Andrew Cyrille Quartet
The Declaration of Musical Indipendence
(ECM/Ducale)
voto: 7
Durante il secolo scorso, la scansione ritmica, forte e chiara, è diventata negli anni una sorta di tatuaggio imprescindibile della musica di consumo contemporanea. Una via che induce all’ascolto e che fa scivolare nella mente, con la decisione della sua immediata “visibilità”, i discorsi della melodia e i suggerimenti dell’armonia. Eppure c’è stato un periodo in cui il ritmo, e con esso il suo strumento principe, la batteria, era diventato un suggeritore e un costruttore di discorso come gli altri, in una serie di traiettorie circolari che non trovavano mai (o quasi) la propria quadratura: la stagione del free jazz.
Stagione di frutti succosi (a cominciare dal capolavoro eponimo di Ornette Coleman, datato 1960 e start up del “movimento”) e di moltissime proposte indigeste, ha avuto tra i suoi protagonisti – per undici anni a fianco del pianista di riferimento Cecil Taylor – un batterista dal tocco mai prevedibile, impareggiabile nell’uso del gran piatto, capace di un’andatura destrutturata e irregolare quanto in continua altalena tra rimandi alla tradizione e ricerche inafferrabili, sempre pronto a richiami voluti e a suggestioni che ognuno ritrova nel proprio individuale bagaglio: Andrew Cyrille.
A 77 anni il musicista di Booklyn è titolare di un quartetto – più formalmente e nell’intenzione sonora, e probabilmente per farlo debuttare da leader per la prestigiosa label ECM, piuttosto che nell’autentica “conduzione” – formato da big riconosciuti, quali il chitarrista Bill Frisell, il precursore del synth in ambito classico Richard Teitelbaum e il contrabbassista Ben Street. E propone una sorta di manifesto di quale potrebbe essere il “jazz libero”, o meglio la “musica indipendente”, oggi. Compito non facile. E non sempre felicemente risolto.
Aperto da un suggestivo assolo di batteria sul “Coltrane Time” del maestro del sassofono jazz, e chiuso dall’omaggio friselliano “Song for Andrew no. 1” pieno di trovate elettroniche, l’album ha il pregio immediato delle combinazioni: tra passato e futuro, tra tradizione e immaginazione, tra idea e fatto, tra ottimismo della volontà e sapienza della tecnica, tra fattualità e disponibilità. Il che si traduce in irregolarità volute, in “destrutturazioni” continuate, in costruzioni alveolari, in musicalità sottotraccia.
Il leggendario “broccolino” è partner ritmico di Street nel trio del pianista Søren Kjærgaard e nel gruppo Continuum di David Virelles, lavora con il fondatore del seminale ensemble italiano di contemporanea Musica Elettronica Viva ormai dal 1970 e ha collaborato più di rado con Frisell, ma non i quattro non si erano mai riuniti per una sessione. Le combinazioni che ne scaturiscono vanno dalla lenta e quasi pop “Say” alle improvvisazioni collettive di “Sanctuary”, “Dazzling” e “Manfred” (dedicata al boss dell’etichetta, che stranamente non si occupa della produzione del cd, lasciandola al fido Sun Chung), dalla fluttuante e riflessiva “Herky Jerky” all’abbagliante e astratta “Begin”.
The Declaration of Musical Indipendence è più un’introduzione che una definizione, più un’ipotesi di lavoro che una sintesi evoluta, più un lussureggiante insieme di spunti che un compiuto dibattito analitico. Ma non è detto che per questo debba piacere meno, anzi.







































