I 40 anni del Punk sono stati celebrati anche a Treviso con uno dei protagonisti della prima ondata, John Holmstrom, il grafico e scrittore americano che fondò la rivista Punk Magazine che nel 1976 contribuì a indentificare la nuova onda rock che fermentava in Usa e in Gran Bretagna con il termine che per gli inglesi indica “roba da poco e molto sgradevole”.
A Fabrica, il laboratorio creativo di Benetton a Ponzano Veneto, Holmstrom è intervenuto mercoledì sera su invito di Treviso Books Festival per promuovere la raccolta 1976-2004 del “Best of Punk Magazine”, ristampa dei numeri migliori della rivista, e parlare di punk, quello americano prima di tutto, che aveva la sua fucina al Max’s, in Texas, e al CBGB’s, a New York, “in effetti gli unici posti dove si poteva ascoltare quella musica”.

Sollecitato da Ruggero Brunello, traduttore e musicista, e da Mario Bonaldi, di Rolling Stone Italia, Holmstrom ha raccontato il fermento punk condendolo con aneddoti, ricordi e impressioni. “Pensavamo fosse qualcosa che poteva durare qualche mese, non che potessimo ancora star qui a parlarne oggi”.
Il punk rock esplose a metà degli anni ’70, ribellandosi all’istituzionalizzazione del rock “mainstream” che stava diventando sempre più complesso, edulcorato e meno ribelle. Le matrici erano nella musica grezza e creativa di Lou Reed, di The Who, “Ma per me anche Elvis Presley era punk! Credo che lui, Little Richard, Jerry Lee Lewis avessero quell’energia che volevamo ricreare!”, dice Holmstrom.

Londra, con Sex Pistols, Clash, fu l’altra fucina punk, quella legata anche alla moda a un’espressione visiva e fisica del mondo giovanile fuori dalle regole e antisistema. “In America – spiega Holmstrom – abbiamo tirato giù il progetto, gli inglesi hanno costruito il palazzo. Il punk inglese aveva una formula mentre noi in America sperimentavamo. I Ramones sembravano essere personaggi usciti dai fumetti. Per questo fui attratto da loro. Fuori imperava il glam e quando andavo a uno spettacolo mi sembrava di essere l’unico vestito come un essere umano. I Ramones invece parlavano delle mie cose, della mia età, con il mio linguaggio. Anche se non ho mai capito se fossero intellettuali che si atteggiavano a coatti o fossero davvero coatti”.

Convinto che “non si può essere musicista e critico allo stesso tempo. Ci deve essere un confine” e che “Facebook ha fatto una specie di lavaggio del cervello collettivo”, Holmstrom ha disegnato dagli anni ’70 diverse copertine di album per i Ramones, come per Blondie, Dead Boys e altre band rock, come Dandy Warhols, Rolling Stones, Murphy’s Law. Si è occupato della grafica di poster, libri e T-shirts, tanto da entrare nella Rock’n’roll hall of fame di Cleveland e vedere i suoi lavori esposti permanentemente al Museum of Modern Arts.
A Treviso fino a domenica 25 settembre espone al Comic Book Festival una propria mostra di illustrazioni originali e inediti.
Giò Alajmo
22 settembre 2016





































