Farewell to a dreamer: 38 anni senza John Lennon

L'8 dicembre del 1980 una delle più grandi icone della storia della Musica e del costume veniva colpita a morte da un fanatico, lasciando un'impronta eterna: ripercorriamo insieme le tappe più indimenticabili del suo straordinario viaggio umano e artistico.

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John Lennon

Cantautore. Poeta. Anima e portavoce della rivoluzione culturale, pacifica e radicale insieme, di una generazione mossa da un irrefrenabile desiderio di libertà e di affermazione della propria dignità in sintonia con la natura e con il resto dell’umanità. Questo era John Lennon. E tale è rimasto anche dopo la sua morte, l’8 dicembre del 1980, avvenuta per mano (armata) di Marc David Chapman, giovane fan affetto da gravi disturbi mentali: Chapman mise fine con violenza a una vita avventurosa e straordinaria creando, come sempre accade quando la fine sopravviene prematuramente e in circostanze drammatiche, una leggenda destinata a lasciare una impronta indelebile nella storia della Musica e del costume.

Ma perché si parla di leggenda? Quali sono le tracce profonde che Lennon ha lasciato e quali  le tappe di questa rapida ascesa allo status di icona eterna? Proveremo a creare una timeline attraverso parole e note, così che il racconto possa farsi omaggio grato a un artista e uomo che, anche grazie alle sue contraddizioni e i suoi eccessi di estro, è riuscito a creare con il proprio pubblico una empatia autentica e incrollabile, che ha resistito anche ai più potenti scossoni assestati da parte della Storia più grande, quella con la S maiuscola, quella delle guerre e della concretezza, della fatica per il pane quotidiano e delle lotte sanguinose per i diritti elementari, quella che strappa i sognatori dal loro cielo di proclami e progetti inchiodandoli a un suolo di responsabilità e compromessi, ma che non riesce mai davvero a spezzarne le ali né gli aneliti. Una empatia che non solo ha resistito, ma ha motivato, facendosi ispirazione prima, azione e cambiamento poi, legando indissolubilmente, e forse per la prima volta nel mondo occidentale bianco e benestante, concretamente la parola musica alla parola attivismo.

GLI ESORDI: The Quarrymen e la nascita dei Beatles

Nato il 9 ottobre del 1940 a Liverpool, Lennon fin da piccolo dimostra, per sua stessa ammissione, un’indole estremamente ribelle: «Ero il bambino del quale gli altri dicevano ai propri figli “Sta’ lontano da lui”», affermerà l’artista in una intervista del settembre 1980. Ma non solo: John è animato da una grande passione per le arti, in particolare per il cinema, la musica e il fumetto: sua madre Julia gli insegna a suonare il banjo, suo zio l’armonica a bocca e il giovane, insieme ai cugini, frequenta abitualmente teatri e concert venues. Nel 1956 Julia gli regala la prima chitarra, ma si mostra piuttosto scettica rispetto alle sue grandi ambizioni musicali. Tuttavia, John non si lascia scoraggiare e viene ammesso al Liverpool College of Art, dal quale però viene espulso prima della fine dell’ultimo anno per comportamenti poco consoni alle regole della scuola.

A 15 anni, Lennon forma il suo primo gruppo, The Quarrymen, dal repertorio in parte tipicamente rock’n’roll, in parte skiffle (un mix di jazz e blues con forti influenze folk); l’incontro che cambierà per sempre la Storia della musica, quello con Paul McCartney, avviene nell’estate del 1957, in occasione della seconda performance pubblica dei The Quarrymen: i due legano fin da subito e così John, seppur guardato con diffidenza dalla famiglia di McCartney che è a conoscenza della sua natura decisamente anticonvenzionale, gli chiede di diventare componente effettivo della band e Paul accetta senza riserve. È proprio quest’ultimo a fare il nome del suo amico George Harrison quando i due si mettono alla ricerca di un chitarrista, ma Lennon lo ritiene troppo giovane — Harrison ha solo 14 anni — e perciò lo sottopone a un vero e proprio provino, che il ragazzo supera brillantemente. Al trio si unisce un altro amico di Lennon dei tempi dell’Art College, Stuart Sutcliffe, bassista: il gruppo è (al momento) completo e prende il nome di The Beatles nell’agosto del 1960.

