Intervista a Elya Zambolin: “Scrivere canzoni per me è un’esigenza”

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Dal 30 novembre è disponibile in digitale l’album d’esordio di Elya Zambolin. Un esordio con cui, come suggerisce il titolo omonimo dell’album, si mette in gioco in prima persona.  In maniera molto trasparente e genuina, priva di forzature stilistiche che ne snaturino le intenzioni, i brani di questo album raccontano sfumature di vita vissuta, fra leggerezza e riflessione, fra freschezza e profondità.

Ascoltando Elya traspare una certa cura per il dettaglio, un’attenzione ai particolari considerevole e insolita per un’opera prima. Musicalmente trapela un sottotesto preciso, piacevolmente contemporaneo ma ispirato ai suoi ascolti quotidiani che spaziano da Battisti a Dalla, dai Beatles a Bowie: ritroviamo suggestioni di cori e trombe tardo-beatlesiane in Periferie Annoiatema anche ritmi spensierati e smaliziati come in Un Altro Brandy.

In un albero genealogico immaginario della musica, Elya discenderebbe dallo stesso capostipite che lo accomuna, in termini di fonte di ispirazione, a un altro grande esponente del cantautorato italiano come Cesare Cremonini.

Il monselicense non è però nuovo alle esperienze nel mondo musicale, avendo esordito nel 2012 con la sua band Attika per MTV New Generation, per poi approdare nel 2014 alla scuola di Amici e conquistare nel 2016 il terzo posto a The Voice of Italy nella squadra capitanata da Max Pezzali. A maggio di quest’anno è stato premiato come “Artista emergente dell’anno” dalla SIAE e la Nazionale Italiana Cantanti.  Tutti questi traguardi non hanno però scalfito la sua umiltà né la voglia di mettersi in discussione.

In occasione del suo showcase al Goganga il 29 novembre, frequentato da vecchi e nuovi fan, da amici e familiari che lo hanno incoraggiato e circondato con affetto, lo abbiamo incontrato per parlare di questo suo esordio come cantautore.

Parliamo del tuo nuovo album Elya, che parla molto di te. Cos’hai voluto raccontare con questo tuo primo album da solista?

In questo album racconto frammenti di vita; mi piace considerare questi brani come parti di un mosaico, dove ogni tessera racchiude il proprio mondo, frutto di un processo di scrittura iniziato nel 2015 e durato fino ad aprile. Avevo scritto quasi 50 canzoni, di cui poi ne ho selezionate 12. Poi, due giorni prima della chiusura del mixaggio è nata Norimberga e ho voluto assolutamente inserire anche questo brano come tredicesima traccia.

Sono canzoni in parte autobiografiche e in parte basate su esperienze altrui. Mi riferisco ad esempio a Norimberga in cui parlo dell’incontro fra un padre e la figlia ormai grande, oppure a L’ho Fatto per Te, dedicata al mio migliore amico che stava attraversando un momento difficile. Anche La Cura Che Oggi Ci Va, brano ambientato a Barcellona, non è strettamente autobiografico, ma racconta di quella crisi che vivi da adolescente, quella paura di crescere, quella sensazione che non avevo mai avuto il coraggio di raccontare. Amo la leggerezza, ma amo anche la riflessione.

Hai definito il tuo album la “prima pagina di un libro”. Sai già come continuerà questo tuo racconto?

Scrivere canzoni per me è un’esigenza. Una necessità almeno quanto lo è la lasagna che fa mia nonna a natale (ride). Ho bisogno di scrivere e chiudere un disco con la voglia di fare nuove esperienze musicali, ma anche letterarie (sono molto legato alla letteratura della beat generation). In questo senso l’album è una facciata di un libro di cui sto già scrivendo il seguito. Voglio fare tanti altri dischi che aiutino me, ma anche gli altri.

Hai definito questo tuo primo album un disco “artigianale” in quanto ti sei messo in gioco in prima persona. Hai avuto delle incertezze rispetto a qualche scelta in particolare?

Io sono l’incertezza fatta a persona. Ho molto caos dentro di me da questo punto di vista. Ci tengo che la canzone comunichi e trasmetta delle sensazioni. Ho bisogno di capire se la canzone arriva e infatti faccio spesso pre-ascoltare i brani a mio fratello, ad esempio. Facendoli sentire a persone a me vicine, capisco se riescono a comunicare. Sono convinto che ci si debba mettere sempre in discussione perché l’autocritica è fondamentale. Molti dei brani che ho scritto non sono infatti entrati nella selezione finale. Si tratta di scelte precise. Ad esempio c’erano molte Ti Verso il Cuore, ma è stato in quel preciso brano che ho visto quella particolarità, quell’imperfezione in più, se vogliamo, che lo distingueva.

Parliamo del brano strumentale Notturno Ino, una dedica al tuo pupazzo d’infanzia. Suonata al piano, molto delicata, è una traccia che personalmente mi ha evocato la sensazione di un ricordo che voleva essere lasciato andare. Puoi parlarcene più nel dettaglio?

Ho composto Notturno Ino una sera al pianoforte, appena rientrato a casa. Ero solito mettere il pupazzo sul pianoforte e in quel momento ero in una fase riflessiva, molto nostalgica. È una dedica alla mia infanzia, un’infanzia bellissima e piena di ricordi con i miei fratelli; una dedica alla via in cui sono cresciuto, ai miei sogni. È un invito a non dimenticare quello che volevo da bambino.

Del tuo brano Indivisibili racconti di come tu lo abbia interamente composto su un treno regionale. È sempre interessante sbirciare dietro le quinte del processo creativo di una canzone. Qual è stato il posto più insolito in cui ti è venuta l’ispirazione di scrivere una canzone?

Sì, Indivisibili è nata nell’arco temporale di un’ora e tre quarti, su un treno regionale per Milano Centrale.

Per quanto riguarda il posto più insolito, ricordo una serata in pizzeria, in cui non volevo assolutamente perdere una melodia che mi era appena venuta in mente e allora mi sono allontanato dal tavolo per andare in bagno e registrare un audio. Devo dire che registrare degli audio in compagnia di altra gente è ormai è una consuetudine, non mi nascondo più (ride).

Insieme agli Attika eri approdato ad Amici, ma hai dovuto abbandonare la trasmissione per cause di forza maggiore. Hai dei rimpianti per aver dovuto interrompere quest’esperienza?

Assolutamente no, nessun rimpianto. Quando ti toccano la parte più importante che è la salute, tutto il resto passa in secondo piano. È stato un dispiacere ma il problema era molto grave e non mi interessava nient’altro. Da lì è cambiata la mia vita e il mio modo di pensare. Bisogna cogliere questi momenti e volersi bene. Le telecamere mi piacciono, non lo nego, ma quello che voglio fare di più è musica e tanti concerti.

Cosa diresti al tuo io diciannovenne?

Forse di studiare di più. O forse in realtà non gli direi nulla, perché tutte le esperienze servono per un motivo. Quindi lo lascerei proseguire nell’inconsapevolezza, senza dirgli assolutamente nulla.

 

Copertina dell’Album di Elya
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Nata e cresciuta in Germania come immigrata italiana di seconda generazione. Dopo il liceo si è trasferita a Roma per studiare lettere, poi a Venezia e infine a Milano per lavoro.

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