Iggy Pop, Londra Hammersmith Apollo (2005)

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Siamo almeno una quarantina di fotografi fuori dall’Arena, trattati come un carico di bestiame, pronti ad essere sguinzagliati sotto palco, dove lotteremo e ci insulteremo per accaparrarci la migliore immagine dell’iguana di Ann Arbour, il tutto per un tempo pari alla durata di tre canzoni… no flash. Scene di ordinaria follia dal girone dantesco dei fotografi “live” insomma.

Quando la band esce si scatena l’inferno. Tra gomiti di fotografi e piedi di fans che praticano lo stage diving mi ritrovo sepolto nella bolgia. Ricordo chiaramente vedere Iggy scalciare con cattiveria divertita diverse ragazze a cui io avrei fatto ben altro.

La prima caratteristica che mi ha colpito osservando il cantante è la sua altezza… è più basso di me di almeno 35 centimetri. Voglio trarre vantaggio una volta di più da questo regalo che madre natura mi ha fatto… mi accorgo che alzando il braccio con cui tengo la macchina fotografica arrivo all’altezza dei suoi occhi blu. Incomincio a scattare incurante del fatto che il mio flash spara ad una spanna dal suo viso. Io e il mio idolo incrociamo gli sguardi in quella che io credo sia una manifestazione di intesa, quasi di compiacimento punk, gli sorrido e proseguo il mio lavoro continuando ad accecarlo. Noto che, fissandomi con lo sguardo del serial killer, il suo microfono inizia a roteare, come fosse un lazo di un cowboy in un remake di Dario Argento di un film di John Ford, e finisce con lo schiantarsi sulla lente della mia Canon, frantumandola. Un ghigno si forma sul viso del mio eroe. La mia sessione è finita prematuramente, ma il mio portfolio acquisisce uno dei suoi pezzi più pregiati, regalandomi una storia che racconterò ai nipotini.

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