Lucky
di John Carroll Lynch con Harry Dean Stanton e David Lynch
Harry Dean Stanton è Lucky: è vecchio, novant’anni, è allampanato, si nutre di latte, Bloody Mary e sigarette (il medico gli sconsiglia di smettere col fumo perché non morirà più di malattia: finirà e basta), veste 3 calzoni e tre camicie uguali da cowboy, quando apre la porta di casa sembra entrare nella luce, si aggira in un paese desertico che pare ancora Paris Texas, fa 5 esercizi di yoga al giorno, non ha famiglia, guarda cose orrende in tv, fa le parole crociate manda spesso a quel paese un luogo che non vediamo fino alla fine (ma il nome del luogo la dice lunga…), sogna ambienti che non starebbero male tra gli incubi di Twin Peaks e quando va al bar o a far colazione tratta tutti con la benevolenza di un filosofo stoico: il saluto di arrivo è “tu non sei niente”, quello di commiato “di noi non restera unghaz!” (starebbe per il nostrano “un cazzo”). Una variante da bar dell’impermanenza buddhista, più flemma zen, poesia e sigarette. A cui aggiungere David Lynch che nella sua tartaruga terrestre di nome Presidente Roosevelt identifica ciò che nella natura vive più degli umani: per cui vorrebbe lasciarle un’eredità in denaro per il futuro. In Lucky ci sono produttori e sceneggiatori di Twin Peaks, amici di Lynch, Lynch stesso, echi di certo cinema indipendente pensoso e leggiadro, alla Jim Jarmush, e forse c’è davvero un documentario trasformato in fiction su tutto quello che Harry Dean Stanton è stato, è e sarà non solo nel cinema. Una di quelle rare occasioni per riconciliarsi col cinema che parla di spazio, tempo, amicizia, amore e morte e sembra una seduta analitica al tavolo di un bar. Davvero piacevole.







































