Swoosh. Mezzo dj, mezzo musicista, sfuggente come il vento

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È stato uno dei protagonisti di Connection, l’evento a cavallo tra musica elettronica e arte contemporanea organizzato il 29 settembre dalle università Luiss e Sorbona. Swoosh, mezzo dj e mezzo musicista. La nostra intervista:
“Swoosh” come il vento nei fumetti?
Sì, come la brusca folata di vento nei fumetti! Volevo un concetto fresco, sfuggente, onomatopeico, immediato.
La tua musica è una commistione tra il grande rock del passato e l’elettronica degli anni 2000. Come sei arrivato a questa sintesi?
Mi è piaciuto questo riferimento all’elettronica degli anni 2000. È vero: se penso alle mie influenze legate all’elettronica, non ci sono forti riferimenti all’house di Chicago e alla techno di Detroit: si tratta anche di una forma di rispetto verso un mondo in cui, per questioni anagrafiche, non ho potuto immergermi.
Con il rock degli anni ’70 invece è stato diverso, anche qui non ho vissuto quei tempi ma c’è un legame più speciale, qualcosa che mi ha spinto a prendere la chitarra in mano e provare a suonarla.
Pur volendo fare elettronica non volevo perdere il contatto con gli strumenti o con la musica tradizionalmente intesa come “suonata”, così ho provato ad aggiungere una cassa 808 e qualche sintetizzatore più graffiante a sapori dal gusto Pink Floyd.
Come cambiano le tue esibizioni nei club e nei festival? 
Il club mi regala più intimità, il festival più manie di grandezza. Ma sono semplici manie, perché il club è il luogo in cui si crea uno scambio più profondo e forse più mistico tra chi suona e chi ascolta. È quasi un rito: a livello musicale si può osare e sperimentare di più, si può condurre il pubblico in vie meno battute dal sole. Sole che, invece, ci deve sempre essere nel set di un festival elettronico.

I festival sono molto popolari all’estero, mentre in Italia faticano ad attecchire. Perché secondo te?
È vero, in Italia i festival faticano e secondo me per due motivi precisi. Il primo è umano: gli italiani fuggono da loro stessi quando ci sono eventi di massa e quindi tanto vale andare al festival all’estero, che sono più educati, che poi ci scappa anche un giretto tra i canali di Amsterdam e i mercatini di Londra.

Il secondo è un problema più strutturale, meno facile da risolvere. Si tratta di eventi con degli elevatissimi costi di produzione, che avrebbero bisogno di un importante sostegno istituzionale, così come avviene in molti Paesi che ne fanno, giustamente, un’occasione di attrazione turistica, quindi di guadagno. Il grande problema italiano è la distanza enorme tra “Stato” vigente e “Stato” vivente, che si manifesta nel mancato supporto a queste iniziative e spesso addirittura in una remata controcorrente. Che si traduce in titoli di giornali che bollano come rave, nell’accezione negativa e illegale del termine, eventi da migliaia di persone con guest internazionali. . Pazienza.

Sei a metà tra il musicista e il dj. Come vedi l’eterno conflitto tra queste due figure? Parlo ad esempio dei musicisti che si arrabbiano quando i dj dicono di andare a suonare.
Non c’è assolutamente conflitto, sono due attività diverse che si muovono nello stesso mondo: è il verbo suonare che non ha sinonimi per l’occasione, ma è sempre meglio dell’onnivoro “play” inglese. Perché fare il dj non è un gioco, è una cosa molto seria. E, quando il musicista riconosce questo dato di fatto, succedono cose bellissime: Jeff Mills e Tony Allen vi dicono nulla? Bugge ‘n Friends con Joe Claussell?
Qualche giorno fa hai condiviso il palco con Marco Rissa dei Thegiornalisti, una delle band più “forti” del momento. Come spieghi il fermento musicale che c’è a Roma negli ultimi tempi?
Il live a 4 mani con Marco Rissa è stata un’esperienza molto interessante per me, credo mi abbia fatto maturare molto musicalmente. Mi sono confrontato con un approccio musicale diverso dal mio, dal quale sto traendo molto. Su Roma negli ultimi anni c’è un faro, e di questo noi romani dobbiamo essere felici. Purtroppo riguarda poco la scena elettronica pura.
Attenzione però: la luce del faro è bella, ma illumina indistintamente. Bisogna sempre avere la lucidità di distinguere i buoni progetti da quelli non preparati con ingredienti di qualità.
Come mi spiego il fermento? La musica è la punta dell’iceberg. Credo che nasca paradossalmente da fenomeni non musicali come quelli dei The Pills o di Edoardo Ferrario, che qualche anno fa ha spostato l’attenzione nazionale post adolescenziale sull’umorismo romano e su un certo tipo di attitude che respiriamo qui a Roma. In maniera oculata e astuta quel tipo di linguaggio e quel modo di parlare della quotidianità sono stati trasposti nella forma “canzone” e in una attento modo di comunicare sui social. Les jeux sont faits.

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