LE RESIDENCIES IN GERMANIA E I PRIMI SUCCESSI

Proprio in quel mese, i quattro amici vengono ingaggiati per una residency di ben 48 serate in differenti club di Amburgo e si vedono perciò costretti a mettersi immediatamente alla ricerca di un batterista: la scelta cade su Pete Best, figlio della proprietaria del The Casbah Coffee Club, presso il quale The Quarrymen avevano suonato diverse volte agli inizi della loro avventura artistica. Seguono altre due residencies, rispettivamente nell’aprile del 1961 e nell’aprile del 1962; nel 1961 Sutcliffe lascia il gruppo e, sebbene non di buon grado, McCartney prende il suo posto al basso. Proprio nel corso di questi live tedeschi, The Beatles registrano per la prima volta a un livello professionale con il nome di Beat Brothers: sono la backing band del cantante inglese Tony Sheridan, che spesso condivide con loro i palchi amburghesi, per il suo album My Bonnie. Questa collaborazione attira l’attenzione di Brian Epstein, proprietario della catena NEMS (North End Music Stores), che, folgorato da un loro live, decide seduta stante di produrli. Queste le sue parole: «Fui immediatamente colpito dalla loro musica, dal beat, dal loro senso dell’umorismo in scena. E successivamente, conoscendoli, anche dal loro carisma personale. Questo è stato: tutto è cominciato così». The Beatles sottoscrivono così un contratto quinquennale il 24 gennaio del 1962, superando le reticenze e i dubbi di molti membri delle rispettive famiglie (essendo di fatto tutti under 21, necessitavano del consenso di un adulto per qualsiasi atto ufficiale): Epstein, che non ha alcuna esperienza nella gestione di un gruppo musicale, decide tuttavia di indirizzare le scelte dei ragazzi anche per quel che concerne il loro look e la loro attitudine in scena: Lennon, come sempre il più restio ad accettare imposizioni e limitazioni della sua libertà personale, si rassegna infine al nuovo corso, affermando «Indosso anche un cavolo di pallone, se qualcuno mi paga». Nello stesso periodo, Pete Best viene sostituito da Ringo Starr e il quartetto conserva questa formazione fino allo scioglimento, nel 1970. Il primo singolo a meritare la qualifica di hit è Love Me Do, pubblicato il 5 ottobre 1962: il pezzo, scritto da McCartney tra il ’58 e il ’59 e rielaborato con il contributo di Lennon, raggiunge il 17.mo posto nella classifica ufficiale del Regno Unito e il primo posto negli Stati Uniti il 30 maggio del 1964, restando nella TOP 100 di Billboard per 14 settimane. La canzone viene incisa in tre sessioni: la prima, di prova, il 6 giugno 1962 con ancora Best alla batteria; la seconda  il 4 settembre e la terza l’11 dello stesso mese, con Andy White alla batteria e Starr al tamburello. Le versioni di White e Starr vengono entrambe ritenute ufficiali e perciò pubblicate in album diversi.

Il successo di Love Me Do, soprattutto negli States, dà il LA a quella che verrà in seguito definita Beatlemania, una versione in scala amplificata del fanatismo, spruzzato d’una manciata più o meno consistente d’isterismo, che, allora come oggi, quasi sempre accompagna e certifica il raggiungimento dello status di star: ragazze (e talvolta ragazzi) di ogni età urlanti e piangenti, appostamenti sotto alberghi, palazzi, studi radiofonici e televisivi, merchandising esibito come una tessera d’appartenenza a un club esclusivo, fotografie strappate e abbracciate e mostrate come medaglie al valore: nulla di nuovo sotto il sole, che sia quello timido londinese o l’entusiasta astro italiano. L’album di debutto, Please Please Me, viene inciso in meno di dieci ore l’11 febbraio 1963 per sfruttare al massimo questa travolgente onda di popolarità generata dalle ottime vendite del primo singolo, e pubblicato il 22 marzo: dei 14 pezzi, otto portano la firma della coppia d’oro Lennon-McCartney. Tra essi, però, non si può annoverare quella che diverrà una indimenticabile hit, Twist and Shout, registrata con Lennon vittima di una brutta influenza (nel disco si possono chiaramente ascoltare i suoi colpi di tosse):  ve la proponiamo nella versione presentata dai Fab Four al The Ed Sullivan Show, in onda il 9 febbraio 1964 e seguito in TV da più di 70 milioni di spettatori.

