«Ti faccio una debita premessa: lui al Magnolia, il 14 settembre prossimo, non ci sarà.». E “lui”, ovviamente, è l’ex cantante storico dei Ritmo Tribale, quello che non verrà mai citato all’interno di quest’intervista, se non in un’inevitabile postilla finale. Il mio interlocutore, invece, è Fabrizio Rioda, il Johnny Ramone della situazione, ruvido chitarrista di una band che ha dato tanto (un nome su tutti: Afterhours) all’evoluzione del rock italiano ricevendone in cambio un bel po’ di gloria e poche soddisfazioni materiali. A cominciare dai soldi, ovvio.
Che poi i Ritmo Tribale certe comodità forse manco le volevano («Appena abbiamo iniziato a flirtare col business, per noi è stato l’inizio della fine», sempre Rioda), però in quel gran carnevale anni ’90 di Rock made in Italy ci si sono ritrovati inevitabilmente in mezzo. Con qualche seria ferita di troppo. E qualche disco ben registrato al Jungle Sound. Roba godibilissima anche oggi.
Sei album in studio, tutti ugualmente importanti: dal nervosismo hardcore di Bocca Chiusa, Kriminale (le macerie del Leoncavallo in copertina: una mossa alla Dead Kennedys, la loro) e Tutti Vs. Tutti alla maturità post-grunge di Mantra, Psycorsonica e Bahamas. Quest’ultimo cantato addirittura da un altro membro della band (Scaglia) e bello liquido/acustico come certi dischi West Coast sopravissuti al collasso dei seventies.
Da allora (e sono già passate 18 primavere, praticamente un’età adulta) poco altro, a parte la leggenda che montava, una raccolta antologica, un concerto sporadico nel 2007 e l’esperienza sperimentale dei NoGuru a cui Rioda però non partecipò.
Fino alla clamorosa reunion di questi giorni, sublimata da un concerto settembrino e preceduta da un rapido warm up primaverile, beffardamente inaspettato, in un piccolo club lombardo. Più che un evento, questo ritorno dei Tribali, una metafora romantica per ricordare alla Milano “insapore” di questi anni (chef, hipster, indie tenerissimo) che il nodo in gola, il dissenso, l’insoddisfazione sono ancora qui. Come ci spiega meglio lo stesso Fabrizio raggiunto in una caffetteria del centro.
A dircela tutta questo non sarebbe neanche il vostro primo concerto del 2017…
«Esatto. Abbiamo già suonato lo scorso aprile in un locale di Erba, il Centrale Rock, riproponendo per intero Bahamas e dedicandoci nella seconda ora alle nostre canzoni più amate.»
Ed ora questa data, molto attesa, nella vostra Milano.
«Sì, ma quello del 14 settembre al Magnolia non sarà uno show gemello perché si rivelerebbe di una noia mortale. Soprattutto per chi sta sul palco. Quindi stavolta ci sarà una scaletta differente: meno materiale tratto da Bahamas e diversi brani che non abbiamo mai eseguito dal vivo. Più una bella sorpresa…»
Quella canzone che mi citavi prima a microfono spento?
«Già, la cover in italiano di una band decisamente estrema. Andrea (Scaglia, Ndr) ci ha scritto sopra un testo bellissimo e chiudiamola subito qui per non fare spoiler.»
Perché questa reunion proprio ora? Siete tornati per celebrare il trentennale della vostra prima uscita discografica (nella fattispecie uno split su musicassetta del 1987 condiviso con i savonesi F:A.R.)?
«Effettivamente c’è questa ambiguità dei trent’anni di carriera, ma in realtà tutto è successo per puro caso. Sai, anche prima era casuale che dicessimo sempre no alle proposte di rimetterci a suonare (e sono state tante, credimi); mentre stavolta abbiamo fatto l’esatto contrario.»
Non è stata “casuale” invece la scelta di Bahamas, vero?
«Sì, ci ho messo il mio tempo ad andare d’accordo con quel disco visto che, quando lo portammo in tour la prima volta (1999), non lo sentivo assolutamente mio. Per anni l’ho inquadrato come un album di Andrea Scaglia dei Ritmo Tribale, non so se capisci cosa voglio dire, ma ora mi ci sono come riappacificato… E poi, vuoi mettere la provocazione? Uno viene a sentirci per beccarsi la nostalgia e noi, come prima cosa, gli riproponiamo in maniera integrale il nostro CD meno celebrato. Che simpaticoni, eh?»
