Baby Driver. L’arte della fuga

Chi è o cos'è il ragazzino pilota che porta fuori dalle rapine impossibili

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Baby Driver
di Edgar Wright
con Ansel Elgort, Kevin Spacey, Lily James, Eiza Gonzalez, Jon Hamm, Jamie Foxx
Voto 6+

il ragazzo Baby Driver soffre di acufeni (tinnito, fischi nelle orecchie) quindi tiene sempre le cuffiette al massimo e gli occhiali da sole. Sembra sempre misterioso o distratto. Guida benissimo, e dopo una rapina sa portare via una banda in mille modi alla faccia della polizia. Lavora quasi sempre con minigruppi (con almeno uno o più psicopatici), obbedisce all’impiegato del Male Kevin Spacey (ha con lui un debito da estinguere), accudisce un vecchio con cui parla a gesti. Ha alle spalle un trauma. Registra e ricampiona le frasi per farsi loop di mozziconi di parole, deejay di se stesso. Interessante.  Si innamora di una cameriera. Ma no?!  Entra in crisi con l’ambiente criminale a cui in fondo non appartiene. Ma dai?! Accidenti! Ok. Il primo giro è divertente, poi il film inanella una serie di ripetizioni: di colpo in colpo la musica si alza (fino alla cacofonia) per dirti che Baby Driver sta perdendo il suo equilibrio, le situazioni si ripetono peggiorando, la commedia passa in tragedia, le belle evoluzioni diventano acrobazie con effetti anche splatter. È la formula di Wright, esagerare (in fondo è il regista di La notte dei morti dementi), ma non è chiaro se bisogna divertirsi o inquietarsi e se bisogna inquietarsi perché le psicologie di tutti inclinano al disturbato o perché il montaggio iperfrenetico e le belle trovatine sembrano sempre più inutili e in cerca di sbocco… Vabbé, diventerà di culto.

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