“Guarda, una nave con le ali d’oro mi sta passando davanti”. E non dovette fermarsi, ma solo continuare ad andare. E così, alla fine, castelli di sabbia scivolano nel mare” (JH)
Arrivai a Marrakech che era notte. Una decina di motorette inseguivano l’auto da me noleggiata, dall’aeroporto sino all’hotel, con la speranza di ricavare qualche moneta fornendomi dubbie informazioni. Non sapevo dov’era l’albergo ma lo trovai miracolosamente, sottraendomi all’inseguimento. Entrai in camera indisturbato. Nella borsa avevo poche cose per cambiarmi, qualche indirizzo, una fotografia e una registrazione audio. Il mio compito era quello di ritrovare l’artefice di quel suono. Le poche persone al corrente della mia missione mi diedero del pazzo. Ma io ero molto determinato.
Mi svegliai in una splendida giornata di sole. Dal terrazzino del bar che domina la piazza Jamaa el Fna, tra la Medina e la Kasba, si può ammirare il grande mercato. Banchetti con ogni genere di cose. Eleganti venditori d’acqua con le loro brocche argentate. Incantatori di serpenti. Faceva già molto caldo. L’appuntamento era in questo caffè e l’uomo arrivò con pochi minuti di ritardo. Vestito da occidentale, un po’ in stile coloniale, aveva però i tratti somatici tipici dell’arabo.
-“Max?” – restò in attesa di un mio cenno e poi proseguì a parlare in un francese lento, probabilmente per farsi capire da me -“Mi dispiace dirti che non dovevano farti arrivare a Marrakech. Il luogo dove devi recarti è Essaouira. Lì potrai trovare chi ti darà informazioni precise su quello che stai cercando”.
Decisi di muovermi subito. Mi appropriai del numero telefonico della persona a cui rivolgermi, ripresi l’auto e partii alla volta di Essaouira. Era già il tramonto quando iniziai a sentire il profumo dell’Oceano. Nelle botteghe, lungo le piccole viuzze, erano esposti oggetti di radica. Sul molo, grandi reti da pesca attendevano mani esperte a districarle e rimetterle in mare. Il porticciolo era colmo di barche dei pescatori di sardine. Seduto al tavolino del caffè, di fronte al mio albergo, aspettavo l’arrivo della persona che avevo avvertito della mia presenza. Poco distante, cucinavano il pesce su una griglia arrangiata sopra delle pietre. Il profumo si propagava in tutta l’area. Ero così intento a seguire la scena delle persone che si facevano servire le sardine nei cartocci di carta oleosa che non mi accorsi dell’uomo che era arrivato alle mie spalle.
“Max?” – alla domanda, risposi con un cenno e lui proseguì in perfetto inglese -“Ci troviamo qui domattina alle otto e ti accompagno a Diabat. Non è molto distante. A Diabat ti farò incontrare con la persona che ti toglierà ogni dubbio e ti rivelerà tutto ciò che vuoi sapere”.

Non riuscii a capire la fisionomia del mio interlocutore. Era completamente avvolto in una djellaba scura con il cappuccio sulla testa. Mi resi conto che non avevo ancora mai parlato e solo ricevuto ordini da persone che non avevo mai visto prima. Trascorsi la serata girovagando per coloratissime stradine. Artigiani mettevano in bella mostra i loro prodotti. Poi mi infilai in un piccolo ristorante per consumare un cous cous di pesce. C’era solo gente del posto e non capivo i loro discorsi. Rimasi folgorato quando, sulla parete dietro il bancone, vidi una sua foto. La stessa che portavo con me. Era ingiallita dal tempo, ma non avevo dubbi, mi trovavo sulla pista giusta.
Arrivammo a Diabat in pochi minuti e, dopo averla attraversata, ci dirigemmo più a sud, sulla costa. Non potevo credere ai miei occhi. Avevamo di fronte un grande palazzo completamente insabbiato. Un lato di esso era talmente prospiciente il mare che, impercettibilmente, la sabbia scendeva lentamente ma inesorabilmente nell’acqua. Al suo interno vi erano ancora alcune stanze praticabili. In una di queste viveva Aicha.

