di mio. In effetti non avevo preparato niente, quindi ho aperto il telefono e gli ho fatto sentire una mia registrazione, fatta la notte a casa, in uno di quei momenti in cui scrivo per me stesso, senza pensare a un indirizzo a cui destinare le canzoni. Lui mi ha chiesto “ma chi è che canta?” e da lì è nato tutto perché poi mi ha proposto di produrre queste canzoni, ma cantate da me. Lì per lì  pensavo fosse una boutade, ma lui ha insistito anche per vincere una certa mia reticenza. Dopo tanti anni come autore avevo un certo pudore ad espormi in prima persona perché avevo paura di essere tacciato di presunzione o bulimia, di quello che vuole fare tutto. Poi con Renato ci siamo confrontati anche su questo aspetto e mi ha incoraggiato dicendomi che se avrei fatto una cosa autentica, nessuno avrebbe potuto dirmi nulla. È stato una specie di ombrello protettivo durante questo percorso, fino a quando il disco non è uscito.

Da lì è partito tutto e insieme avete dato forma a questo disco. Che tipo di impronta volevi dare a Credo?

In un certo senso l’impronta è stata decisa dalle canzoni. Con grande umiltà e rispetto Renato non è voluto entrare nel merito della scrittura, lasciandogli questa naturalezza. Alla fine semplicemente ho fatto “esplodere” queste canzoni attraverso gli arrangiamenti ma del messaggio iniziale, nato nella mia stanza col pianoforte, è rimasto tutto. Renato ha raccolto questo materiale e mi ha messo a disposizione un team di prim’ordine, trattando questo lavoro come un lavoro suo. Nel disco ci sono infatti dei nomi incredibili come Fabrizio Bosso alla tromba o Lele Melotti, Paolo Costa… il meglio della musica italiana. E poi, ha voluto anche battezzare il disco con questo titolo “Credo”, che in qualche modo diventa una frase- manifesto di tutte le canzoni.

Credo, quindi. Qual è il manifesto che esprime questo disco?

Credo che le canzoni possano ancora avere un ruolo sociale com’è stato in altre fortunate stagioni per i cantautori. È un momento in cui la canzone non ha più un ruolo significativo; si è persa ed è diventata accessoria a qualcos’altro che facciamo durante la giornata. Non è più motivo di riflessione, pensiero o stimolo. Mi piacerebbe che questo disco potesse essere affiancato a quel genere di canzoni che con De Gregori, Lucio Dalla e i grandi cantautori, hanno in qualche modo testimoniato il tempo in cui si sono espresse. Sono state una sorta di testimone di quelle stagioni sociali e politiche, emotive, sentimentali della gente. Il disco vuole infatti parlare alla gente, sollevare domande. Ha questa presunzione di stimolare qualche coscienza. È bello che l’arte abbia questo compito, perché secondo me è l’ultimo territorio in cui è possibile, dove non c’è controllo. Siamo in qualche modo tutti piegati a delle regole e dei dettami della discografia, le radio ecc. però ci sono ancora variabili non controllabili dove si può esprimere un pensiero originale.

Credo che si sia ingiustamente sottovalutata la forma canzone come genere d’arte, perché nel secolo scorso è stata sicuramente la forma d’arte più attendibile per raccontare il nostro tempo. Molte volte la canzone non si è semplicemente fermata a leggere il giornale di oggi, ma ha letto il giornale di domani. Grandi cantautori hanno visto in anticipo sui tempi e hanno suggerito comportamenti, mode, linguaggi, rituali. Il ruolo della canzone è stato molto più importante di quanto si creda e sentirci orfani oggi di questa cosa è preoccupante. Ho sentito il dovere di fare questo disco per la somma di esperienze accumulate con i grandi artisti. In qualche modo mi sembrava doveroso anche nei loro confronti dare un segnale, perché tutto quello che mi avevano insegnato non fosse andato perduto o semplicemente distillato nelle canzoni degli altri. Volevo lanciare un messaggio forte e mi piacerebbe continuare a farlo.

Spesso l’invito che si tende a fare ai musicisti oggi è invece“torna a fare il cantante, non la  politica”. Si è completamente perso il senso del cantautorato?

Le due cose devono andare di pari passo. Ci deve essere la comunicazione sociale o politica, poi l’artista deve fare un’astrazione. Anche il messaggio più duro deve essere veicolabile attraverso la leggerezza del canto. È quello che hanno fatto i grandi, come De Gregori o Vecchioni, le cui canzoni si cantano in spiaggia ma hanno delle tematiche a volte drammaticamente forti. Eppure il filtro della poesia ci permette di fare volare dei messaggi che sembrano inchiodati per terra.

