Il Cile: «Fare musica e toccare il cuore delle persone è la droga più forte».

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Il Cile

Esce domani La fate facile, il nuovo disco de Il Cile. Dieci canzoni da ascoltare tutte d’un fiato, senza riempitivi. Un disco in cui Lorenzo Cilembrini si mette a nudo ancora più che in passato. Un disco senza mezze misure, crudo e sincero. Il Cile è così, prendere o lasciare. Quattro gli appuntamenti per vederlo dal vivo nei prossimi giorni, tutti in negozi Feltrinelli, i primi due con inizio alle 18.30, i secondi due alle 18: il 12 settembre a Milano (Piazza Piemonte), il 13 a Torino (Stazione Porta Nuova), il 14 a Bologna (Piazza Ravegnana) e il 15 a Roma (Via Appia Nuova 427).

Lorenzo, questo disco esce a distanza di tre anni dal precedente. Come mai una gestazione così lunga?
La fate facile, come titolo, vuole proprio sottolineare il fatto che facile non lo è stato affatto. Però ci tenevo davvero a dare alla luce un disco che riuscisse a rappresentare totalmente quello che sono adesso artisticamente, umanamente e mentalmente. Abbiamo lavorato tanto per cercare la quadra stilistica, artistica e di brani. Credo che davvero questo disco sia un attestato di quello che io sono oggi. Spero che il pubblico, con la crudezza anche di essermi denudato in alcuni brani, colga la mia essenza artistica e l’accolga.

La sensazione che si ha ascoltando questo disco è che in tutte le canzoni racconti te stesso e il tuo mondo. E’ proprio così?
I cantautori che maggiormente ho amato nella mia vita si sono sempre messi in gioco esponendo il loro vissuto. Io non sono un interprete, farei fatica a cantare qualcosa che non è mio, che non nasca dal mio vissuto. Questa però è un’arma a doppio taglio. Molto spesso il mio lavoro, dall’esterno, può essere visto come una giostra, un continuo divertimento. In realtà ti porta anche a fare i conti con le tue debolezze. Ti porta a volte a sbagliare e a ferire determinate persone. E a perdersi in ciò che magari non fa bene a te stesso. Non nego che, con la mia chitarra e quello che scrivo, faccio come una terapia a me stesso. Riesco ad esorcizzare cose che altrimenti rimarrebbero come un nodo alla gola.

Un paio di mesi fa hai pubblicato su Facebook una nota in cui raccontavi il periodo difficile che avevi vissuto recentemente. Parlavi di alcol, malessere, attacchi di panico. Ora come stai?
Sto meglio, ma devo lavorare ancora molto. Il mio entourage ha messo in chiaro che certe situazioni vanno affrontate e io mi sono attivato. La vita viene prima di tutto, anche se la mia vita è anche la musica. Da questo punto di vista è importante l’affetto del pubblico, che spesso è stato molto recettivo davanti a dipinti più crudi a livello lirico, come nel brano stesso La fate facile, dove in tre minuti e mezzo ho cercato di riassumere tutte le storture della mia vita dall’infanzia ad oggi. Avevo molta paura ad espormi così, però credo che comunque la verità arrivi sempre alle persone. Il mio pubblico, ho capito col tempo, cerca la verità e non la plastica.

Il Cile

Chiudevi quella nota su Facebook citando Vasco Rossi: «eh già… sembrava la fine del mondo… ma sono ancora qua». In fondo, un messaggio positivo, no?
Credo che i sottotesti delle mie canzoni, anche di questo nuovo disco, abbiano sempre spiragli, tolta La fate facile, che è un attestato violento e crudo a livello immaginifico. Ad esempio, il brano Il lungo addio, finisce spiegando che tutto era un sogno e io ho bisogno di affacciarmi per tornare a respirare. Questo sta a significare che la vita è una cosa meravigliosa e bisogna lottare per far sì che tutto vada per il meglio. Io cerco di farlo con la musica, lasciando emozioni. E’ forse la droga più forte che abbia mai incontrato nella mia vita fare musica e toccare i cuori delle persone. E’ una soddisfazione che nient’altro è mai riuscito a darmi.

Perché come singolo d’esordio hai scelto Era bellissimo?
Perché la canzone riusciva a dare un quadro generale dei contenuti del disco. Nello stesso tempo eravamo consci del fatto che il periodo estivo ha delle particolarità dal punto di vista radiofonico e mi sembrava onesto uscire con questa tipologia di brano. Adesso il secondo singolo sarà Buttami via e credo che questa canzone abbia una valenza lirica e di immagini per me molto più importante.