“Ti stavo aspettando. Anche lui sa del tuo arrivo ed è disposto ad incontrarti. Ma egli non sta più qui e per raggiungerlo dovremo fare un lungo viaggio”.
Aicha sfoggiava una straordinaria bellezza, solo leggermente infastidita dal tempo passato. Avvolta in un kamis coloratissimo, ti osservava con profondi occhi di un azzurro intenso che non lasciavano riparo. Il volto sembrava un dipinto. Tatuaggi color ruggine lo attraversavano. Una punteggiatura dello stesso colore degli occhi copriva gran parte della fronte. Ero ipnotizzato. Il suo fascino berbero mi metteva soggezione. Mentre bevavamo un tè con foglie di menta, Aicha prese la foto e la registrazione che avevo portato con me. In quella incredibile stanza, ricavata nel castello di sabbia, si diffusero note straordinarie, la loro bellezza vestiva di splendide luci tutto l’ambiente.
-“Sì, il suono è proprio il suo. Non ho alcun dubbio. Qui a Dar Sultan sono passati in tanti. Tutte le navi passavano in questo porto. Ora le osservo lontane scivolare sul mare. Ho conosciuto Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs e, più tardi, grandi fotografi e indimenticabili musicisti. Brian Jones si fermò molto tempo, invaghito dalla musica gnawa. Quasi ogni sera si misurava con talenti locali e con strumenti mai sentiti prima. Ma fu lui a lasciare il ricordo più indelebile. Lui, il profeta del suono futuro, Sawt Alnabii, come lo chiamano da queste parti.” – Fece una breve pausa, quasi a ripensare a quei momenti così ricchi di storia, poi riprese con un tono diverso -” Preparati, dormi comodo questa notte, domani ci aspetta un lungo e faticoso viaggio”.
Utilizzando l’auto che avevo noleggiato, io, Aicha e Said, che avevo scoperto essere anche lui berbero, sempre avvolto nella sua djellaba con cappuccio, ci mettemmo in moto per la Route du Sel. Raggiunta la catena dell’Atlante, sulle cui cime c’era ancora molta neve, scendemmo verso Ouarzazate. Qui ci fermammo per salutare un artigiano amico di Aicha che ci ospitò a pranzo. La sua bottega era all’interno di una casa di argilla. La fresca temperatura, mantenuta dall’adobe con cui era edificato il palazzo, era un vero sollievo. Poi procedemmo verso Zagorà, alle porte del deserto sahariano, dove arrivammo che era ormai buio. Ci fermammo a dormire presso un conoscente di Aicha, lo stesso che avrebbe dovuto procurarci le guide che ci avrebbero condotto attraverso il deserto.
Al mattino, di fronte all’abitazione, c’era un grande mercato. Non credevo che potesse esserci tanta gente in quel posto. Giravano tutti tra le cianfrusaglie esposte a terra su tappeti variopinti. Gente che proveniva dal deserto per vendere la propria merce e comperare quella dei pochi agricoltori della zona. Si sentivano profumi strani, alcuni inebrianti, altri disgustosi.

Said ci fece segno di seguirlo. Di fronte alla maestosa porta del deserto, ci aspettava una grossa jeep circondata da dromedari. Avremmo proseguito il viaggio su quell’auto, certamente più adeguata al percorso, scortati da tre guide tuareg che ci avrebbero preceduti a dorso di quegli strani cavalli con la gobba. Partimmo. In breve tempo avevamo intorno a noi solo sabbia, lunghe dune di sabbia, leggermente ondulate con riflessi dorati da un lato e più scuri dall’altro. Non proseguivamo molto veloci e i tre cavalieri ci precedevano facilmente. Altissimi, affascinanti, con un portamento nobile nonostante fosse bizzarro vederli seduti sull’unica gobba di quello strano animale. L’eleganza delle loro vesti, del loro turbante color indaco, era magnifica. Le stesse selle dei dromedari luccicavano di brillanti specchietti su cui rifletteva lo spietato sole. Non avremmo certo potuto perderli dalla nostra vista.