Parlando di questo manifesto che inauguri con questo album, l’uscita di Credo è stata preceduta dal singolo Je Suis. Raccontaci questo singolo.

Ero rimasto piacevolmente colpito dopo i fatti di Parigi da questo sollevamento popolare che nasceva con questa sorta di slogan che decretava un senso di appartenenza e di empatia al problema. Poi è subentrata la sensazione che di questo slogan si sia abusato e che oggi dietro ai nostri post nascondiamo la nostra ipocrisia, la nostra rivoluzione da salotto.

È l’occasione per raccontare una società che si muove in maniera molto comoda sui grandi problemi sociali e che in nome della comodità ha completamente rinunciato alla libertà e che fa rivoluzioni che durano il tempo di un like. Faccio il paragone con il libro di Orwell 1984: due minuti di rabbia, dove la gente va in piazza, urla per due minuti e poi torna a casa rassicurata, mentre tutto rimane come sempre.

La tesi della canzone è questa, ovvero che i nostri telefoni non bastano a fare rivoluzione, c’è bisogno di una fisicità che non riguarda soltanto le rivoluzioni sociali ma anche quelle personali. È paradossale che oggi per incontrare qualcuno dobbiamo tornare a casa e chiuderci in una stanza digitale, invece di uscire. La canzone vuole sollevare il problema, con ingenuità ma anche con molta forza. Più di quello non può fare, però è già importante che se ne parli.

È questa la tendenza che si ripercuote sul cantautorato, oppure a quale altro motivo potrebbe essere dovuto questo indebolimento del manifesto della canzone?

C’è poco coraggio ora. Non c’è un pensiero lungo. È un pensare troppo breve che risponde solo all’immediato presente. Si fa un disco adesso e deve essere certo che la sua canzone abbia una vita immediata. La riflessione non è prevedibile, perché non c’è tempo. Il tempo ci è stato tolto. Io che affronto questa cosa con un’altra serenità, senza l’ansia da classifica, mi permetto di poter fare un disco come piace a me, senza ubbidire a delle regole. Ma credo anche che il linguaggio contemporaneo possa cogliere questo messaggio. Speravo che i rapper potessero raccogliere l’eredità dei cantautori. Alcuni lo fanno come Caparezza o Frankie Hi-nrg ed è un peccato che si perda questa possibilità. Oggi si guarda sempre un po’ a sé stessi e anche la canzone è diventata un selfie, un guardare a sé stessi, mentre bisognerebbe girare la telecamera verso l’esterno.

In una recente intervista riguardante l’album, hai dichiarato che Renato, producendo questo album aveva ascoltato il tuo “grido nel silenzio”. Cosa intendi con questa affermazione. Qual è questo grido?

Sono stato molto gratificato dal lavoro che ho fatto, avendo avuto l’opportunità di lavorare con grandi artisti. Ma ci sono delle febbri che non vanno via. Mi è dispiaciuto in questi anni vedere che artisti anche vicini parlano molto ma ascoltano poco, perché è insito nella figura dell’artista. Mi ha sorpreso molto che l’artista più importante, quello a cui meno è dovuto questo guardare agli altri, perché mi ha dato l’opportunità di  scrivere tante canzoni per lui, si sia invece accorto in 30 secondi di canzone ascoltate dal telefonino, che dietro non c’era soltanto una canzone ma un cantautore che voleva gridare la sua verità.

Io per natura sono uno che non grida per cui è difficile accorgersi che ho bisogno di qualcosa, però va dato merito alla sua sensibilità che ha capito che dietro quei 30 secondi ce n’erano almeno altri 30 e poi altri 30 fino a formare un album di canzoni fortemente sentite perché sono canzoni nate senza vincoli e condizionamenti, nate nella massima libertà in cui sentivo l’ispirazione vera, e mi sono potuto permettere di scriverle in tempi così, perché non avevo in vista di fare un album. Se non fosse stato per Renato non lo avrei mai fatto perché ci voleva una persona come lui per accorgersi di tutto questo. Qualcosa che avevo dentro e che pensavo che avrei potuto tenere tranquillamente lì, perché nella vita avevo già avuto tanto e quindi non dovevo lamentarmi troppo. Ma era un’esigenza che nasceva da lontano, dai miei 18 anni in cui suonavo al Folk Studio ed è strano pensare che in tanti anni era rimasta lì, ma che appena mi è stata data la possibilità di riaccenderla, si è riaccesa subito.