Nel 2013 hai partecipato al Festival di Sanremo. E’ un’esperienza che ti è servita? La rifaresti?
Sì, la rifarei, il Festival ha ancora dei connotati importanti nel panorama nazional-popolare. E’ stata un’esperienza sicuramente d’impatto, è un palco che fa tremare le gambe a tutti, con tutte le conseguenze del caso. Ora sicuramente, se avessi l’opportunità di salirci di nuovo, prenderei tutto con un’altra ottica, molto più ferma e meno artistica, forse anche più razionale. Alla fine fare musica è comunque un lavoro e come tutti i lavori ci sono alti e bassi. Ci sono fallimenti e momenti felici e meno felici. Bisogna sempre prendere coscienza che è un lavoro da privilegiati, che ti porta a doverti reinventare e ad ogni disco a dare ancora di più te stesso. Il fine ultimo di quello che facciamo è lasciare il segno nelle persone. Sono le persone che decidono le sorti di una carriera.

Il Cile

Cosa ti ha lasciato l’enorme successo di Maria Salvador?
E’ stato un episodio molto divertente. Il ritornello l’ho scritto in cinque minuti e non avevamo certo idea del successo che quella canzone avrebbe avuto. Ovviamente io sono Il Cile, sono una persona che cerca di fare la sua musica, è stata una bella esperienza, che mi ha lasciato momenti di grande divertimento e anche di soddisfazione. E che mi ha permesso anche di calcare palchi che non erano solitamente miei. Io sono anche altro e cerco di esserlo, ma ciò non toglie che è stato bellissimo fare quella collaborazione e mi piacerebbe continuare, a livello autorale, a collaborare con J-Ax o con altri artisti. La scrittura è il cardine di quello che ho sempre fatto, parte tutto da lì e quindi cerco di spremere al massimo quello che riesco a fare.

C’è una canzone del tuo nuovo disco, Mamma ho riperso l’areo, in cui canti: «Il cielo è sempre più nero». E’ inevitabile pensare a Rino Gaetano e alla sua Il cielo è sempre più blu.
Ho voluto fare qualcosa di satirico toccando uno dei miei divi, mi rendo conto che è una cosa rischiosa rimaneggiare un capolavoro come Il cielo è sempre più blu. Dire «il cielo è sempre più nero», però, non voleva avere una connotazione deprimente. In realtà il cielo, come me lo sono immaginato scrivendo la canzone, è il nero dei tablet e dei cellulari, che ormai sono diventati un prolungamento della nostra vita, fino quasi a controllarci. E questo credo che traspare anche dalla descrizione della società che ho dato nelle strofe. Credo che sia anche un tentativo di scuotere le coscienze, anche dei ragazzi più giovani, nel cercare di riprendersi la vita reale. La vita è una sola, è una cosa molto preziosa, e spenderla in un mondo virtuale credo che alla lunga non aiuti.

Si ha la sensazione che credi davvero tanto in queste canzoni.
Credo molto in queste canzoni perché c’è stato un lavoro molto lungo, fatto anche di alti e bassi, di momenti spiacevoli e di momenti piacevoli. Il mio team di lavoro – Fabrizio Barbacci, Guglielmo Ridolfo Gagliano e Paolo Alberta – ha veramente dato l’anima per aiutarmi a fare questo disco. Credo che anche loro ne siano orgogliosi. Dall’esterno magari non si colgono certe dinamiche, ma in realtà fare un disco è un lavoro che richiede anche dei grandi sacrifici. Non solo per l’artista, ma anche per chi lavora con lui.

In Buttami via canti: «Io sembravo Paolo Stoppa nel Gattopardo». Ma come ti è venuta in mente una frase così?
Ho utilizzato quella metafora perché era come mi sentivo io, ripensando a quel film, molto spesso davanti a lei. Poi ho questa adorazione viscerale verso Paolo Stoppa, essendo io toscano. Credo che la sua interpretazione in Amici miei sia un pezzo della nostra cultura popolare. Ho una bulimia cinematografica, mi bombardo di film e di cinema. Questo finisce anche nelle cose che scrivo.

Stai pensando ad un tour per promuovere il disco?
Per il momento iniziamo con gli instore, il 12 settembre da Milano. Tutte le date sono sulle mie pagine social. Per il tour, siamo al lavoro per fare tutto nel migliore dei modi. Appena avremo qualcosa di certo, lo annunceremo.

Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran, iniziata nel 2000 e che prosegue tuttora. Per 15 anni ho collaborato anche con il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 e fino alla sua chiusura ho curato il blog Atuttovasco.

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