Non ci fermammo mai, ci eravamo cibati lungo il viaggio senza soste e, dopo ore e ore, il tuareg che si trovava in testa al piccolo drappello, si fermò. Aicha scese ed andò da lui, poi ritornò all’auto.
-“Ci accampiamo qui per la notte. Ora prepareranno due tende, una per loro ed una per noi. Dovremo cercare di riposarci perché ripartiremo prima che sorga l’alba, cercando di fare parte del viaggio con un po’ di fresco”.
-“E c’è una previsione su quando arriveremo nel luogo verso il quale siamo diretti?” chiesi sorridendo.
-“Domani, verso il calare del sole” fu la risposta secca di Aicha
Non desideravo dare l’impressione di essere stanco, la mia era una giustificata curiosità. Durante la prima parte del viaggio avevo cercato di farmi raccontare da Aicha aneddoti sul profeta del suono. Non fu molto generosa di racconti, ma mi rivelò comunque informazioni interessanti.
-“Ogni cosa io ti possa narrare fa parte del passato. Sawt Alnabii vive nel futuro. Ora, se io ti racconto cosa ha fatto, potrebbe non essere più il presente. La verità è quello che sta facendo, la curiosità è quello che potrà fare. Io so che, in questi anni, molti musicisti o uomini comuni hanno cercato di avvicinarsi a me per arrivare a lui affinchè svelasse il mistero del suono futuro. Non ci sono riusciti, però la loro presenza ha iniziato ad incuriosire anche la gente del posto e questo non era un bene. Una volta strani personaggi hanno cercato di rapirlo, erano stati ingaggiati da un losco e facoltoso americano che, senza sospettare chi realmente fosse, voleva impossessarsi del misterioso genio del suono come ci si vuole appropriare illegalmente di un’opera d’arte. E’ così che il profeta ha deciso di spostarsi in continuazione nel deserto, abbandonando l’incivile civiltà.”
I tuareg avevano sistemato le due tende e prepararono il tè. Ci sedemmo tutti intorno al piccolo falò ed, in religioso silenzio, gustavamo le tre portate della bevanda: la prima amara, la seconda agrodolce e la terza saporita. Come i cicli dell’esistenza: morte, vita e amore. Aicha, Said ed io ci eravamo sdraiati nella nostra tenda mentre i tre tuareg rimasero intorno al fuoco a suonare note melodiose, ipnotiche, sognanti. Me ne accorsi immediatamente, questa musica conteneva, anche se marginalmente, il suono del profeta. I tuareg erano, probabilmente, suoi allievi. Sentivo l’eccitazione crescere dentro di me, l’indomani sarebbe stato il grande giorno.
Durante la notte, non riuscendo a prendere sonno, uscii dalla tenda. Il fuoco, seppur al minimo, era ancora acceso ed un tuareg era rimasto di guardia al piccolo accampamento. La fievole luce del falò non mi impediva di ammirare l’immenso cielo stellato che ci avvolgeva totalmente. Era una sensazione straordinaria, come sentirsi un astronauta in volo nello spazio. Ti rendi conto di essere come un minuscolo granello di sabbia nell’Universo. La sabbia era fredda e la temperatura notevolmente inferiore al caldo rovente del giorno. Il tuareg, pur accorgendosi della mia presenza, non fece un movimento restando nella sua immobile eleganza. Quel mondo era il suo mondo. Tornai a dormire.

Eravamo di nuovo in viaggio, eravamo nuovamente nel deserto sotto il sole rovente. Aicha era più allegra e ciarliera del giorno precedente. Ogni tanto canticchiava qualcosa che pur sembrando un lamento, conteneva una ricchezza melodica sorprendente. Vedendomi attento e curioso, interruppe il canto e mi parlò.
-“Sai, Sawt Alnabbii, non ha mai avuto una gran considerazione della sua voce. Spesso, mentre suonava, mi sollecitava ad accompagnarlo con il mio canto. Ho dovuto esercitarmi molto per poter trovare la tonalità adeguata, non per essere alla sua altezza, ma almeno per non sfigurare. Ora ha molti allievi migliori di me nel canto e molti allievi che stanno apprendendo la virtù del suono del futuro. Probabilmente un giorno essi andranno in giro per il mondo, come alcuni stanno già facendo, per rendere nota la sua filosofia musicale. Dovranno solo rispettare il segreto dell’esistenza del loro Maestro”.
