Jimmy Buffett, triplo show parigino per i quarant’anni di Margaritaville

Piedi rigorosamente scalzi e sorriso sempre ben impresso sul volto, il re delle sailing songs e della summer time music ritorna all’ombra della torre Eiffel con il tradizionale appuntamento di fine settembre. Rigorosamente ‘sold out’ da almeno sei mesi, le uniche tappe europee del suo personale ‘never ending tour’ quest’anno salgono a tre e fanno presagire la registrazione di un live album con qualificata rappresentanza tricolore tra i suoi fedeli ‘parrotheads’

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Jimmy Buffett
Jimmy Buffett, Parigi 2015 (foto Daniele Benvenuti)

Provate a immaginare una pittoresca e improvvisata festa “hawaiian style” proprio nel cuore brulicante e torbido di Pigalle. Un autentico e ridanciano “summer time party” compresso su un piccolo biscotto urbano a poche centinaia di metri dal Moulin Rouge e praticamente ai piedi di Montmartre, dove la scalpitante sobrietà dei turisti si fonde con la licenziosità dei numerosi sexy shop che si contendono con bistrot e locali a luci rosse la clientela senza barriere linguistiche che vi scalpita praticamente 24 ore su 24. Ecco, proprio in questo atipico microcosmo, è nuovamente pronto per insediarsi l’assurdo e contagioso mondo dei “parrotheads” (i fan più fedeli e devoti del l’ormai 70enne musicista e creativo originario di Mobile, Alabama) con la loro burrascosa ondata di allegria da mettere in scena prima e dopo il tradizionale concerto-evento che li attende di lì a poco.

E, ora, provate anche a moltiplicare questo duplice veglione quasi carnascialesco per ben tre giornate consecutive e aggiungeteci, infine, tutti i party pomeridiani di avvicinamento e quelli notturni di chiusura (vi raccomando soprattutto quelli sulle terrazze degli hotel degli irlandesi 3 degli scozzesi…). Fatelo e, di colpo, vi ritroverete scaraventati nel gioioso e moderatamente alcolico mondo di Jimmy Buffett per il quale il 2017 potrebbe anche rivelarsi l’ultimo anno di una serie di gloriose ed esclusive (scoprirete in seguito il motivo…) trasferte nel cuore di Parigi da chiudere con un inedito tris (le precedenti abitudini prevedevano, infatti, una semplice doppietta) e, quasi certamente, anche con la registrazione di un live album commemorativo.

Tanto popolare negli States da almeno 40 anni quanto, ingiustamente, poco noto nel Vecchio Continente, Buffett vanta un seguito così appassionato e follemente genuino da far sì che i già risicati biglietti disponibili finiscano sempre e regolarmente esauriti con almeno sei mesi di anticipo.

Jimmy Buffett a Parigi (foto Daniele Benvenuti)

Pochi in Italia lo conoscono: del resto, non si tratta di un artista per distratti presenzialisti da grandi eventi o amanti dei selfie a quattrocento metri e passa da un palco ridotto al lumicino. Al massimo, da noi, Buffett potrebbe finire confinato sulla spiaggia del Summer Jamboree di Senigallia (e non sarebbe neppure una cattiva idea…) in occasione della gettonatissima serata hawaiana. Pochi (ma buoni) i connazionali si sono comunque mossi per tempo anche quest’anno e ora attendono in fibrillazione il 21, il 22 e il 23 settembre prossimi, allorché il beniamino di Pascagoula, Mississippi tornerà in Europa per fare tappa nella location a lui più cara, praticamente unica città del continente a poter vantare un suo show. Già, perché se si fa eccezione per una sporadica doppia data londinese del 1997, il poliedrico songwriter, frontman, musicista, scrittore, scopritore di talenti (come Zac Brown, per esempio), attore e produttore cinematografico, nonché imprenditore di successo, albergatore e persino pilota di idrovolanti (possiede una compagnia anche in questo settore, tanto per non farsi mancare niente..), in 45 anni di onorata carriera aveva suonato nel continente solo altre dodici volte, sempre all’ombra della torre Eiffel, a partire dal 2007. Un triplo appuntamento caratterizzato da una scarsa percentuale di indigeni e una quasi totalità di pacifici “invasori” di lingua madre anglofona con sporadiche, ma qualificate, presenze provenienti da altri Paesi, Italia compresa (come l’immancabile cantautore e folk-rocker romano Pierluigi De Luca, un paio di giornalisti specializzati tra i quali chi scrive e soprattutto l’internazionale Francesco Calazzo che degli “italian parrotheads” può essere considerato indiscusso punto di riferimento).

