Heart of a Dog. Laurie Anderson, la vita, la morte

Una performance visiva e sonora sulla perdita. Triste?

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Laurie Anderson era in giuria a Venezia pochi giorni fa. L’anno scorso aveva presentato il suo personale “Cuore di cane” (il titolo in Bulgakov indicava una mutazione…): Heart of Dog parla della perdita della sua rat terrier Lolabelle. Non me ne vogliano gli amanti dei cani, che han giubilato, e quanti invece hanno trovato la cosa uno sfizio inquietante: ho il sospetto che l’amatissima Lolabelle sia un modo molto simile a una canzone o a un’installazione della Anderson per parlare della vita, della morte, dell’energia, dell’amore, della famiglia, della perdita, della trasmigrazione dell’anima e di mille altre cose, futili e grandissime. Lolabelle a parte, arriva una deliziosa e inquietante narrazione ipnotica, violino e musiche campionate, immagini di recupero, filmini deturnati, foto sfocate, ricordi, citazioni, amnesie volute e false piste. È una discesa, buddista, che cita anche le procedure di accompagnamento dell’anima previste nel Libro tibetano dei morti, nel nostro essere nel mondo e nel lasciarlo. Se vi infastidisce l’idea di un film che sembra un dolce frullato di sensazioni, pensatelo come un album, dove invece che i suoni Laurie Anderson ha campionato le immagini e le ha reincollate ai sentimenti.

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