Dal 15 gennaio al 5 febbraio 2018 al Cineforum del Circolo Milano Viale Monza, 140 quattro film a cura di Giorgio De Giorgio
Influenzata dalla figura gigantesca del regista Yilmaz Güney scomparso a Parigi il 9 settembre 1984 a soli 47 anni, la cinematografia turca ha attraversato stagioni e periodi diversi, complessi, ma sempre alla ricerca di uno spazio nel panorama culturale occidentale come dimostrano i quattro film in programma della rassegna. Güney, attore di vasta popolarità presso il suo pubblico, militante di sinistra perseguitato e imprigionato dal regime militare per dodici anni e privato della cittadinanza, è stato costretto a fuggire in Svizzera nell’ottobre 1981 per continuare la sua attività di cineasta all’estero. Nel 1982 in esilio vince ex equo con Costa- Gavras, l’autore di Missing, la Palma d’oro a Cannes con Yol (in programma il 22 gennaio ore 21). Il film racconta la storia di cinque detenuti di un carcere situato in un’isola dell’Egeo in licenza per alcuni giorni nella Turchia soffocata dal colpo di stato militare del 1980. Dopo l’esordio fortunato di Il bagno turco nel ’97, Ferzan Ozpetek nato a Istanbul, ma poi trasferitosi a Roma, firma Harem suare del ’99 (il 15 gennaio) ambientato agli inizi del ventesimo secolo alla vigilia del crollo dell’Impero Ottomano; un ritratto storico di taglio televisivo. Molto più convincente La sposa turca (il 29 gennaio) di Fath Akin del 2004, Leone d’oro al Festival di Berlino 2004, che vede protagonisti un uomo e una donna di origine turca, ma cresciuti in Germania ad Amburgo. Cahit, quarantenne alcolizzato allo sbando e Sibel, ragazza ribelle che vuole sfuggire alle regole ferree della sua famiglia tradizionalista, decidono di sposarsi con l’impegno però di vivere nella stessa casa, ma autonomamente. Dopo molti inevitabili contrasti, l’amore tra i due farà capolino all’improvviso. Esordio alla regia di Ali Aydin, Muffa (il 5 febbraio), vincitore del Leone del Futuro alla Mostra del Cinema di Venezia 2012, è un’opera commovente e intensa sulla Turchia dei desaparecidos. Basri, un sessantenne solo e triste di professione guardiano dei binari ferroviari, non cessa di scrivere alle autorità per avere notizie su suo figlio scomparso da diciotto anni per avere osato contrapporsi al regime autoritario del suo paese. La pellicola di Aydin conferma la vitalità del cinema turco che non rinuncia al desiderio di entrare a pieno titolo nei mercati distributivi occidentali.







