Come Ritmo Tribale vi eravate già riformati per una data unica nel 2007 (a Piacenza) e poi più nulla fino al 24 aprile di quest’anno. Dieci anni esatti di silenzio. Ora che si fa? Ci si risente nel 2027?
«No, stavolta ci si risente prima, molto prima. (sorrisino) Quest’autunno suoneremo in diversi club italiani e poi vorremmo tenerci buono l’inverno. Per jammare tra di noi e vedere se verranno fuori delle nuove canzoni. O perlomeno l’intenzione è quella.»
Com’è stato ritrovarsi in sala prove la scorsa primavera?
«Bello, ma la sfida vera per noi non è stata imparare a risuonare i brani di Bahamas: quelli li studi e ti tornano in mente, una cosa quasi meccanica. No, il punto era come ci saremmo ritrovati tra di noi… (pausa) Poi mi rendo benissimo conto che le mie sono tutte seghe mentali, eh! In pratica attacchi la chitarra, cominci a scaldarti e a quel punto ti accorgi che i Ritmo Tribale esistono ancora.»
Appunto: come si rimette assieme la band svolgendo ormai dei lavori normali? Tu insegni music business in un istituto milanese, Scaglia fa il giornalista, Talia il tatuatore, Briegel addirittura l’avvocato.
«Lo si fa, magari con qualche salto mortale in più, ma lo si fa. Al momento abbiamo tutti quanti il nostro equilibrio, ma quando una cosa del genere chiama, come fai a voltarti dall’altra parte? Voglio dire: mia moglie e i miei figli non hanno mai visto i Ritmo Tribale dal vivo, sono arrivati nella mia vita parecchi anni dopo il nostro scioglimento, conoscono giusto i nostri video su YouTube… Eppure quando ho proposto loro che avrei rischiato di stare in giro cinque sere la settimana, mi hanno subito appoggiato. “Fallo e basta”, mi hanno detto. Perché non è vero che viene la band prima della famiglia. No, fa tutto parte dello stesso microcosmo.»
A livello di suono “tribale” cosa hanno avvertito recentemente le tue orecchie?
«Una gran bella sensazione. Siamo tornati ad un sound molto più rock‘n’roll, decisamente nervoso, con le tastiere valorizzate una volta per tutte. Sai, mi piace questo atteggiamento in cui non sei più costretto ad esibirti con tonnellate di amplificatori alle spalle e centinaia di effetti sotto i piedi. Immergermi in questo feeling teso come un cavo metallico. Nervoso, appunto.»
Che poi voi in quegli anni belli avevate questo suono “grunge” ante-litteram per gli standard italiani, no?
«Cosa intendi per grunge? L’area geografica di Seattle?»
Diciamo una miscela alla Green River per i dischi di fine anni ’80 e più Pearl Jam/Alice In Chains da Mantra in poi.
«Sì, ci sta, ma allo stesso tempo non siamo mai stati grunge con l’idea consapevole di esserlo. Certo, senti una canzone come ‘Nessuna scusa’, che è Alice In Chains al 100% , e dici: “Cazzo, se eravate influenzati da Seattle!”. Ti do ragione, ma per noi non era affatto copiare. Era naturalezza. Nel corso della nostra storia lo abbiamo fatto anche con l’hardcore, il Black Album dei Metallica o con certe cose tirate dei Red Hot Chili Peppers. Sempre con quell’idea costante che non ci si potesse rilassare mai. Sempre belli nervosi. Con quel bel suono grezzo e ronzante che amavo far uscire dalla mia chitarra. Perché, sai, io il ronzio l’ho sempre avuto in testa.»
A quando delle ottime ristampe (magari su vinile) dell’intera discografia dei Ritmo Tribale? Qualche tempo fa era uscito Mantra, poi anche in quel caso più nulla.
«Beh, il nostro catalogo, soprattutto quello degli anni burrascosi con la Polygram, sta ancora lì: basta telefonare al loro ufficio licenze, pagare il dovuto e a quel punto puoi ristampare tutto ciò che vuoi. Qualcuno l’ha già fatto in passato e, se nessun altro dovesse farsi avanti, potremmo anche pensarci noi. Magari in previsione di un tour. Vedremo.»
Domanda secca: esiste ancora una scena musicale a Milano?
