“The Endless River”, in viaggio sul “fiume infinito” dei Pink Floyd

La recensione di "The Endless River", ultimo album dei Pink Floyd, sotto forma di "diario di viaggio", sulla barca che naviga sul "fiume infinito".

0
Pink Floyd - The Endless River

The Endless River
dei Pink Floyd
Parlophone
Voto: 8

PREMESSA: Questa non è una recensione vera e propria di The Endless River, l’ultimo album dei Pink Floyd. Come suggerisce il titolo, infatti, è una sorta di “diario di viaggio”.
Un viaggio nel disco, comodamente seduti sulla barca raffigurata in copertina, cullati dalle nuvole e dalla musica dei Pink Floyd. Un viaggio diviso in quattro parti, ognuna delle quali richiama una parte della storia artistica della band.
Ascoltandolo, e collegando i vari titoli alla musica, è un disco che vuole far avere all’ascoltatore una serie di immagini e sensazioni piuttosto che dei virtuosismi artistici fini a loro stessi.
The Endless River è tratto da 20 ore di jam session effettuate per le registrazioni di The Division Bell, ultimo album in studio della band, del 1994.
Si tratta di un disco quasi interamente strumentale: l’unica traccia cantata è quella che chiude l’album, ovvero Louder Than Words.
Addentriamoci, quindi, in questo viaggio emozionale…

PARTE 1

Si parte con Things Left Unsaid. Parole sparse, di Richard, David e Nick: «“Ci sono un sacco di cose lasciate non dette”, “la somma è migliore delle parti”». Poi un colpo, uno solo, e parte il tappeto musicale di Rick Wright.
La musica è onirica, sognante, e ti trasporta come il fiume infinito di nuvole della copertina. Una tastiera soffice puntellata da una chitarra che sembra quasi leggera come una piuma. Note lunghe, lievi, leggere disegnate nell’aria.

Si cambia tono, più cupo, meno sognante, e si passa a What We Do. Le tastiere di Wright sono sempre in primo piano, e ci riportano indietro di 40 anni, per una canzone che cita, neanche tanto velatamente i suoni di Wish You Were Here.
Dalla sezione ritmica di tastiere, ma di soprattutto basso e batteria di Shine On You Crazy Diamond, spunta fuori un Gilmour in grande spolvero. La chitarra sale su, sulle scale alte, e proprio come nell’assolo di Shine On, disegna note come solo lui è in grado di fare.

I suoni diventano più taglienti, ricalcando gli effetti metallici di Welcome to the Machine, e ci portano verso la conclusione del brano. Un tuono smorza tutto e ci porta alla traccia conclusiva della prima parte, ovvero Ebb And Flow: flusso e riflusso. Forse volutamente mixata con un bilanciamento di suono che passa continuamente tra canale destro e sinistro, a voler immaginarci in riva al mare, col suono della risacca sulla spiaggia.
Un brano breve quanto minimalista: poche note di tastiera che dialogano con la chitarra acustica di Gilmour suonata in slide.
E con il rumore del vento che soffia si chiude la prima parte, proprio così come si chiudeva Shine On You Crazy Diamond.

PARTE 2

La seconda parte del disco si apre con Sum. Disturbi di frequenze e suoni campionati che ricordano Cluster One, la traccia di apertura di The Division Bell.
Arriva l’organo, vibrato, che rimanda al tema musicale di Another Brick in The Wall, e la chitarra di Gilmour squarcia letteralmente la tensione creata dalla musica.
Il ritmo si fa più serrato, e Mason inizia a picchiare sui tom della sua batteria: sembra di essere tornati indietro di una vita, di nuovo in quell’anfiteatro di Pompei, con la batteria di Nick a farla da padrona e gli altri ad improvvisare sopra in un’atmosfera musicale decisamente progressive.

