VENEZIA 74. The Third Murder. Un processo giapponese

Un avvocato e il suo difeso, che ha confessato troppo in fretta. Perché?

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Kore-Eda Hirokazu in concorso a Venezia 74 con il suo Third Murder abbandona i consueti ritratti di famiglia e si sposta su una storia processuale: un uomo che trent’anni prima era già stato giudicato per un omicidio, confessa di aver ucciso per rapina il suo datore di lavoro. Gli danno come prestigioso avvocato della difesa il figlio del suo giudice di un tempo. Appena l’avvocato scende più in profondità scopre che il suo difeso forse ha confessato troppo in fretta, anzi, forse non è neppure colpevole, ma soprattutto cambia versione a ogni interrogatorio e mette in crisi tutto l’impianto processuale giapponese, molto legato alla capacità del giudice di concludere un processo bene e in tempi rapidi. La mutazione dell’impianto processuale sposta il film dal piano tecnico a quello delle domande etiche. Cosa cerca di fare l’imputato? Forse protegge qualcuno? A che titolo? Tutto il film è nato in realtà da un’ammissione di addetti ai lavori: il tribunale non è il luogo in cui si stabilisce la verità. E allora che luogo è?

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