Fins, Parigi 2016 (foto Daniele Benvenuti)

L’annata attuale, poi, è di quelle particolari in considerazione del 40° anniversario della pubblicazione del suo brano filosoficamente e musicalmente cardine Margaritaville (contenuto nell’album del 1977 Changes in latitudes, Changes in attitudes), dichiarazione d’intenti e riuscitissima allegoria intorno al quale nell’arco dei lustri si è sviluppato un autentico impero commerciale. Una realtà in grado di rendere Buffett una delle celebrità più facoltose d’America (Forbes lo ha collocato in 13. Posizione) con un patrimonio di circa 550 milioni di dollari e guadagni di oltre 40,5 milioni soltanto negli ultimi due anni. Eppure, più che con un avido e spregiudicato tycoon capace di costruire dal nulla un gioiello finanziario, pare sempre di avere a che fare con il solito eterno surfista che ancora oggi sembra bazzicare esclusivamente spiagge da sogno, solcare le onde con la tavola personale o il più conciliante sup, dedicarsi a battute di pesca d’altura, farsi rincorrere dalla sua truppa di cucciolotti, mettersi alla cloche di uno dei suoi velivoli o rimbalzare come una trottola nelle località più suggestive che si possano immaginare. Niente scrivanie monumentali, anche i cellulari ridotti al minimo, zero segretarie arpie e consigli d’amministrazione affidati alla competenza dei collaboratori: per lui, sul palco come nella vita, piedi rigorosamente scalzi e bermuda d’ordinanza all’insegna della filosofia di vita “No shoes, no shirts, no problems” (motto coniato nel brano omonimo dall’allievo prediletto Kenny Chesney) e t-shirt da vitellone della Florida. Con il sorriso più che mai stampato su un volto ormai da parecchi anni circondato da una cornice candida e sempre più orgogliosamente scarsocrinita.

28 album all’attivo dal 1970 e show che vanno in scena quasi sempre in contesti di rara suggestione tra arene scolpite nella roccia, litorali atlantici e mega piscine, Jimmy Buffet è uno di quei personaggi in grado di contagiare tutta la platea con quella carica di spensierata positività che si trascina dietro. Due ore in compagnia sua e della fidata Coral Refeer Band consentono ai fortunati e lungimiranti presenti di tornare a casa o in hotel con la stessa di espressione di uno che ha appena vinto al SuperEnalotto senza neppure aver giocato.

Cheeseburger in paradise, Parigi 2015 (foto Daniele Benvenuti)

Dio benedica le sue trasferte concertistiche europee di fine settembre, dunque. Soprattutto se, show a parte, nobilitate anche da un contesto come il teatro La Cigale, piccolo gioiellino di arte barocca tendente al kitsch con i suoi arredi in legno scuro intarsiato datati 1887 e le poltrone in velluto rosso. Prima regno di vaudeville e operetta; poi, una volta ristrutturato, casa prediletta per chansonnier, patiti dei “kung fu movies” targati Show Bros. e, infine, anche dei patiti di bocca buona delle pellicole hard da una botta e via. Oggi è invece una gemma per concerti di spessore, la cui capienza può andare dai 950 tickets con posti numerati in platea (21 e 22 settembre) ai 1.400 con accesso libero in piedi nella zona floor (23 settembre). Tutti, come detto, già esauriti da mesi e mesi. Il menù, del resto, sarà il solito! Una travolgente miscela di west coast cantautorale tra “Brother” Jackson Browne e Warren Zevon buonanima, country honky tonk, surf, musica caraibica, calypso, persino reggae e jazz-swing degno di New Orleans.

E ora ritorniamo all’esagerato contorno: un concerto di Jimmy raccoglie talmente tanta sana allegria, sincera autoironia e scomposta educazione da parte del pubblico da far impallidire qualsiasi altro live act al mondo. Niente isterismi, tanta competenza specifica e persino esilaranti siparietti.

