Jurassic TV. Tornano i format del passato

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Jurassic TV

Alla faccia del futuro e alla conquista dei giovani alla tv. Da anni i broadcast invecchiano nei contenuti e nel target di riferimento. Il pubblico della tv è sempre più anziano. A soffrirne sono soprattutto le reti generaliste, Rai in testa. Molti studi accertano che il tempo di permanenza davanti alla tv dei giovani si riduce a un decimo del tempo impiegato sulla rete.
Non solo producono e cercano altri contenuti ma modificano del tutto persino la fruizione degli stessi. Cercano format brevi, seriali, frammentati, persino non finiti. Pillole, magari anche di scarsa qualità tecnica e visiva, basta che possano essere visti frettolosamente in mobilità, in piedi, in metrò o tra un aperitivo e l’altro al pub. È il mondo del consumer usa e getta, dei flash mob, basato sull’istantaneità destinata a sparire in un nano secondo a meno che non diventi un fenomeno visuale reiterato da milioni di visualizzazioni acquistate in rete.
Così va il mondo digitale e la tv anziché adeguarsi cosa fa? Rispolvera format di decenni fa, persino risalenti alla televisione in bianco e nero, come nel caso di Portobello di Rai Uno o il più “recente” La tv delle ragazze di Serena Dandini. E Mediaset risponde con Scherzi a parte e il gran ritorno del Costanzo Show (che in realtà non si è mai fermato ).
Jurassic TVGiorni fa parlavo con Antonio Ricci di questo fenomeno super vintage e lui stesso mi ha detto: “Sapessi quante volte mi hanno proposto di rifare Drive In in questi anni, non ne hai idea”.
Ecco. La logica che sta dietro a queste scelte è una sola: anziché sperimentare nuovi linguaggi e idee si piglia un “brand” di successo del passato e lo si rispolvera. Un po’ come ha fatto la Fiat con la 500. La differenza è che mentre la 500, l’utilitaria per eccellenza, oggi è assolutamente indispensabile per la mobilità, dato che le nostre città sono iper trafficate e sono rimaste le stesse di quarant’anni fa, per cui la vettura diventa utile e contemporanea, la televisione del passato invece, non lo è.
Certo viviamo in un’epoca di coverizzazione forzata e obbligata. Consumiamo il tempo tra tribute band, cover dei talent show, sosia alla tale e quale, anniversari, ventennali, trentennali, cinquantennali come del ’68, remake di film già visti come Blade Runner 2049, etc, etc, etc. Insomma più che epoca da cover è un’epoca da ricovero.
In Italia siamo immersi nel passato e nella nostalgia al punto da non saper nemmeno immaginare il futuro. Poi vediamo sui social, video in cui in Cina si costruiscono ponti, strade, parchi in modo avveniristico e non ci sembra vero, ma invece esistono realmente. Da un punto di vista culturale e persino antropologico il nostro Paese è davvero materia da congressi scientifici. Continuiamo a perseguire il ritardo storico con una strategia impressionante.
Siamo ossessionati dal “come eravamo” al punto di far divenire “il fascismo” o “il comunismo” dei fenomeni di tendenza. Siamo un Paese museale per definizione, nel migliore dei casi, da sepolcri imbiancati.
Ci aspettiamo quindi palinsesti televisivi in cui riemergano dagli archivi tombali, format come La Fiera dei sogni, Una rotonda sul mare, Il pranzo è servito, Almanacco, Campanile sera e il Cantagiro. Se poi questi format fossero trasmessi in prima serata e magari distribuiti nelle edicole in formato VHS, ecco che il viaggio nella nostalgia avrebbe qualcosa di miracoloso.
Peraltro, anche da un punto di vista strettamente economico e commerciale, siamo sicuri che il vintage paghi? Siamo sicuri che le aziende e gli sponsors per espandersi debbano riferirsi al passato e non al futuro? Io credo proprio di no, amici.
Quindi questa ossessione del passato a che serve? Si spaccia la favola che di idee nuove non ce ne siano in giro e non ci siano neanche autori capaci. La realtà è che le idee nuove non le vogliono nemmeno ascoltare e gli autori devono solo tradurre format stranieri, non fare i creativi.
È solo paura, terribile e fottuta paura del nuovo, dell’inedito, del futuro. Tutti parlano del futuro e intanto riciclano gli avanzi a tavola. Se oggi accendi la tv, ti senti invecchiato di colpo di venti o trent’anni. Ma per fortuna l’offerta dei contenuti televisivi va oltre le reti generaliste jurassiche. Nel frattempo non ci resta che augurare agli adolescenti di intrattenersi con la realtà aumentata, i droni, gli ologrammi e chissà… magari anche con il teletrasporto nello spazio in cerca di nuovi format planetari.

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Ha iniziato a lavorare nella discografia nel 1975, collaborando tra gli altri con Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Roberto Benigni, Skiantos e Roberto Vecchioni. Per la TV, è stato capoprogetto e autore di innumerevoli programmi musicali e produttore esecutivo di molti format. Ha scritto per Antonio Ricci, Piero Chiambretti, Gene Gnocchi, Serena Dandini, Simona Ventura, Mara Maionchi e tanti altri. Inoltre ha pubblicato sei libri, tra i quali Skanzonata (Skira editore), Talent shop – dai talent scout a Talent show (Arcana), Cesate Monti, l’immagine della musica (Crac Edizioni) e Artisti in galera (Skira). È anche regista di video clip, film e documentari biografici. Ha vinto un Premio internazionale con il film Il sogno di Yar Messi Kirkuk . Attualmente è regista del tour teatrale Love & Peace di Shapiro-Vandelli. Scrivere è la sua passione.

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