Danila Satragno, la vocal coach delle star: “Dove finisce la mia voce inizia quella degli altri”

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Danila Satragno è cantante, musicista e vocal coach di grandi artisti come Jovanotti, Giuliano Sangiorgi, Ornella Vanoni, Biagio Antonacci, Annalisa, Giusy Ferreri e molti altri. La sua lunga esperienza sul campo per professionisti e giovani talenti l’ha portata a elaborare il metodo Vocal Care® con cui insegna ad usare la voce in tutte le sue potenzialità e possibilità espressive.

Insieme al mental coach Roberto Re, ha scritto Tu Sei la Tua Voce (Sperling & Kupfer): un testo che si concentra sulla voce come strumento comunicativo nella vita di ognuno di noi, non solo del cantante.

Nella nostra intervista abbiamo conosciuto una professionista appassionata della voce, che ha ancora molto da insegnare e moltissime storie avvincenti da raccontare.

Cosa significa per te il tuo ultimo libro Tu Sei la Tua Voce e a chi si rivolge un libro che a primo impatto potrebbe sembrare molto tecnico e specifico?

Teoricamente potrebbe essere anche la continuazione dei miei altri due libri (Voglio Cantare e Accademia di Canto, ndr), dove ero partita da un approccio più fisiologico; un lavoro prettamente di esercizi dedicati allo strumento voce. Dalla postura alla respirazione all’alimentazione. Con questo libro ho voluto invece sottolineare l’importanza della parte emotiva che ci governa sia quando cantiamo, sia quando parliamo e che dobbiamo a nostra volta governare per riuscire a catalizzare, affascinare e fare successo. Lavorando sulla parte cantata, ho toccato anche la parte parlata non solo dell’attore o lo speaker, ma della vita quotidiana di tutte le persone, perché tutti costruiamo relazioni con la voce. Il 38% del messaggio dipende dalla voce, solo l’8% dipende dal concetto.
Saper controllare i parametri vocali ci permette quindi una vita migliore. Dalla comunicazione fra mamma e bambino, alla comunicazione col datore di lavoro fino alle relazioni amorose: se non sappiamo usare la voce, rischiamo di non essere capiti.

A proposito dello strumento voce non solo inteso come canto, per questo progetto hai infatti collaborato con Roberto Re, mental coach. Spiegaci com’è nata questa collaborazione e cos’ha apportato al tuo libro.

Roberto aveva avuto dei problemi di fonazione, perché teneva molti stage in cui doveva parlare a lungo. Si è rivolto a me per un supporto in questo senso. Ci siamo conosciuti e lui si è innamorato del controllo della voce parlata, mentre io mi sono avvicinata al suo mondo. Siamo quindi diventati allievi l’uno dell’altro. Poi, durante un seminario abbastanza importante arrivò una ragazza che lamentava di avere molta paura di parlare in pubblico. Amava cantare ma era terrorizzata dalla platea e non riusciva a controllare la voce. Siamo riusciti con il connubio delle nostre tecniche a fare in modo che questa ragazza riuscisse a intonare correttamente una canzone davanti a 700 persone. E quindi abbiamo pensato di replicare questa cosa in questo libro.

Facendo un tuffo nel vocal coaching…ti è mai capitato di fare vocal coaching ai doppiatori? Come rientra il coaching nel doppiaggio?

Nel corso di oltre 30 anni di professione, mi sono potuta specializzare nella creazione di moduli diversi, che non esistevano, a seconda delle necessità. I cantanti in tour hanno bisogno di cose diverse rispetto a quelli in studio e così via. Anche la voce attoriale ha diverse caratteristiche. Ad esempio ho lavorato con Alessandro Preziosi mentre faceva il Van Gogh a teatro: un lavoro di grande energia.

La voce del doppiatore invece avviene al microfono ed è fatta di dettagli. La modalità espressiva e la tecnica vocale è diversa e ricca di sfumature. Mi sono divertita tantissimo a lavorare con Andrea Piovan, la voce di Rete4: abbiamo lavorato sul colore della voce, l’eufonia, la capacità di intonazione della voce parlata e abbiamo fatto anche un excursus nella voce cantata perché ha voluto svilupparla bene anche nei bassi, in quanto gli servivano per i trailer televisivi.