Un’ondata sonora e visiva che, dal palco, viene perfettamente assecondata dal look adottato dal variopinto pubblico (composto in gran parte dai “parrotheads”, le allegre “teste di pappagallo” quasi paragonabili in fatto di costanza agli affezionati “deadheads” che seguivano in tour i Grateful Dead con o senza Jerry Garcia) dove i rari camicioni western alla Fogerty & Young sono numericamente strabattuti in partenza da coloratissime camicie hawaiane dalle fantasie più improbabili, collane floreali in stile Honolulu, gonnelline e corone degne di Samoa, noci di cocco, pinne da squalo, cocktail e birra au go go, t-shirts da surfisti giunte direttamente dai vecchi tour del Nostro o dalle sue catene di locali (chiamate, guarda caso, Margaritaville e Cheeseburger in paradise come due dei brani più popolari e coinvolgenti), bandane da pirata, ninnoli da Mardi Gras senza generose pettorute sui balconcini, assurdi copricapo con cesti di frutta esotica e, ovviamente, pink flamingo e pappagalli di peluche. Parecchi i bermuda e anche qualche ciabatta degna di Maui. Talmente originali e invidiabili con il loro mondo di evasione da essere diventati addirittura oggetto di un docu-film diretto nel 2016 da Bryce Wagoner (The Parroth Heads, appunto) che descrive il loro affetto incondizionato e per nulla morboso che si ripete, puntuale,  a ogni show. Quasi una festa sulla spiaggia ad alta gradazione  alcolica insieme a Matt, Leroy, Jack & papà Bear (Un mercoledì da leoni docet). In attesa magari dell’arrivo di Thomas Magnum e Jonathan Higgins, dell’Elvis di Aloha, delle sorelle hawaiane di Happy Days e finanche di Buster Poindexter. E, in cambio, sorrisi. Tanti, tantissimi sorrisi convinti. Ai limiti della paresi facciale. Età media over 50 tra famiglie intere, almeno quattro generazioni rappresentate e fan club organizzatissimi, quasi come compagnie teatrali: tutti contenti come bambini il giorno del Ringraziamento!

Jimmy Buffett, Parigi 2014 (foto Daniele Benvenuti)

Rispetto gli immensi palchi all’aperto cui sono abituati, magari davanti a specchi d’acqua affollati da piccoli motoscafi oppure sul bordo di mega piscine con il pubblico a bagnomaria sopra materassini o camere d’aria gonfiate, a Parigi i musicisti della Coral Refeer Band dovranno ridimensionare gli spazi a disposizione e rinunciare anche ai suggestivi scorci coreografici targati Caraibi o al mega acquario sullo sfondo nel quale, talvolta, nuotano sirenette in carne e ossa. I dieci musicisti si ritroveranno quindi proiettati nel cuore dei fan e di una platea rigorosamente affollata ma, cocktail alla mano, composta ed educata. Buon ultimo, ma senza alcuna cerimonia autoreferenziale, entrerà in scena Buffett, nato la notte di Natale del 1965 e ormai diventato una sorta di “re dei surfisti attempati”: polsini a entrambi gli avambracci come un ibrido tra Fred “Pelato” Neal dei vecchi Harlem Globetrotters e l’Ilie Nastase dei tempi d’oro, bermuda, t-shirt da spiaggia, stempiatura nevosa (eufemismo) da far impallidire persino il capitano Merrill Stubing e piedi rigorosamente scalzi dietro il microfono e il monitor sul quale scorrono i testi, soprattutto quelli in idioma francofono sui quali si rivela sempre alla fine piuttosto generoso. Nonostante gli oltre 1.500 concerti sul groppone in circa 500 diverse località del globo, Buffett non perde mai il suo proverbiale entusiasmo e, quando lascia spazio ai classiconi come Changes in latitudes, Changes in attitudes, i palloni da spiaggia a spicchi bicolori che ricordano la pubblicità della crema solare Coppertone (senza, tuttavia, la presenza di cagnolini dispettosi e bimbette bionde sederino all’aria) restano costantemente a galleggiare nell’aria del teatro tra una manata e l’altra.

