Gazzelle «Vorrei che in Punk la gente trovasse me»

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Venerdì 30 novembre esce Punk, l’atteso secondo disco di inediti del cantautore romano Gazzelle, alias Flavio Pardini. Questo è un periodo ricco di appuntamenti per Flavio, che è pronto anche a tornare sul palco nel 2019 con due date esclusive nei palazzetti più importanti d’Italia, venerdì 1 marzo 2019 al Mediolanum Forum di Milano e domenica 3 marzo al Palazzo dello Sport di Roma. Ad accompagnare i due appuntamenti, il “Punk Tour” nei più importanti club italiani in partenza giovedì 7 marzo dall’Obihall di Firenze, per poi proseguire con i live di Venaria Reale (09/03), Napoli (15/03), Modugno (16/03), Bologna (21/03), Brescia (24/03), Senigallia (30/03), Perugia (31/03) e infine Padova (07/04). Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare il disco in anteprima e di intervistarlo per farcelo raccontare.

Flavio, una delle parole più ricorrenti quando un artista presenta un nuovo disco è “urgenza”: l’urgenza di comunicare qualcosa, un sentimento, un tema, un’emozione. Tu hai avuto un’urgenza?

Più che l’urgenza ho avuto l’esigenza. Non c’era la fretta di fare un disco, ma c’era la voglia di farlo, perché avevo delle cose da dire e le volevo dire, non con impazienza o frenesia, però volevo che uscissero fuori.

Cosa vorresti che la gente “trovasse” in Punk?

Vorrei che trovasse me. E magari che mi venisse anche a prendere per darmi una mano (ride).

Se ti chiedessi 3 aggettivi per descrivere Punk?

Sai che non lo so? Non sono bravo a descrivere le cose che scrivo io. Tu li dovresti trovare secondo me.

Io direi Sincero, Immediato e lo definirei “Per tutti“, con un’accezione positiva.

Ci sto, mi piacciono, sono d’accordo.

E se ti chiedessi 3 aggettivi per descrivere Flavio?

Userei gli stessi che hai usato per descrivere il disco: sincero, immediato e… dirompente.

Nel brano Tutta la vita chiudi la canzone ripetendo più volte «Stiamo bene anche soli». Lo dici a te stesso o a qualcuno? Si può collegare a Scintille quando dici «Ma in fin dei conti sto bene/ Puoi dormire tranquilla»?

Si, c’è un filo che lega quasi tutti i pezzi del disco in realtà. E’ come se fosse un unico brano. Quella frase non la dico a me stesso, la dico a tutti. E’ come se la stessi urlando. Ovviamente però è una frase amara, come quando stai male e ti dici «No no, sto bene, tutto a posto», ma in realtà non è così.

Personalmente in Punk ho trovato una persona in fase di “bilanci”.

Si, la tua sensazione è vera. Punk è un disco che tira le somme.  E’ un disco in cui faccio i conti con me stesso e con le cose che mi sono successe e questo, in un certo modo, mi permette di superarle e di andare oltre.

Una delle immagini più belle del disco l’ho trovata in chiusura, su Coprimi le spalle, quando dici «se fuori piove io dentro nevico». Cosa rappresenta per te questa immagine?

Ho deciso di metterla alla fine volutamente perché mi sembrava l’ultimo capitolo di questo lavoro. Quella frase ha molti significati, considera che è una canzone che ho scritto quasi 7 anni fa, che avevo dentro un cassetto e che ho ripreso in mano. Anche per me quell’immagine particolare è molto potente. «Se fuori piove, io dentro nevico» vuol dire che sto sempre peggio rispetto a quel che succede al di fuori di me, ma allo stesso tempo è anche un’immagine di forza, perchè tante volte dal dolore riesci a tirare fuori una forza che non sapevi nemmeno di avere. La canzone tra l’altro è un invito a starmi accanto. Basta pensare al titolo, Coprimi le spalle, è scritta in seconda persona, altro non è che una richiesta d’aiuto.

Il titolo del disco è Punk. Nel 2018 cos’è il punk?