La chiusura del brano improvvisa in stile e sonorità One of These Days ci porta direttamente a Skins, ovvero Pelli. Sono quelle della batteria di Nick Mason, che picchia furiosamente come in A Saucerful of Secrets, con le chitarre urlate di Gilmour richiamano i suoni di Echoes.
Di botto la tempesta si placa, ed arriva Unsung. Su una tastiera dal ritmo prog, le note di chitarra e la sequenza di accordi di Wright ricordano Marooned, ma la traccia è breve.
Poche note di chitarra, infatti, e si entra in Anisina. Il piano è suonato da Gilmour e richiama fortemente Us & Them. Proprio come in quella canzone fa la sua prima comparsa nel disco il sax. Una specie di inno, con un coro centrale, come fosse un canto, un’invocazione di ringraziamento per la fine della pioggia, dopo la tempesta dei due brani precedenti.
Il sax, il clarinetto e la chitarra di David dialogano, parlano, si rispondono, e ci portano alla fine della seconda parte, che sfuma proprio mentre in sottofondo si sentono di nuovo echi di pioggia. Starà tornando il temporale?

PARTE 3

The Lost Art of Conversation inaugura la terza parte del disco. L’apertura è affidata alle tastiere che suonano su un sottofondo di pioggia. Il brano sembra consegnarci quest’atmosfera: un pianoforte suonato in casa, davanti al camino, mentre fuori piove. Una musica dimessa, forse condizionata dal grigiore del tempo esterno, e un amico musicista che “commenta” con la chitarra le tue note di piano.

Ma è solo un’introduzione, si passa subito On Noodle Street, con l’ingresso della batteria, che insieme al basso portano avanti un ritmo inedito per la musica dei Pink Floyd. Una struttura quasi latineggiante, ci sembra quasi di immaginare di essere usciti sulla strada, dopo che la pioggia è finita, e fare due passi da soli nella città bagnata e vuota.

E camminando per questa città ci si perde, si fa tardi, e si arriva ad una Night Light, la luce di un lampione nella notte. La chitarra di Gilmour richiama l’attacco di Coming Back to Life, e scivolando in un assolo slide come fossero scarpe scivolose sulla strada bagnata ci porta ad Allons-y (1).
Qui la ritmica ci porta subito con la mente a Run Like Hell, con il suo ripetuto riff armonico, e sfocia in Autumn ’68, ovvero la registrazione di Rick Wright che suona l’organo a canne della Royal Albert Hall di Londra, appunto, nell’autunno del 1968. Questo pezzo si configura come una specie di intermezzo e di tributo vero e proprio al tastierista scomparso, posto simbolicamente a metà album come cardine centrale e senso di tutto il disco.
La successiva Allons-y (2) è la continuazione della parte precedente e potrebbe essere considerato il pezzo rock del disco, che suona un po’ alla The Wall.

I suoni campionati di Keep Talking ci portano a Talkin’ Hawkin’. Un giro di basso e di tastiere ipnotico scorre lungo tutto il brano, con i cori che rendono più maestoso l’impianto ritmico, e la chitarra che ricama assoli.
In questa canzone troviamo il campionamento della voce di Stephen Hawking, con le parti tratte dal famoso spot della British Telecom non incluse nel brano di The Division Bell.
A chiudere la traccia, e la terza parte del disco, ci sono proprio le parole-cardine di quella canzone: “all we neew to do is make sure we keep talking” (“tutto quello che dobbiamo fare è assicurarci di continuare a parlare”).
Quantomeno curioso sentirle dopo 40 minuti di sola musica, senza nessuna parola cantata. Decisamente emblematico.

PARTE 4

La quarta ed ultima parte del disco è aperta da Calling. Un tappeto di tastiere con effetti molto dark, quasi tetri, sofferenti, e un suono che ricorda molto quello dei synth dei film dell’orrore. Sembra voler dire, ricalcando proprio il titolo del brano, “ti sto chiamando ma non mi senti”, “sto cercando qualcuno, ma sono solo e ho paura”, e le chitarre di Gilmour non fanno che alimentare l’atmosfera.