Ho potuto affiancare grandi artisti e l’esperienza mi ha stimolata a inventare sempre cose nuove per aiutarli. E poi la fortuna di lavorare con grandi medici della voce da Franco Fussi al foniatra di Sting e Celine Dion, e poi sicuramente il lavoro sul campo con voci straordinarie, da Giuliano Sangiorgi a Vicent Gallo, l’attore holliwoodiano che ha voluto interpretare Modugno durante un’esibizione. Ho lavorato con Francesco Pannofino, doppiatore di Denzel Washington, durante la trasmissione televisiva di Carlo Conti Lasciatemi Cantare; un’esperienza bellissima.

Effettivamente un occhio esterno non si immagina che oltre ai cantanti esiste un mondo variegato circondato da tanti specialisti, fra cui appunto il vocal coach, professione che negli anni hai potuto vivere ed esprimere a 360 gradi, segmentando accuratamente le tue competenze in base ai casi.

Sì, mi sono dovuta costruire da sola perché sui libri non ho trovato molto. Sono andata in America ma lì hanno voluto imparare loro da noi, essendo noi considerati i detentori del canto. Per cui, quando sono andata a 32 anni alla Duke University pensavo che avrei imparato, ma sono stati loro a chiedermi di insegnare. Adesso finalmente anche i cantanti italiani fanno uso del vocal trainer e in tanti lavorano, ma essendo che in Italia non c’è un sistema ufficiale per allenare dei trainer, c’è un po’ di confusione. Un vocal coach deve avere moltissime competenze: da quelle fisiche e anatomiche, all’essere abili nel fitness, nell’alimentazione; bisogna essere musicisti e non a caso mi sono presa tre lauree per essere pianista e conoscere la musica. E là dove non arriviamo noi dobbiamo avvalerci di uno staff.

Hai affinato le tue tecniche in tanti anni di professione, ma in realtà hai iniziato come cantante. Prevedi di fare qualcosa in futuro o lascerai parlare principalmente i tuoi insegnamenti?

Ho avuto delle belle esperienze da corista con Fabrizio De Andre e Pino Mango e ho avuto la fortuna di non fare solo la corista: mi sono dedicata come solista a un genere di musica difficile come il Jazz. Ho avuto l’opportunità di suonare in giro per il mondo con i più grandi esponenti del Jazz mondiale (Danila Satragno ha lavorato con molti artisti internazionali e non, dal pianista di Billy Haliday, ad Uri Caine, Stefano Bollani, Paolo Fresu, George Cables, Dado Moroni e altri. Nel 2007 ha vinto inoltre il premio come miglior cantante di jazz agli Italian Jazz Awards, ndr). Questo è rimasto un po’ nelle retrovie rispetto al mio mestiere di vocal coach, ma è importante perché essendo anche cantante di una musica così complessa, riesco a immedesimarmi nella musica degli altri e riesco a capire meglio le problematiche.

In realtà preferisco chiamarmi Vocal Builder più che vocal coach, e mi piacerebbe moltissimo che ci fossero altre persone a seguire la mia strada. Infatti sto allenando dei giovani da tutta Italia molto bravi e con un buon udito, al mio sistema Vocal Care®. Spero di poterli portare a fare il tirocinio con i big.

Cosa ti da il vocal building che fare attivamente musica non ti da e viceversa?

Me lo sono chiesta anche io perché spesso mi hanno chiesto di decidere. Per me non c’è un confine. Dove finisce la mia voce inizia quella degli altri, e dove finisce quella degli altri inizia la mia. Non riesco a percepire differenza di godimento fra il momento in cui salgo sul palco per fare musica con i miei musicisti e il momento in cui guardo un giovane che magari ho tirato su sin dagli inizi e che magari, come Annalisa, ha calcato i palchi più belli. Così come riuscire a far cantare Jovanotti dopo una laringite e rimetterlo sul palco in 2 ore. Non saprei dirti cosa mi rende più orgogliosa perché la voce è voce. Non c’è differenza fra la mia o quella degli altri. Per questo continuo a fare entrambe le cose e nessuna altera l’altra. La gratificazione di te stesso ti rende molto entusiasta e non ti crea dipendenze o frustrazioni e avere entrambe le possibilità è sano.

