I Pearl Jam sfatano la maledizione di Wrigley Field

Abbiamo visto in anteprima Let’s Play Two con protagonisti la band di Seattle e i Chicago Cubs: un affascinante melting pot tra rock e baseball

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Pearl Jam
Foto di Danny Clinch

Il baseball per gli statunitensi non è una religione (da questo punto di vista c’è molto più fideismo attorno al football americano), ma un imprescindibile national pastime. Un passatempo nazionale, insomma. Una ghiotta occasione per socializzare, discutere, mangiare hot dog e scervellarsi sull’infield fly, vale a dire una delle regole più astruse e affascinanti di tutto lo sport moderno (e che, fortunatamente, non staremo qui a spiegarvi).

Ora la cosa bizzarra è che baseball e rock possiedono molti più punti in comune di quanto uno possa immaginare. L’intensità della stagione agonistica, ad esempio, che conta di ben 162 partite per squadra (più eventuali play-off), praticamente l’equivalente di una vasta tournée mondiale. Oppure la strategia di gioco che prevede improvvisi interplay non così lontani da una sezione ritmica ben affiatata (e qui Ament e Cameron ne sanno qualcosa). Oppure la solitudine del pitcher che, presentandosi da solo sul monte di lancio, ricorda le fattezze di un ombroso frontman tipo Mark Lanegan. Per non dire degli swing di certi muscolosi slugger che, quando battono i loro fuoricampo, sembrano quasi dei chitarristi pronti a godersi le grazie di un assolo. E difatti il pubblico si alza in piedi e applaude esaltato.

Di tutto ciò, di questa contingenza d’ideali, dobbiamo dare atto ai Pearl Jam (e al regista Danny Clinch, lo stesso di Pearl Jam: Immagine in cornice, documentario del 2006 girato in Italia) di essersene accorti per secondi. I primi in assoluto, infatti, furono i meravigliosi The Baseball Project (supergruppo con dentro battitori d’eccezione quali Steve Wynn e un bel po’ di R.E.M.) ma, perlomeno nel caso degli autori di Sometimes I dream of Willie Mays e 13 (beccatevela in questa performance radiofonica), non si è mai andati oltre la routine di dischi e concerti. Un film, difatti, sarebbe stato troppo per il loro genuino status di cult band.

Pearl Jam

Eddie Vedder e soci, invece, approdano direttamente sul grande schermo con l’uscita di Let’s Play Two, loro primo tangibile segno di vita (filmato nel tempio del Wrigley Field durante l’agosto 2016) dopo i tantissimi show di supporto a Lighting Bolt e l’ampiamente celebrata introduzione nella Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame della scorsa primavera. E nonostante l’Italia non avrà il privilegio di goderselo direttamente in sala (l’uscita è prevista per il prossimo 17 novembre in formato DVD e Blu Ray), lasciateci dire che questo struggente rockumentary ha tutta l’ariosità di un kolossal della ESPN, intrecciato com’è con il pathos della folla assiepata fin sui tetti e la storica impresa dei Chicago Cubs, vincitori delle ultime World Series dopo un’attesa di ben 108 anni. Più o meno (ma il paragone è ingannevole) come se qui da noi vincesse lo scudetto il Genoa o la Pro Vercelli.

Quindi da una parte ci sono i Pearl Jam che suonano in formato “seconda giovinezza” una potentissima set list delle loro (dentro c’è un po’ di tutto: dai grandi classici alle cover di Beatles e Victoria Williams passando per l’inno ufficiale dei Cubs, All The Way, eseguito con passione durante i bis) e dall’altra gli stessi Chicago Cubs che transitano dall’inferno al paradiso riuscendo a sconfiggere i Cleveland Indians alla settima partita in una delle finali più intense di sempre. Finale paragonabile solo ai dieci inning del 27 ottobre 1991 (dieci come quel Ten che uscì esattamente due mesi prima…) quando i Minnesota Twins riuscirono a sbloccare una vera e propria guerra dei nervi contro gli Atlanta Braves. Nevrosi sportiva che – ricordiamolo – tenne l’America col fiato sospeso per otto lunghi giorni.

Let’s Play Two, dunque, celebra sì l’impresa di Chicago, ma anche il rapporto viscerale dei Pearl Jam con la Windy City (nei suoi sobborghi c’è nato un certo Eddie Vedder e nel film appaiono sia un emozionato Dennis Rodman che alcune sgranate immagini-bootleg di show della band tenuti al Metro nel ‘91/’92) mostrandoci un cantante in perenne stato di grazia, un Jeff Ament che non smette per un secondo di percuotere il suo basso rosa glamour e un Mike McCready che, quando si lancia nei suoi momenti di magia (l’assolo torrenziale di Alive), suona davvero hendrixiano come pochi altri.

Sono loro gli uomini in base della pellicola mentre, tra gli esterni, si nota la solida presenza di Matt Cameron, Stone Gossard e Boom Gaspar, quest’ultimo alle tastiere e scatenatissimo su Crazy Mary. Non comprimari, quindi, ma fedeli compagni di squadra per quel miracolo annunciato o maledizione sfatata che forse quest’anno potrebbe pure ripetersi. Non è un mistero, infatti, che Cleveland vorrebbe giocarsi la rivincita contro i Cubs nelle prossime World Series che scattano ufficialmente il 24 di ottobre. E chissà se in quel sibilino “Two” del titolo non ci sia anche una sorta di scaramanzia vedderiana. Il secondo anello per Chicago in dodici mesi dopo oltre un secolo di faticoso digiuno? Roba da far scendere in campo l’amore e la fiducia di un’intera metropoli. State of love and trust, direbbe qualcuno.

La tracklist del CD/2 LP di Let’s Play Two:

1 – Low Light
2 – Better Man
3 – Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town
4 – Last Exit
5 – Lightning Bolt
6 – Black Red Yellow
7 – Black
8 – Corduroy
9 – Given To Fly
10 – Jeremy
11 – Inside Job
12 – Go
13 – Crazy Mary (cover di Victoria Williams)
14 – Release
15 – Alive
16 – All The Way (inno dei Chicago Cubs)
17 – I’ve Got A Feeling (cover dei Beatles)

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Simone Sacco
Simone Sacco nasce nel 1975, l'anno in cui i Cincinnati Reds (la temibile 'Big Red Machine', la più grande squadra di baseball di tutti i tempi) vinsero le World Series. Nella vita scrive abitualmente di musica, tattoo art, calcio, sport, letteratura ecc. Deve tutto, nel bene o nel male, al 1991 e ai dischi (tra cui 'Nevermind' dei Nirvana) che uscirono proprio in quell'indimenticabile stagione.

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