Poi però la musica cambia, entra un’accordatura aperta, sembra di vedere uno spiraglio, c’è ancora malinconia ma è scomparsa la paura. Si passa a Eyes To Pearls, con un arpeggio di chitarra che ci riporta indietro a Set The Controls For The Heart of The Sun. L’ingresso della batteria di Nick, poi, ci riporta proprio a quel sound.
La musica cresce, e una chitarra che ricorda vagamente Poles Apart ci porta a Surfacing. Qui sembra proprio di riemergere, di essere usciti alla luce, di aver superato definitivamente la tristezza e la malinconia dei brani precedenti.
Il coro fa da contrappunto alle chitarre di Gilmour, fino a chiudersi e a farci sentire le campane di High Hopes, che ci introducono all’ultimo brano del disco, l’unico cantato, ovvero Louder Than Words.

La canzone è il riassunto in parole di un disco, di una carriera e di una vita intera, nonchè la sua degna conclusione.
Arrivati a questo punto tutto è chiaro. Si afferra subito il senso di tutto: il perchè sei passato, durante il disco, attraverso vari stati d’animo, come in una sorta di percorso di vita. Sogno, ossessione, tristezza, malinconia, e questo risveglio finale, di nuovo felice e consapevole.
Una sorta di viaggio delle emozioni della vita dei Pink Floyd ripercorrendo e richiamando vari momenti della loro carriera.
Un viaggio che ora giunge a conclusione, e che ha il suo epico finale in Louder than words e nelle sue parole: “Siamo più che vivi, e questa cosa che facciamo è più forte delle parole / Il modo in cui si dispiega è più forte delle parole / La somma delle nostre parti, il battito del nostro cuore, è più forte delle parole“.

Conclusione

Per una band dal nome specifico così pesante, rimettersi in gioco dopo 20 anni dall’ultimo disco in studio, e oltretutto con un lavoro quasi completamente strumentale, poteva essere un suicidio di dimensioni epiche.
Se Gilmour e Mason hanno deciso di far uscire questo album è perchè erano fortemente convinti di avere materiale di qualità (e l’hanno dimostrato) e per tributare il giusto addio a Rick Wright, pubblicando le sue ultime musiche.
Chi ama i Pink Floyd probabilmente amerà The Endless River. In 53 minuti si può trovare condensata tutta l’essenza e la storia del gruppo. E, in una sorta di Sarabanda floydiana, ci si può divertire a trovare le valanghe di autocitazioni sparse qua e là, velatamente e/o volutamente.
Chi non li amava già prima eviti direttamente di ascoltarlo: non gli piacerà, ma soprattutto non lo capirà.

pink floyd

La tracklist di The Endless River, l’ultimo album dei Pink Floyd

01 – Side 1, part 1: Things Left Unsaid (04:24)
02 – Side 1, part 2: What We Do (06:21)
03 – Side 1, part 3: Ebb And Flow (01:50)

04 – Side 2, part 1: Sum (04:49)
05 – Side 2, part 2: Skins (02:37)
06 – Side 2, part 3: Unsung (01:06)
07 – Side 2, part 4: Anisina (03:15)

08 – Side 3, part 1: The Lost Art of Conversation (01:43)
09 – Side 3, part 2: On Noodle Street (01:42)
10 – Side 3, part 3: Night Light (01:42)
11 – Side 3, part 4: Allons-y (1) (01:56)
12 – Side 3, part 5: Autumn ’68 (01:35)
13 – Side 3, part 6: Allons-y (2) (01:35)
14 – Side 3, part 7: Talkin’ Hawkin’ (03:25)

15 – Side 4, part 1: Calling (03:38)
16 – Side 4, part 2: Eyes To Pearls (01:51)
17 – Side 4, part 3: Surfacing (02:46)
18 – Side 4, part 4: Louder Than Words (06:32)

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci qui il tuo nome