Nessuno ci può giudicare. E l’Italia era un musicarello

Un bel documentario sul bel Paese che diventava moderno e canterino

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Nessuno ci può giudicare
di Steve Della Casa e Chiara Ronchini

Erano gli anni Sessanta.  Il cantante di moda (che non era più melodico, ma urlatore o quasi beat) con un film poteva regalarti un’ora e mezza di sue canzoni: la tv non lo faceva, i videoclip erano impensabili e pochi bar avevano gli equivalenti dello Scopitone (juke-box con musica e immagini).  Quei film vennero chiamati musicarelli, erano fatti da specialisti che avevano in mente la musica sentita al bar, la commedia sentimentale (che non si negava neppure ai comici di successo), lo sfruttamento del divo e la società italiana in evoluzione. Oggi sembrano rivoluzionari, allora venivano trattati come materiale minore per consumo giovanile.  Se il cantante era maschio sembrava a volte lavorare per il Ministero della Difesa: Gianni Morandi, nei musicarelli,  pareva vivere in una caserma, per spiegare che così il Nord incontrava il Sud, i graduati erano come padri e l’Italia era una grande famiglia in divisa. Le cantanti femmine rivendicavano cose come la minigonna, certi balli, certi tagli di capelli, certo amori. Nel bel docu di Steve della Casa e Chiara Ronchini (che vorresti anche più lungo perché il materiale ritrovato, e non solo quello dei film, è enorme) si scopre che attraverso i musicarelli l’Italia contemplava la sua trasformazione da società agricola a consumista (in spostamento verso il ’68) e intanto si divertiva, rubava un po’ ai film musicali americani e un po’ all’avanspettacolo di casa, criticava la famiglia e scopriva un nuovo soggetto politico ed economico: il giovane. È bello rivedere i divi di allora che parlano a distanza di mezzo secolo seri come padri della patria che riflettono sulla Storia. In effetti Caterina Caselli, Piero Vivarelli, Shel Shapiro dei Rokes o Rita Pavone o Gianni Pettenati la Storia l’hanno fatta e cantata. Alcuni mancano all’appello. Chissà che non ci sia un sequel…

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