L’AFFERMAZIONE PLANETARIA

Please Please Me raggiunge il primo posto della classifica UK nel maggio 1963 e resta stabile in vetta per trenta settimane, ricevendo la certificazione oro (negli Stati Uniti viene pubblicato solo nel 1987, superando ampiamente il milione di copie vendute e conquistando così il platino). Nei tre anni successivi, The Beatles pubblicano altri sei album — With The Beatles (1964), A Hard Day’s Night (1964), Beatles for Sale (1964), Help! (1965), Rubber Soul (1965), Revolver (1966) — sfornando un numero incalcolabile di pezzi destinati a diventare pietre miliari della storia della Musica: Eleanor Rigby, Yesterday, Michelle, Yellow Submarine sono solo alcune di esse. Le date dei tour non si contano, come non si contano le attestazioni di stima da parte di colleghi e addetti ai lavori, le copie vendute e i fans che, in ogni angolo del mondo, guardano ai quattro ragazzi inglesi come dei punti di riferimento di ultraterrena perfezione. Lennon, dal canto suo, trova il tempo per pubblicare due libri, In His Own Write e A Spaniard in the Works, iniziando a guardare con preoccupazione all’isterismo del pubblico che, a suo dire, sta iniziando a perdere di vista il valore artistico delle creazioni del quartetto in favore di una immotivata venerazione; in una intervista del ’65, infatti, il cantautore afferma: «(Help!) era proprio quello che intendevo: stavo chiedendo aiuto» e, in una del 1966, «Siamo più famosi di Gesù… ma non so se finirà prima il rock’n’roll o il cristianesimo», affermazione che genera profondo sdegno negli USA portando addirittura alla distruzione in pubblica piazza di alcuni album del gruppo.

SGT. PEPPER’S, YOKO E L’ADDIO

Nel 1967 The Beatles pubblicano Strawberry Fields Forever, primo singolo dell’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, nei negozi dal 26 maggio 1967 e considerato, insieme a The Beatles (a.k.a. The White Album) il capolavoro assoluto della discografia dei Fab Four e uno degli album più belli di tutti i tempi: 27 settimane al primo posto della UK chart, 15 settimane al numero 1 negli States, 4 Grammy Awards, più di 30 milioni di copie vendute e al primo posto, nel 1967, nella classifica di Rolling Stone dei dischi più belli della storia. Uno straordinario esperimento che fonde due mondi, quello dell’arte visiva e quello delle note, con accattivanti sperimentazioni e innovative soluzioni sonore, Sgt. Pepper’s segna anche un notevole cambiamento nello stile di scrittura di Lennon, che decide di staccarsi in modo netto dalla dolcezza dei testi d’amore scritti con McCartney negli album precedenti. Il quartetto si reca in Scozia per una seminario sul misticismo orientale, e poi in India, scrivendo in questa occasione la maggior parte dei pezzi poi inseriti in Abbey Road e The White Album. Lennon inizia a intraprendere un percorso parallelo alla avventura beatlesiana, prendendo parte a progetti di altri artisti, come The Rolling Stones Rock and Roll Circus, concerto-show ripreso l’11 dicembre del 1968 con protagonisti numerosi musicisti. Lennon, con Keith Richards, Eric Clapton e Mitch Mitchell, si presenta in scena a formare il gruppo The Dirty Mac. Al suo fianco c’è gia Yoko Ono, artista giapponese conosciuta qualche anno prima e con la quale il cantautore inglese stabilisce immediatamente un rapporto di profondi amore e stima e che sposa il 20 marzo del 1969.

