Squisitamente anacronistico. E nel senso più nobile del termine. Il Caravan Trio si presenta sul mercato discografico con un disco che suona bene. L’impressione è di trovarsi in una macchina del tempo: quello degli anni ’50, ma anche quello scandito dai ritmi quasi forsennati del manouche. Il risultato: un complesso di strumenti che creano un tappeto su cui poggiano vicendevolmente gli intrecci sonori. Suoni che s’insinuano l’uno nell’altro, in un dedalo in cui tutti sono protagonisti e, allo stesso tempo, sfondo al disegno complessivo. Il repertorio va dal jazz di Duke Ellington e George Gerswhin fino alle composizioni inedite del gruppo. Spiccano le individualità, la pulizia del suono e l’intensità. Il vero punto focale è il gusto: questi musicisti, nonostante la giovane età, hanno fatto proprio il genere forse più ostico che esista e l’hanno adattato al gusto di oggi, senza snaturarlo. E allora forse anche quello “squisitamente anacronistico” iniziale andrebbe rivisto, perché il Caravan Trio è un gruppo ben inserito nel panorama musicale attuale, con cui condivide l’estrema cura del dettaglio. Ma le radici sono nel gipsy, con cui condivide invece il gusto.
Il fiore all’occhiello potremmo individuarlo nella splendida voce di Yendry Fiorentino. Ma faremmo un torto al violino di Anais Drago, fuoriclasse che dà forma ai brani. O alle chitarre di Vittorio Ostorero, Lorenzo Panero e Oliver Crini, che forniscono il tappeto sonoro su cui poggiano violino e voce e “duellano” tra loro. O infine al contrabbasso di Federico Tosi, che si crea un varco tra la fitta rete di suoni che è chiamato ad amalgamare.
In un complesso sonoro di “primedonne”, è difficile individuare la carta vincente. Vincono le individualità, unite e sintetizzate in questo bel disco.
Il gruppo sarà impegnato il 19 e 20 novembre al Quecumbar di Londra, per la presentazione live del disco.






