Cantando dimostri in effetti che quello di cui parli è vero e equilibri te stesso, la tua voglia di fare musica. Il mio progetto sarebbe quello di fare un disco di duetti con i miei clienti, cercando di portare loro nel jazz.

Spesso e volentieri si è portati a pensare che il coaching snaturi la voce. Cosa ne pensi?

In effetti è stato lo scoglio più grosso da affrontare con alcuni artisti italiani. Ma questo perché notavo che non esisteva un allenamento vocale neutro. I cantanti prima del mio metodo, fondamentalmente lavoravano su metodi forti che cambiavano il loro modo di cantare, per cui la voce perdeva di spontaneità e si toglievano quei difetti che sono invece molto interessanti. La sporcatura delle note di Lucio Battisti, la nasalità di Eros, l’originalità della voce strana di Giusy Ferreri… io parlo spesso della bello della ‘voce brutta’, anche se non c’è ovviamente un canone per definire una voce brutta o bella. Ora si vuole l’originalità della voce e il mio allenamento non toglie questo. Addirittura non toglie nemmeno il difetto se lo reputo interessante. Faccio in modo che il difetto non diventi patologico e non infici le prestazioni o affatichi la vocalità e lavoro sull’allenamento, sulla resistenza, l’estensione, ma senza togliere il timbro, senza togliere il difetto.

Hai avuto qualche difficoltà con qualche artista che temeva di snaturare la sua voce con l’allenamento?

Spesso mi dicono che si rivolgono a me perché hanno visto dei miglioramenti tangibili e rapidi in alcuni colleghi, ma che hanno paura di cambiare il timbro e quindi io devo sempre specificarlo. Questa è stata la mia fortuna e per questo mi chiamo vocal builder, più che vocal coach, che è un insegnante di canto. Il mio metodo è un allenamento vero e proprio. Le due fortune del vocal care sono proprio queste: lasciare intatto il timbro e la velocità nei progressi.

Hai mai avuto un momento in cui hai dubitato di riuscire a ‘rimettere in piedi’ un cantante?

Sono stata ben allenata e non posso mai mollare, anche quando le situazioni sono tragiche, come quando Giusy Ferreri dovette affrontare un passaggio televisivo a Sanremo alle 23 e si è trovata senza voce alle otto di sera. Mi chiamò da Sanremo, mentre ero a Milano e pensavo che scherzasse quando la sentii senza voce. Poi mi resi conto che la situazione era realmente quella. Mi hanno portata in un lampo a Sanremo e in quei momenti devi mantenere la calma. Sono sempre in collegamento con un medico: abbiamo lavorato su degli integratori che servono in questi casi e abbiamo riscaldato la voce. Abbiamo lavorato per un’ora e mezza sulla vocalità e dopo 40 minuti avevo capito che saremmo potuti andare in scena. Abbiamo lavorato fino a un nanosecondo prima di entrare e l’ho lasciata nel backstage di Sanremo. Di lì a breve ha cantato. Queste sono le sfide e per fortuna finora non abbiamo dato mai forfait.

Anche per Jovanotti sei stata la salvezza.

Sì, poi in quei momenti devi anche sostenere un carico emotivo non indifferente, considerando che l’artista perde la calma insieme a tutto l’entourage. Bisogna essere sicuri di quello che si sta facendo: o porti l’artista sul palco o devi capire se è il caso di dare forfait. L’ideale sarebbe conoscere l’artista prima. In quel caso era la prima volta che vedevo Lorenzo ma in poco tempo avevo capito che aveva un fisico straordinario, una lucidità mentale totale e sapevo di potermi fidare di lui. Mi sono fidata anche di me e quando mi hanno chiesto, ho detto “Si va in scena!”. Ho sudato i primi venti minuti, i venti minuti più lunghi della mia vita, e poi con uno sguardo mi ha fatto capire che stava incominciando a carburare e siamo arrivati a 3 ore. Abbiamo raffreddato la voce quella sera lì perché l’indomani c’era un’altra data e così di seguito per 74 date.

 

Ecco la cover del libro Tu Sei la Tua Voce

Tu Sei la Tua Voce (Sperling & Kupfer)

 

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Nata e cresciuta in Germania come immigrata italiana di seconda generazione. Dopo il liceo si è trasferita a Roma per studiare lettere, poi a Venezia e infine a Milano per lavoro.

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