Con lei, l’attività extra-Beatles di John si intensifica: insieme pubblicano tre album di musica sperimentale e formano la Plastic Ono Band. Contemporaneamente, Lennon intensifica anche il suo attivismo: il pezzo Give Peace a Chance, inciso il primo giugno 1969, diventa il canto di lotta di tutti coloro che si oppongono con fermezza all’intervento occidentale in Vietnam. John lascia ufficialmente The Beatles nel settembre del 1969, attribuendo in seguito la responsabilità della rottura a dissapori interni dettati dall’insofferenza dei tre colleghi nei confronti di Yoko e dalla sua nei confronti di McCartney, reo, a suo dire, d’essersi autoeletto leader dopo la morte del manager Epstein.

GLI ALBUM DA SOLISTA E LE CAMPAGNE PER LA PACE

Il debutto da solista di John Lennon avviene l’11 dicembre 1970, con la pubblicazione dell’album John Lennon/Plastic Ono Band: largamente apprezzato dalla critica, raggiunge l’ottava posizione nella chart UK e la sesta negli Stati Uniti. I due pezzi più noti, Working Class Hero e Power to the People, incarnano la volontà, da parte di John, di proseguire con determinazione nel suo cammino d’attivismo partecipato. L’album successivo, Imagine, pubblicato il 9 settembre 1971, contiene quella che è forse la canzone più celebre della storia della Musica moderna e contemporanea, la title track, da allora inno di pacifica battaglia di ogni sognatore che, più o meno utopisticamente e con incrollabile ostinazione, continua a credere che questo mondo abbia in sé la forza necessaria a scegliere una volta per tutte il Bene e perseguirlo con ogni sua fibra. L’album è accompagnato da un film della durata di 81 minuti girati dai coniugi Lennon-Ono nella loro tenuta a New York con la partecipazione di diversi volti noti, tra i quali Andy Warhol e Fred Astaire.

Lennon e Yoko danno una connotazione del tutto peculiare alla loro luna di miele nel 1969: due settimane di Bed in For Peace, durante le quali i due artisti, a letto nella loro camera dell’Hilton Hotel di Amsterdam, ricevono la stampa e con essa discutono di politica e pace, evento ripetuto a Montreal poche settimane dopo. La coppia partecipa a molteplici iniziative, musicali e non, per la promozione e la salvaguardia dei diritti di lavoratori e minoranze, promuovendo sempre ideali di pace e libertà. In nome di questi, il primo dicembre 1971 viene pubblicata negli stati uniti Happy Xmas (War is Over), canzone natalizia che oggi è diventata un classico da intonare sotto l’albero, ma che rappresenta, in realtà, un ulteriore sprone in note e poesia a guardare con ottimismo a un domani migliore da costruire attivamente con dedizione e coraggio.

L’incrollabile combattività della coppia attira le ire del Partito Repubblicano americano, che si sente minacciato da liriche che svelano la sua ipocrisia e risvegliano le coscienze, incitandole a ribellarsi e ad alzare la testa: il presidente Nixon, responsabile in prima persona dell’intervento in Vietnam, chiede che Lennon venga deportato e gli venga fatto divieto di rimetter piede nel paese. Tante sono le voci che si levano in difesa del cantautore e di sua moglie: tra esse, fa particolarmente rumore quella di Bob Dylan, che sottolinea quanto John e Yoko siano importanti nell’innalzare il livello artistico e culturale degli USA con le loro produzioni, ma anche nell’ispirare e stimolare alla ricerca di una luce di bellezza e progresso. « Let John and Yoko stay!», grida Dylan. Ma il 23 marzo del 1973 a Lennon vengono ufficialmente dati 60 giorni di tempo per lasciare gli USA… e John, ancora una volta, non demorde: il primo aprile del 1973 i coniugi indicono una conferenza stampa nella quale dichiarano la nascita dello stato libero di Nutopia, “niente confini, niente passaporti, solo persone” il suo motto. Ed è un motto che decisamente si dimostra vincente: Nixon cade per lo scandalo Watergate e il suo successore, Ford, cancella l’ordine di deportazione.

Tra il 1972 e il 1980 John pubblica altri 5 album di discreto successo commerciale: Some Time in New York City (1972), Mind Games (1973), Walls and Bridges (1974), Rock’n’Roll (1975), Double Fantasy (1980). Il sesto, Milk and Honey, sarà pubblicato postumo nel 1984. Walls and Bridges, in vendita dal 26 settembre del 1974, contiene Whatever gets You Thru the Night, unico singolo della breve carriera da solista di Lennon a raggiungere la prima posizione nella TOP 100 di Billboard, con Elton John ai cori e al piano: i due artisti condividono il palco in occasione del concerto del secondo al Madison Square Garden il 28 novembre, del quale esistono pochissime immagini.

