Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della forza
di J.J. Abrams
con Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill, Anthony Daniels, Peter Mayhew
Voto dal 6 al 7
Alla settima volta (numero molto simbolico?) la Forza si è svegliata e la saga continua, o secondo alcuni riparte, trent’anni dopo i fatti che chiudevano Il ritorno dello Jedi (episodio 6, terzo della prima trilogia nella cronologia dei film). I primi a esprimere pareri dopo le proiezioni americane hanno parlato di “ritorno al classico”, “iniezione di vita e di positività” tra i personaggi, scene spettacolari “come allora”, “cuore al posto giusto”, eccetera. Emozioni. Vero. Commozioni? Alla Disney tengono a sottolineare che il film è comprensibile anche a chi non ha visto i primi 6. Vero. Ma di fatto si conta sul conservatorismo dei fan. Sulla nostalgia. Chi aspetta da una vita che una storia l’accompagni per tutta la vita è un critico affidabile? Il film è ben fatto, sarebbe snob cercare magagne tecniche, ma è davvero irresistibile la storia di una raccoglitrice di rottami stellari senza famiglia (Daisy Driver) che incappa in uno stormtrooper (John Boyega) che diserta dall’esercito del Primo ordine (i nuovi nazi-galattici imperiali) e aiuta a fuggire il più bravo pilota della resistenza (Oscar Isaac) e insieme cercano di riportare alla principessa/generalessa Organa un robottino che cela in sè la mappa per ritrovare Luke Skywalker mentre li incalza il nuovo nazista-galattico mascherato con la voce a effetto speciale (Adam Driver)? Hai la sensazione che sia un remake, un altro modo di far ripartire il primo Guerre stellari del 77. Che a questo punto si incrocia: i nuovi protagonisti fuggono con il Millennium Falcon e finiscono per incontrare proprio Harrison Ford/Ian Solo e Chewbacca trent’anni dopo.
Con tutta la bravura riconosciuta a J.J. Abrams nel recuperare, restaurare e riavviare “monumenti” (vedi Star Trek) e nel dirigere inseguimenti di cinema-cinema tra caccia stellari e esplosioni galattiche con più effetti di una volta (aggiungendoci le famose dissolvenze a tendina per chiudere i capitoli alla maniera del cinema che fu), la sensazione generale è di ripetizione. Forse Chewbacca ha più rilievo e fa più versi, ma il resto è a moduli e ricorsi: c’è qualcuno chiamato dalla Forza a diventare Jedi (aggiornamento politicamente corretto, una ragazza nerd e un po’ hacker), c’è un eroe buono e semplice (aggiornamento politicamente corretto, un afroamericano), c’è il figlio di Ian Solo diventato nazi-mistico (speculare a Luke Skywalker, che figlio del nazi-galattico Darth Fener, era diventato resistente). Batticuore? Se non sei un fan, e non invochi la ripetizione del miracolo, ti sfugge anche qualche ammirato sbadiglio. E hai l’inquietante sensazione che senza Harrison Ford il film non avrebbe senso: sembrerebbe uno Star Wars recitato da giovani semisconosciuti. Qualcuno obietterà: come nel 1977, nel primo Guerre stellari. Già, ma quello partì dal mistero per inventare il mito, questo il mito lo insegue. Inseguire costringe a ripetere le mosse: pianeti di sabbia e di boschi, astronavi / mondo complicate come sculture di Arnaldo Pomodoro da far esplodere come quarant’anni fa mirando al buco in fondo al canyon, i soliti stormtroopers, la solita stramba umanità galattica nelle bettole, i soliti robottini pigolanti e i soliti duelli con le spade laser sono ripetizioni del secolo scorso. Rifatte alla grande, certo, con l’intelligenza adattiva di JJ Abrams. Gioia per i fan che cercano la ripetizione del canone, stupore forse per nuovi spettatori, ma a mente fredda, oltre l’impatto emotivo della musica, delle acrobazie, dei duelli e delle esplosioni, la sensazione è quella di aver assistito a un rito recitato da cosplayer…







































