Ho avuto l’opportunità, grazie alla ferma insistenza della mia Luce, di visitare la bellissima mostra dedicata al genio pasoliniano nella città natale del grande regista e poeta, una Bologna solare in una mattina di marzo che è sede del Mambo, bel museo di arte moderna del capoluogo emiliano.
Fino al 28 marzo potete approfittare dell’opportunità per immergervi in un atto d’amore ben congegnato e ottimamente allestito.
Lo spazio è invaso dalla musica e dalla voce di Pier Paolo, dai suoi scritti, dai quadri, dai libri, dai vissuti quaderni e sceneggiature piene zeppe di ripensamenti, di lavoro quotidiano, di segni di biro compulsivi e decisi.
Si respira un’aria davvero cinematografica in quelle stanze, illuminate da un maestro della fotografia come Luca Bigazzi, uno dei primi elementi di valore di questa mostra: esci dopo alcune ore passate dentro a quella poca luce, quelle scritte enormi illuminate, quelle proiezioni gigantesche e la scelta di luci, di esposizione, di margini, il tutto ti dà il capogiro, una sorta di sindrome di Stendhal che è dolcissimo provare.

Esperienza totale, una immersione in un mondo magmatico, fatto di tanto, tantissimo lavoro fisico, vero, tangibile, una visione complessa che Pasolini ha perseguito contro il volere di chi lo avrebbe rinchiuso in una accademia di qualsiasi tipo, quella che la pseudo critica giornalistica costruisce per chiunque si occupi di comunicare una angoscia vitale come quella di Pasolini.

Ci sono momenti davvero emozionanti dentro la mostra, come quel foglio autografo della poesia “Supplica a Mia Madre”, ove puoi sentire la voce tagliente e precisa di Paolini interpretare la poesia che è quasi un amorevole atto d’accusa a una madre amorosa, forse troppo, tanto cercata nelle opere del poeta e tanto inseguita.

Il foglio sta davanti a te, ingiallito e appesantito leggermente dal tempo trascorso ma la voce, quella voce, e la luce che illumina il foglio, fanno sì che tu possa vivere una delle esperienze visuali più forti che ti siano capitate ultimamente, in tempi ove la vista come senso ha la predominanza, in tempi di you tube come totem, dove, chessò, per vedere un Elvis negli anni 50 basta cliccare col mouse, questa regressione ci fa capire quanto c’è ancora da dire se ci sono i contenuti e le storie.

Ecco, quello che si incontra è la storia di un uomo, poco tollerato per il suo essere omosessuale dichiarato nell’Italia dello strapotere democristiano e della borghesia piccola piccola, un poeta, di sinistra ma non conformista, ricercatore di una vitalità che l’Italia da lui tanto amata stava perdendo, che è quella che sentiamo tutti come persa, l’innocenza della bellezza inconsapevole, come quella che lui descrive nella sala ove proiettano il suo omaggio in morte di Marylin Monroe, icona della bellezza sana e americana morta suicida dopo un corteggiamento con lo strapotere della aristocrazia industriale americana.

E allora sono le parole che ti si ficcano in testa, quelle ricercate da Pier Paolo e sottolineate da una scelta registica:
“…sciocca come l’antichità
crudele come il futuro…”
Pier Paolo Pasolini vede una infantile Marylin allontanarsi, come la bellezza, in un pulviscolo dorato.
Gold Dust.
Le parole del poeta sono sempre necessarie, uniche, parole rinsecchite e splendide nella loro essenza, scomode, a volte crudeli ed egoistiche ma sempre importanti.

Dietro a questa grande mostra si avverte un senso di moralità.
Assurdo, se pensi alla lunga storia di condanne che l’opera e l’operato del Nostro ha subito nel corso della sua vita ma anche in morte, con la sua eliminazione archiviata usando il titolo di uno dei suoi libri, “Una Vita Violenta”.
Il senso morale che si respira è legato alla necessità etica di sottolineare l’importanza di una figura come quella di Pasolini, più ora che allora.

Il senso morale si allinea con quello di un Bob Dylan, quel suo quasi essere condannato a rappresentare l’Ebreo Errante che porta ai quattro angoli della terra le sue canzoni necessarie.

L’essere Pasolini, magmatico, infinito, egotistico giammai ripiegato su sè stesso, le sue contraddizioni, tutto questo ti accerchia, diventando preponderante quando lo metti in controluce rispetto ai nuovi attori del malcostume culturale.
Anche quando Pier Paolo Pasolini riconosce nella distruzione del mondo una responsabilità del nulla compresso della televisione e della sua non offerta culturale, siamo dentro i grandi limiti di una Italia con i pantaloni a zampa d’elefante.
L’Italia della mia adolescenza.

Mi viene chiaramente da pensare a quello che direbbe se non fosse stato eliminato dei nostri giorni di you tube e dei social network, di cuochi filosofi.
Esci dalla installazione che chiamare mostra è riduttivo, riposato, con la voglia di ripercorrere, almeno in parte, l’immenso corpus del poeta, dei libri, dei film
E’ tutto ancora lì, per noi. Da riscoprire con meraviglia, ricordando quando, alla City Lights di San Francisco, la libreria di Lawrence Ferlinghetti, visitata in un momento estatico vissuto a San Francisco oltre vent’anni fa, rimanesti basito nello scoprire i libri di Pier Paolo Pasolini stampati e tradotti dalla casa editrice di “Howl” su uno scaffale apposito.
Segno che la grande modernità e la lingua universale avevano travalicato le inutili frontiere.
Come la grande musica.
Come l’amore.



