 

LA MORTE E LA LEGGENDA

L’8 dicembre del 1980, in un fredda serata newyorkese, la vita di John Lennon viene spenta con inspiegabile violenza: Mark David Chapman, venticinquenne texano, aspetta per tutta la giornata il cantautore sotto casa sua, il Dakota Building a Central Park. Quando Lennon scende, Chapman gli chiede di autografare la sua copia di Double Fantasy, pubblicato solo tre settimane prima di questo fatidico giorno: il momento viene immortalato dal fotografo Paul Goresh, anch’egli presente sotto il Dakota per provare a strappare qualche scatto a Lennon e Yoko.

Chapman attende pazientemente per quattro ore il ritorno di Lennon da una lunga sessione di registrazione e lo colpisce alle spalle con quattro colpi di pistola, non lasciandogli scampo. Affetto da una grave forma di schizofrenia, ammette d’aver progettato l’omicidio per almeno tre mesi, dichiarandosi deluso e adirato per le contraddizioni che, a suo dire, Lennon palesava conducendo una vita da nababbo nonostante predicasse il disprezzo per l’opulenza, e profondamente indignato per le sue affermazioni sulla non esistenza di Dio e sull’essere, con gli altri Fab Four, più famoso di Gesù, ma in realtà, come egli stesso ammetterà più avanti, semplicemente accecato dal desiderio di fama. Ossessionato dal libro di J.D. Salinger The Catcher in the Rye (in italiano Il giovane Holden), al punto da mettersi a sfogliarlo subito dopo aver colpito a morte Lennon, le sue prime parole durante l’interrogatorio saranno: «Sono sicuro che la più gran parte di me sia Holden Caulfield, il protagonista del libro. La parte più piccola dev’essere il diavolo.»

 

NOTE (NERD) DI CINEMA

Anatomia di un omicidio: Chapter 27

Tanto profondo è stato l’impatto emotivo della morte di Lennon, quanto scarso è stato — forse paradossalmente, o forse no, se si considera che troppo spesso una scorretta valutazione del grado di eticità di un prodotto creativo va a influire negativamente sulla libertà espressiva di registi e autori — l’interesse dimostrato da parte della Settima Arte nel raccontare la tragica vicenda osservandola attraverso lo sguardo non della vittima, ma del carnefice. Solo due, infatti, sono stati i film che hanno provato a comprendere cosa si agitasse nella mente caotica e profondamente delirante di Mark David Chapman: uno, The killing of John Lennon, pellicola inglese del 2006 che prende in esame la vota di Chapman nei mesi precedenti all’omicidio e l’altro, Chapter 27, produzione statunitense del 2007, che invece si sofferma solo sui tre giorni che hanno portato al ben noto, tristissimo epilogo per la vita del cantautore britannico.

