Bruce Springsteen è l’artista del mese di dicembre

2

Perché nel mese di dicembre 2018 Bruce Springsteen è artista del mese? Perché un uomo di 69 anni, di professione rocker, riesce ancora ad essere il migliore di tutti, il piu tosto? Ecco, sono domande che si pongono in tanti, e non soltanto i suoi denigratori ma anche moltissimi fans. Dei denigratori, qui, non ci importa nulla. Quindi parleremo – e ci rivolgeremo – solo ai fans. C’è chi sostiene che da anni Bruce non abbia più nulla da dire con la sua musica, che non faccia un disco buono da THE RISING (2002), che le sue leggendarie performance dal vivo siano si ancora straordinarie, ma che ormai si vede che è vecchio. Può essere tutto vero, è sempre una questione di punti di vista. Io però non credo affatto a nessuna di queste tre cose e vi spiego perché.

È proprio vero che non ha più nulla da dire un artista che a 69 anni – al di là delle vendite, del successo ottenuto in tutto il mondo, della gloria e della fama – decide di raccontarsi senza alcun pudore,  come mai nessuno ha fatto prima di lui, in un monologo teatrale che va avanti dal mese di ottobre 2017 e che al 15 dicembre (data in cui finirà ) avrà totalizzato 236 repliche, tutte -inutile dirlo – sold out? Lo spettacolo – che verrà trasmesso da Netflix a partire dal 16 dicembre – è quanto di più intimo, personale e appassionato si possa immaginare e di quanto si potesse auspicare. È un crescendo di emozioni e di sensazioni forti, è la vita  di Springsteen rappresentata da lui stesso ma è anche la tua di vita, che scorre li davanti ai tuoi occhi. È un momento epocale ed  è assolutamente indimenticabile.

È vero che mostra i segni del tempo? Sarebbe sciocco, quanto inutile, negare l’evidenza. Le banalità e le ovvietà `le lasciamo da parte. Sinceramente io mi auguro che nei prossimi giorni arrivi l’annuncio che tutti aspettiamo da tempo, quello dell’uscita del suo nuovo album, un disco di cui ha già parlato in passato Jon Landau, che sarebbe pronto da tempo e che vedrebbe Bruce da solo impegnato con diversi strumenti. Non NEBRASKA, insomma, ma qualcosa di simile dal punto di vista concettuale ma con tanti suoni diversi (e con Ron Aniello avvistato più volte negli ultimi mesi a Colts Neck). Si sa che ad ogni uscita discografica di Springsteen segue un tour mondiale, così come si sa – ne abbiamo parlato anche qui – che Springsteen ultimamente stia mordendo un po’ il freno, ovvero non perda occasione per unirsi ad amici musicisti sui palchi del Jersey Shore, oltre ovviamente a partecipare a tutte le manifestazioni di beneficenza a cui viene invitato. Quindi incrociamo le dita e aspettiamo. Negli Stati Uniti ha già fatto diverse interviste (vedi quella splendida ad Esquire).

Indubbiamente il suo ultimo – al momento in cui scrivo – album (HIGH HOPES, 2014) è poco più che un divertissement, una raccolta di brani (alcuni neanche suoi) messi insieme come fossero un passatempo o un esercizio di personalità. Eppure in quell’album è contenuta The Wall, una ballata intensa e malinconica tutt’altro che insignificante e priva di spessore. È la canzone che Bruce ha scritto per ricordare tutti quei ragazzi americani che sono stati mandati in Vietnam (e in tutte le altre guerre) e che non sono più tornati. L’ha scritta però pensando a Bart Haynes (il primo batterista dei Castiles, morto a 19 anni a Quang Tri, nel Vietnam del Sud, nel 1968) e ancor di più a Walter Chichon, cantante e leader dei Motifs, la prima vera rockstar mai vista da Bruce e “la cosa migliore che questa città di merda abbia mai avuto”(come canta nella canzone) missing in action nel 1969. L’idea gli venne durante una visita a Washington nel 1997. Era lì per il Kennedy Center Honor (la massima onorificenza che il Presidente Americano conferisce ai non militari) che quell’anno sarebbe andata a Bob Dylan (a Bruce gliela darà Barack Obama nel 2009) e insieme a Patti andò a visitare il Vietnam Veterans Memorial, da tutti conosciuto come the Wall, un cuneo di granito nero che stordisce per la dimensione e per quei 58.320 nomi incisi sopra.

Bruce trovò il nome di Chichon, forse quello di Haynes, sicuramente restò cosi sgomento che quella canzone rimase nel cassetto- eccezion fatta per alcuni concerti –  fino al 2014 quando la inserì per l’appunto, in HIGH HOPES. C’è anche American Skin, canzone che fino a quell’anno, proprio come The Wall, era rimasta un pezzo suonato solo dal vivo. Qui per la prima volta è nella versione registrata in studio ed è uno dei brani più appassionati che Bruce abbia mai scritto. C’è una versione elettrica di The Ghost Of Tom Joad di grande impatto e potenza, realizzata insieme a Tom Morello e c’è una commovente cover di Dream Baby Dream, pezzo del 1979 dei Suicide (newyorkesi del Lower East Side), il cui video illustra alla perfezione perché Bruce sia un artista unico al mondo, perché sia così amato da gente così diversa per età e per genere. Perché sia così rispettato, perché abbia vinto qualsiasi riconoscimento (gli manca solo il Nobel ma forse è solo questione di tempo), perché sia cosi inarrivabile dal punto di vista artistico e musicale e percepito così  simile a te dal punto di vista umano. Soprattutto quel video ci fa capire meglio di qualsiasi altra immagine, articolo, saggio o film perché Bruce Springsteen sia l’Artista del mese di questo dicembre 2018, e perché potrebbe esserlo anche di tutti gli altri mesi a venire.

CONDIVIDI
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.

2 COMMENTI

  1. L’ho visto live nel 1981 un colpo di fulmine , nessuno mi aveva dato quelle sensazioni neanche i Led Zeppelin visti un po’ di mesi prima…
    Tutto vero quello che scrivi in questo articolo ma anche tu come i frequentatori del pit manchi di oggettività. Dal vivo resta un performer inarrrivabile per chiunque ( attualmente solo i Pear Jam gli stanno dietro ) , ma sulla discografia avrei molto da obbiettare.
    Esistono due Springsteen: quello che va da Greetings fino a Tunnel e il secondo con tutto quello prodotto successivamente. La differenza è abissale .
    E ti parlo proprio della qualità della musica. La E street di fatto è assente . Come manca un produttore che lo indirizzi . Mi piacerebbe che Rick Rubin ci mettesse mano .
    Detto questo resta un artista che come pochi è riuscito a mantenere un contatto diretto col proprio publico nonostante fosse diventato una rockstar continuando a correre per quella strada che non ha mai fine .

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here