Nessun effetto speciale, neppure uno: neanche una luce di troppo o un singolo campionamento, se non il suono della marimba che esce direttamente dalle tastiere per un’inconfondibile sbornia di “summer time music” che anche quest’anno passerà per forza attraverso Son of a son of a sailor per aprire le porte a suoni da CSN in salsa soul & hula con le accaldate coriste Tina Gullickson e Nadirah Shakoor a darsi da fare anche in termini coreografici da autentiche “buffettes”. The Ticky Bar is open (“Thank God the tiki bar is open – Thank God the tiki torch still shines – Thank God the tiki bar is open – Come on in and open up your mind”), liberamente tradotto dal brano partorito dalla fertile mente di John Hiatt, stappa sempre tutte le bottiglie possibili e shakera a dovere il nettare negli appositi bicchieri con ombrellino, perché è proprio l’ora del party: It’s five o’clock somewhere (ballatona country & western scritta da Jim “Moose” Brown e Don Rollins, ma re-incisa a ritmo da toga party da Alan Jackson insieme allo stesso Buffett) che porta una mandria di appaloosa a galoppare liberi sull’arenile al tramonto. Immancabile o quasi è anche Brown eyed girl (i saltelli di Buffett, immediatamente imitati dal pubblico, fanno regolarmente vibrare in maniera inquietante la vetusta struttura parigina) costituisce il tradizionale richiamo a Van Morrison, esatto alter ego al negativo del padrone di casa: tanto solare e sorridente quest’ultimo, tanto cupo e insopportabile il quasi coetaneo, geniale e imprescindibile eroe di Belfast. Una cover che i fan ritengono partorita da Buffett, generando un equivoco ormai radicato, simile a quello relativo a Hallelujah, quando viene attribuita a Jeff Buckley e non a Leonard Cohen (sigh!).

Jimmy Buffett, Parigi 2016 (foto Daniele Benvenuti)

Le “sailing songs” coinvolgono sempre Grapefruit – Juicy fruit, autentico swing da onda anomala, I will play for gumbo, honky tonk sabbioso ad alto tasso salino e gonfio di Pina Colada, la festa scatenata di Last mango in Paris e i siparietti con il tastierista Michael Utley, veterano del palco che sta a Jimmy come Paul Shaffer stava a Dave Letterman e Max Weinberg a Conan O’Brien. Il tutto per regalare sonorità le quali, piuttostochè agli abusati e fuori tema Beach Boys, sembrano invece più affini a quelle di una The Band clamorosamente emigrata a Key West insieme a Nicolette Larson (la deliziosa Come monday). Mac McAnally, altro alter ego del frontman (imponente, esemplare e talentuoso chitarrista barbuto che sembra Donald “Duck” Dunn senza pipa) lancia gli inni Cheeseburger in paradise e naturalmente Margaritaville che, nonostante i suoi piccoli riti, si sviluppa a tratti recitata e a tratti rallentata (il classicissimo “searching for my lost shaker of salt – salt – salt” con il pubblico crea una gioiosa e unica interazione). A pirate looks at forty è invece il solito lentaccio strappamutande da taverna portuale, in attesa che scocchi il momento tanto atteso quando la straripante Fins, introdotta da finte urla di terrore e suoni da suspance acquatica, introduce davvero lo squalo e Jimmy decreta l’avvio della sua personale Time Warp dance di rockyana memoria, incitando il pubblico a mimare con le mani giunte sulla testa la pinna maledetta con piegamenti a destra e a sinistra come uno slalomista tra i paletti (“Can’t you feel ‘em closin’ in, honey – Can’t you feel ‘em schoolin’ around – YOU GOT FINS TO THE LEFT, FINS TO THE RIGHT – And you’re the only girl in town”).

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Daniele Benvenuti
Daniele Benvenuti, triestino, classe 1968. Laureato in Scienze politiche, è giornalista professionista con ormai cinque lustri abbondanti di attività sulle spalle tra carta stampata, video e radio. Studioso di “popular music”, nonché autore di una monumentale tesi in Sociologia delle comunicazioni di massa (Sociologia della musica: Il rock e la comunicazione tra fan), tra le sue produzioni editoriali predilige biografie e monografie come quelle già dedicate a Bruce Springsteen (quasi tremila gli iscritti allo specifico gruppo Facebook 'All the way home') o ad atleti di prestigio. Già responsabile di uffici stampa nelle massime categorie sportive nazionali, attivo nel mondo del volontariato, è specializzato anche nella promozione di rassegne musicali ed eventi sportivi. È vicepresidente vicario dell’USSI FVG. Una casa letteralmente invasa da migliaia di vecchi vinili, musicassette, cd, stampe, locandine, foto e libri specializzati (tutto classificato con maniacale precisione…). Le sue opinioni costituiscono il sunto di quasi trent’anni di ascolto critico, archiviazione metodica, viaggi sgangherati e una caccia spasmodica alla “scaletta perfetta”.

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