VENEZIA 74. Angels wear White. Cina

Un frammento di Cina visto da una clandestina interna

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Gli angeli che vestono di bianco (Angels wear White è il titolo inglese di Jia Nian Hua di Vivia Qu a Venezia 74) sono le bambine cinesi. Possono essere di buona o media famiglia borghese, o prive di dati di nascita e senza documenti, cioè clandestine interne. Ma nessuna delle categorie se la passa liscia nella Cina in trasforzione. Con uno stile geometrico e abbastanza gelido Vivian Qu mostra la fatica di vivere dell’adolescente Mia, addetta ai lavori bassi in un albergo della costa dove una camera per una notte costa più del suo stipendio mensile. In una di quelle camere vede entrare due bambine giunte nell’hotel con un adulto, e con il suo cellulare attraverso le telecamere di controllo registra l’ingresso dell’adulto nella stanza. L’adulto era il direttore della scuola delle bambine. Cosa sia successo nella stanza è un argomento su cui intervengono i genitori delle bambine, gli albergatori, i poliziotti, i giornalisti, gli avvocati e persino i medici. E su cui Mia, vittima e a modo suo anche carnefice, cerca di fare dei soldi. In geometrico silenzio e senza troppo scandalo. E nello stesso silenzio si prende anche una dura lezione. Ma è chiaro che in un paese in sviluppo irrefrenabile (e costoso) bisogna decidere se di fronte a un torto si preferisce giustizia (che non porta a niente, secondo le vittime) o un congruo rimborso come un assegno di studio in cambio del silenzio. Il tutto, simbolicamente, si svolge all’ombra di una gigantesca statua di Marilyn immortalata nella famosa scena delle gonne svolazzanti sulle griglie del metrò di Quando la moglie è in vacanza. Il mnodo è lassù, dove finiscono le gambe. Ma guardate che fine farà la statua…

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