Per me quella parola è diventata un sapore, una sensazione che va oltre a tutto l’immaginario e la storia che porta con se. Anche nella canzone la associo ad un sapore, ad un sapore di passato, di fantasia, di creatività, di sregolatezza, di libertà. Per me la parola “punk” ha quel tipo di accezione lì. Ovviamente è anche un po’ provocatoria, però è una parola che per me significa un altro approccio alle cose, un approccio diverso di fare musica, di scrivere le canzoni, di fare questo mestiere in generale e volevo che si capisse. E’ un titolo manifesto che mi serviva in questo momento. Poi nella canzone si capisce che è un sapore che io dò a questa ragazza, dandole un immaginario quasi adolescenziale che mi riporta ai tempi del liceo, un posto felice dove andare a ricordare.

Ha prodotto il disco Federico Nardelli, a mio parere uno dei produttori più interessanti in questo momento. Come vi siete incontrati e come avete gestito il lavoro insieme?

Ci siamo conosciuti due anni fa tramite il mio manager. Tra l’altro poi abbiamo scoperto che andavamo alle medie insieme, avevamo anche degli amici in comune. Per farla breve siamo andati in studio ed abbiamo iniziato a lavorare un po’ insieme: abbiamo fatto Sayonara e mi si è aperto un mondo, perché non avevo mai lavorato con un produttore e lui è veramente forte. Abbiamo gli stessi gusti, poi lui è molto estroso, lavorare con lui è molto semplice, mi ha stimolato tantissimo. Infatti dopo Sayonara ho fatto uscire quattro singoli, che sono frutto di questo entusiasmo che mi ha dato lavorare con lui. Dopo quei singoli abbiamo deciso di fare un disco insieme con maggior tempo e con maggiori risorse, per poterlo fare al meglio. E lavorare così è stata una bomba.

Sei stato “ospite” di X Factor. Come giudichi il mondo dei talent soprattutto in relazione al rapporto tra scrittura ed interprete? Non trovi, da cantautore, che mettano troppo in secondo piano il ruolo della scrittura?

Si, sono d’accordo con te. Anche perché la scrittura è fondamentale. I talent sono un altro campionato, è una gara di interpreti. Credo sia proprio un altro percorso. Uno come me non ci andrebbe mai a fare un talent, perché non avrebbe le doti canore per cantare qualsiasi cosa, però è anche vero che qualche interprete magari sarebbe in difficoltà nel cantare le mie canzoni. Credo semplicemente che siano due mondi diversi: il mondo cantautorale e quello degli interpreti. De Andrè non è Freddie Mercury, sono due cose diverse. Riguardo i talent io ho la mia idea, ma non è così interessante.

Il 1 marzo, per la prima volta suonerai al Mediolanum Forum. Come ci si prepara ad un evento di questo genere?

Non lo so, anzi se te lo sai e me lo vuoi dire sarebbe divertente, perché io non ne ho idea. Penso che andrò lì all’improvviso come faccio con tutte le cose. I giorni stanno passando, piano piano si avvicina, però non la vivo con troppa ansia, sono abbastanza sereno, alla fine si tratta solo di cantare.

E poi i club. Quali sono le tue aspettative?

Sicuramente a Roma e Milano sarà tutto più grosso, come se fosse una festa. Sarà un evento speciale. Invece nei club farò più rock’n’roll, magari alla fine mi divertirò più nel club che ne palazzetti, chi lo sa? Però cercherò di fare lo stesso show nei limiti del possibile. Ma alla fine farò la stessa cosa che faccio sempre: salgo e canto.

L’ultima cosa che vorrei farti riguarda un tema che è uscito da questa intervista, quello dell’amore. Da buon bolognese mi piacerebbe citare l’immenso Lucio Dalla che cantava «E’ l’amore che ci salverà». Punk si ritrova in questa affermazione?

Assolutamente. Non mi piace essere troppo sdolcinato, però alla fine il messaggio è chiaramente quello. Tutte le forme d’arte seguono questa linea.

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Di origini torinesi, ma trapiantato ormai da diversi anni in quella magnifica terra che ha dato i natali ai più grandi musicisti italiani, l'Emilia. Idealista e sognatore per natura, con una spiccata sindrome di Peter Pan e con un grande amore che spazia dal Brit rock passando per quello a stelle e strisce, fino ai grandi interpreti italiani. Il tutto condito da una passione pura, vera e intensa per la musica dal vivo.

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