Ci soffermeremo su quest’ultimo perché a vestire i panni di Chapman è Jared Leto, egli stesso cantautore e frontman della band alternative rock Thirty Seconds to Mars (fondata insieme al fratello Shannon nel 1998). Oggi Leto, pur proseguendo la sua attività musicale, è un protagonista affermato nel mondo del Cinema contemporaneo e può vantare anche la vittoria di un premio Oscar come miglior attore non protagonista, conquistato più che meritatamente nel 2014 per la sua struggente interpretazione della transessuale Rayon nel film di Jean-Marc Vallée Dallas Buyers Club (ricordiamo che, per lo stesso film, Matthew McConaughey, nell’anno cruciale della cosiddetta McConaissance, la rinascita professionale dopo anni di commediole romantiche l’una la fotocopia della precedente, riceve il premio Oscar come miglior attore protagonista), ma al tempo, pur avendo collezionato diversi ruoli in film diretti da grossi nomi (tra gli altri, Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, Fight Club e Panic Room, entrambi per la regia di David Fincher, e Alexander, criticatissimo kolossal firmato Oliver Stone), era ancora considerato soprattutto un musicista. Il film, diretto dal pressoché sconosciuto Jarrett Schaefer e girato nei luoghi reali del dramma, trae il proprio nome dall’ossessione di Chapman per il libro di Salinger e per il suo protagonista, del quale egli si sente l’incarnazione: Chapman affermerà che Dio (o il demonio) gli aveva(no) suggerito che il ventisettesimo capitolo del romanzo, che ne conta 26, avrebbe dovuto scriverlo lui con il sangue di Lennon. Leto indossa volto e psicologia dell’assassino con la stessa dedizione, al limite del maniacale, che ancora oggi è marchio di fabbrica del suo essere attore: Jared arriva infatti a ingrassare di 30 kg (ne aveva persi 13 per Requiem for a Dream nel 2000 e ne perderà 15 per Dallas Buyers Club), procurandosi la gotta e ritrovandosi costretto a camminare, tra un ciak e l’altro, su una sedia a rotelle. La fotografia e il montaggio, così come la recitazione di Leto, sono un ottimo lavoro di sottrazione e riduzione all’essenza, che centra pienamente l’obiettivo di spogliare la narrazione di ogni fronzolo assolutorio: in una New York assolata eppure claustrofobica, fredda come gli occhi senza riposo del protagonista, la mente di Chapman, appesantito e quasi caracollante più per il peso di questa che per la mole del suo corpo, viene mostrata in tutta la sua irrimediabile devastazione attraverso un uso massiccio del voice-over, che dà corpo con terrificante pacatezza ai pensieri dell’assassino e non lascia spazio per alcun alibi.

Nonostante l’impegno profuso da parte del cast tecnico e artistico e i numerosi apprezzamenti da parte della critica, specialmente per quanto riguarda la performance del protagonista, la pellicola, a parte la presentazione al Sundance Film Festival e la conquista di due premi al Zurich Film Festival, passa praticamente inosservata nelle sale, risentendo forse del pesante boicottaggio da parte tanto dei fans dei Beatles e di Lennon stesso, quanto di Yoko Ono in persona, dettasi spesso disgustata all’idea che si fosse deciso di accendere un riflettore sul responsabile della morte del suo amatissimo marito. Nonostante ciò, Chapter 27 resta un prezioso unicum da recuperare se si desidera approfondire, con tutti i limiti di un prodotto filmico, questa vicenda dal potentissimo impatto mediatico ed emotivo collettivo osservandola dal punto di vista di chi ha deciso, in un delirio di frustrazione e onnipotenza, di diventare mano creatrice e distruttrice insieme.

Di seguito, l’intervista ufficiale a Leto tratta dal making of di Chapter 27:

Milioni di copie vendute, innumerevoli riconoscimenti tra i quali il quinto posto, per la rivista Rolling Stone, nella classifica dei migliori cantanti di tutti i tempi e la doppia stella nella Songwtriters e nella Rock’n’roll Hall of Fame, pezzi che hanno scavalcato il confine del mondo dell’arte e quelli del tempo per diventare inni eterni di pace, coraggio, dignità e fratellanza: con la certezza che la musica di John ci accompagnerà ancora, e ancora, e ancora, non resta che sperare che sì, davvero si sia sempre di più a studiare, a capire, a scegliere e a lottare per un mondo più a misura di umanità. Perché you may say I’m a dreamer, but I’m not the only one… e non c’è collante più solido tra i sognatori, né sprone più propulsivo, di un momento storico nel quale ogni luce, non importa quanto potente, sembra destinata ad arrendersi alle tenebre della sopraffazione, dell’ignoranza e della rassegnazione.

Addio, John. E grazie: the dream is NOT over.

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Classe ’83, nerd orgogliosa e convinta, sono laureata con lode in ingegneria dei sogni rumorosi ed eccessivi, ma con specializzazione in realismologia e contatto col suolo. Scrivo di spettacolo da sempre, in italiano e in inglese, e da sempre cerco di capirne un po’ di più sulla vita e i suoi arzigogoli guardandola attraverso il prisma delle creazioni artistiche di chi ha uno straordinario talento nel raccontarla con sincerità, poesia e autentica passione.

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