Alla luce di questo, cosa vedi nel tuo futuro? Hai già dei progetti come autore o sei proiettato a perseguire la tua carriera da cantautore?

In questo momento ho rinunciato a delle cose ma non perché io sia certo che tutto andrà come sogno. Semplicemente sentivo l’esigenza di concentrarmi su questo e scrivere subito altre canzoni, perché mi trovo in questo momento di grande euforia emotiva anche con gli In-Store dove la gente mi dimostra una fiducia che non pensavo, perché comunque ero una scommessa. Potevano apprezzare le canzoni che facevo come autore, ma non è un’equazione matematica che io sia anche in grado di rappresentarle. Però ho voluto concentrarmi su questo perché voglio approfittare di questo momento di grande entusiasmo per scrivere il secondo disco. Anche in virtù dell’esperienza che ho fatto con altri artisti, ovvero di non aspettare, quando c’è il momento buono bisogna coglierlo e scrivere piuttosto che celebrarsi. È importante mettere a frutto queste emozioni. Ci sono spettacoli in giro scritti precedentemente, come il musical Rosso Napoletano con Serena Autieri; è appena finito Romeo e Giulietta, il musical e ci sono cosa che ancora stanno succedendo, ma la mia attenzione ora è focalizzata su questa dimensione di cantautore.

Parlando dell’esperienza trentennale quasi, con un numero di collaborazioni foltissimo e di nomi importanti, cosa porti con te da questi anni e qual è il tuo ricordo più bello legato alla tua esperienza come autore?

Mi porto dietro questo miracolo dell’incontro con gente che non avrei potuto mai raggiungere se non attraverso i dischi. Li ho incontrati uno per uno, e mi sembra un regalo della vita aver potuto parlare con Lucio Dalla, De Gregori, Venditti, Sergio Endrigo… tutti loro sono in questo disco, perché ogni volta che ho chiuso una delle canzoni dell’album mi sono sempre posto la domanda se a loro sarebbero piaciute, cosa avrebbe detto Lucio o Sergio. Continuano a essere i miei riferimenti e anche adesso, oltre a me stesso e lo spettro di quel ragazzino che suonava al Folk Studio, ho questi riferimenti perché sono i più autentici che io possa avere. Devo dire che anche come lezione umana c’è un po’ di Lucio Dalla, un po’ di Renato Zero…tutti quelli che mi hanno accompagnato in questi 25 anni.

Come descrivi l’emozione di una collaborazione così a stretto contatto fra autore e cantante?

È un’emozione fortissima che non puoi avere il tempo di viverti perché da un rapporto completamente da fan, devi passare ad un rapporto alla pari e non è facilissimo perché poi all’artista bisogna anche dire dei ‘no’. Io mi sono trovato in difficoltà anche con Renato Zero, a dover dibattere su un testo o una parola perché era ancora troppo forte la mia dimensione di fan. È un corto circuito mentale. Stare allo stesso tavolo con una persona… Pensa che ad esempio il primo vinile che ho comprato nella mia vita è Zerofobia e adesso Renato Zero mi produce il disco.. nemmeno Hitchcock avrebbe potuto scrivere una storia del genere. È la meraviglia di questo lavoro perché crea delle cose incredibili. La bellezza che poi le cose accadono, se uno le cerca. Ogni volta che l’ho desiderato anche con tempi lunghi, ho raggiunto le cose. Evidentemente c’è una magia in tutto questo.

Essendo tu così poliedrico, quale altro ambito oltre a quello musicale ti da soddisfazione in egual misura?

Una cosa completamente scollegata che però credo abbia le stesse coordinate, ovvero l’amore, la creatività e e anche la speranza. Da parecchi anni seguo una fondazione per bambini Los Niños del mar, in Colombia. Devo dire che molte volte trovo lì la sintesi anche di tanti messaggi che si cerca di veicolare attraverso le canzoni. Questa visione positiva, il cercare la luce dove a volte non c’è. Trovo che sia una delle cose più belle e creative che si possano fare. Se devo quindi trovare un linguaggio parallelo, lo trovo lì.

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Nata e cresciuta in Germania come immigrata italiana di seconda generazione. Dopo il liceo si è trasferita a Roma per studiare lettere, poi a Venezia e infine a Milano per lavoro.

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