«No. Se escludi i rapper, direi che non siamo messi proprio benissimo. Ah, sia chiaro: mi piacciono i rapper come modo di “fare scena”. Tipo Salmo, uno che non a caso viene anche lui dall’hardcore. Quando vai a un suo concerto, vedi un artista sul palco e cento attorno che brigano e combinano cose. Sono le stesse persone che magari organizzeranno altri concerti, altre situazioni intriganti… Una volta funzionava così anche per il rock.»
Ora invece?
«Ora c’è una grande energia nella fascia anagrafica 20-30, ma sotto forma di masturbazione. Suonare a casa la chitarra e mettere il video su Facebook è un po’ come farsi una sega, mentre andare in sala prove col gruppo equivale a scopare. Però in fondo anche masturbarsi ha il suo bel perché! (ride)»
Sempre questi onnipresenti social…
«I social non ci hanno privato di talento, ma ci hanno reso più soli. Solisti, al massimo. Mentre prima, per compattare una scena, ci voleva il chitarrista dei Ritmo Tribale che andava in giro con quello dei Casino Royale a scegliersi i pick up per la chitarra. Oppure, se parliamo di Seattle, quello dei Mudhoney che usciva a bere con quello dei Soundgarden. Le scene musicali venivano su esattamente così. Ma quelli, d’altronde, erano gli anni ’90…»
Tu mi sei sempre sembrato il duro del gruppo. Rioda, il decisionista. Il rigoroso.
«Sì, purtroppo ho questa dannata fama che mi precede! (ride) Il bello è che ora parlo di meno e sono rispettato lo stesso. Sai, è esattamente questo il punto: tutti sono ugualmente rispettati all’interno dei Ritmo Tribale.»
Vale anche per il vostro ex cantante?
«Figurati se a fine intervista non ci scappava la domanda su Edda… (fa una smorfia, Ndr) Però l’hai fatta tu, eh! Altrimenti io non te ne avrei parlato.»
L’ho citato perché mi sembra ci sia stato un disgelo tra voi e lui nel corso degli anni.
«Sì, io di sassolini nelle scarpe non ho davvero più, ma allo stesso tempo mi sono anche stufato di parlare in continuazione di Edda. Tanto le cose, da questo punto di vista, non cambieranno mai. Lui ci vedrà sempre come quelli che lo ‘processavano’ a fine concerto, mentre noi cercavamo solo di fargli capire delle cose per il bene della band. Astio? Guarda, fosse stato per me, Edda sarebbe già rientrato nei Ritmo Tribale da un pezzo: per il ventennale di Mantra nel 2014, quando ci proposero di girare nei festival. Oppure per ricantare le nostre canzoni storiche, magari con l’ausilio di un’orchestra. Ma lui non ne ha mai voluto sapere. Continuando però a fare il possibilista nelle interviste…»
Questa cosa ti ha dato fastidio?
«Diciamo che non mi è piaciuto granché visto che citava noi per fare pubblicità ai suoi progetti. I Ritmo di qui, i Ritmo di là. Beh, nei Ritmo Tribale non esistono processi, ma solo onestà di comportamenti. Vige una sola ed unica regola: o ti dedichi totalmente al gruppo oppure ognuno per la propria strada. E Edda sta facendo esattamente questo: il suo percorso solista. Auguri a lui. Di cuore.»
I Ritmo Tribale si esibiranno giovedì 14 settembre al Circolo Magnolia di Segrate, alle porte di Milano. Si comincia alle 21:30. La formazione attuale è composta da Andrea Scaglia (voce, chitarra), Fabrizio Rioda (chitarra), Andrea “Briegel” Filipazzi (basso), Alex Marcheschi (batteria) e Luca Talia Accardi (tastiere). Bentornati, uomini.









































Reunion da ascolare e vedere. Poi quel che sarà, sarà.
Qualunque cosa sia , in qualunque posto…… io ci sarò per I Tribali…… sempre.
Già non vedo l’ora e mi porterò dietro più persone possibili. Tutti quelli a cui ho sempre parlato di un gruppo che in italia non se ne hanno mai visti prima e dopo!!!! Fidatevi chi verrà a sentirli , anche se non li ha mai sentiti prima, si innamorera seduta stante.