-“Ma i musicisti che arrivano, sanno chi è il Maestro?”
-“Non proprio. Come tu sai, il mondo intero crede che sia scomparso nella buia eternità. A loro è arrivata voce che lui è una leggenda, ma non conoscono la sua storia. Poi, ascoltando il suo suono, la sua musica, si rendono conto chi egli è in realtà, ma fanno il giuramento di non riferirlo a nessuno.”
-“Molti arrivano dall’Occidente?”
-“Sì, alcuni, ma molti anche da luoghi più vicini, dell’Africa stessa. Ricordo, ad esempio, che dal Mali erano giunti Ali Farka Tourè, il gruppo Tinariwen ed entrambi hanno assimilato con entusiasmo le lezioni ricevute, riuscendo poi a trasmettere il suono. Recentemente, tra gli allievi, c’è stato un americano che si chiama Jack White. E’ stato molto attento e concentrato. Molto rispettoso. So che una volta tornato nel suo Paese ha avuto un buon seguito. Così, il suono del profeta continua a vivere”.
l tuareg, in testa alla nostra minuscola carovana, si fermarono, quindi girandosi verso di noi ci fecero cenno di non fare alcun rumore.
Aicha che aveva capito si rivolse a me:-“Probabilmente dovremo proseguire a piedi. L’auto non va bene, il suo rumore potrebbe disturbare, qualora Sawt Alnabii stesse tenendo lezione. Dobbiamo solamente superare quella duna, il villaggio è lì, ci siamo”
Mentre i cavalieri tuareg proseguivano sui loro dromedari, Aicha, Said ed io faticammo per risalire la duna di sabbia rovente mentre il sole era ancora alto e spietato. Una volta sulla cima, la scena che si offrì ai miei occhi sembrava tratta dal film “Lawrence d’Arabia”. Un intero accampamento di tende variopinte faceva cerchio attorno a quella più maestosa. Sul lato sinistro, lungo uno steccato, vi erano numerosi dromedari e splendidi cavalli di razza e, vicino loro, una pozza d’acqua ed alcune piante. Era la momentanea oasi del profeta del suono. Proprio quel suono che sentivo sollevarsi come polvere d’oro e che si stava diffondendo al di sopra di quel magico villaggio. Ero elettrizzato. Paralizzato ed elettrizzato.
Man mano che ci avvicinavamo all’accampamento il suono aumentava e con lui anche la mia eccitazione. Quelle note ipnotiche, lente ma potenti, capaci di trasformare il giorno in una notte illuminata da una miriade di piccole splendenti stelle che si rincorrono come comete. La più grande di esse arrivò a poggiarsi sulla più grande di queste tende. Noi, come umili Re Magi, silenziosamente raggiungevamo il centro di quel villaggio fatato.
Al cospetto dell’ingresso della tenda centrale, mentre i tuareg che ci avevano accompagnato restarono a rispettosa distanza, con eleganza Aicha sollevò un lato della tenda e Said l’altro invitandomi ad entrare. L’interno era ampio e non molto luminoso, nonostante ci fossero centinaia di candele accese sparse ovunque. Decine e decine di persone erano sedute a gambe incrociate ed in religioso silenzio, avvolte da un manto sonoro di rara bellezza. Immobili, tutti erano rivolti, con sguardo fermo e ipnotizzato, verso un unico punto, di fronte a loro.
Ero arrivato, il mio viaggio era finito. Lì, con un elegante burnus che gli vestiva le spalle, in una cornice di folti cappelli brizzolati, occhi scuri e profondi che osservavano in parte i suoi discepoli ed in parte la chitarra che le sue mani affusolate stavano accarezzando, su di un tappeto di colori meravigliosi era seduto lui, il Maestro, Sawt Alnabii, il profeta del suono futuro, che io conoscevo anche con il nome più comune di Jimi Hendrix.






































