Ovvero l’importanza di informarsi. Chi intenda recarsi a vedere una mostra intitolata a Picasso, De Chirico e Morandi di certo pensa di immergersi in un tragitto di immagini composte/decomposte/ricomposte secondo i dettami cubisti e postcubisti, di manichini e spazi aperti inquietanti e onirici, di enigmatiche nature morte minimali quasi monocromatiche. Ma, ohibò, a Brescia non è affatto così.
La, peraltro interessante, esposizione Picasso De Chirico Morandi. 100 capolavori del XIX e del XX secolo delle collezioni private bresciane offre alla vista solamente un’opera dello spagnolo (unica non italiana, insieme al giovanile fiore à la Seurat di Alex von Jawlensky), tre del maestro della metafisica e una del bolognese. In realtà ci mette di fronte a un itinerario che attraversa due secoli di pittura italiana, dapprima da un’angolatura locale e poi aprendosi alla produzione nazionale, con un percorso perfetto per sintesi quasi didascalica (è molto consigliabile alle scolaresche) nel proporre le differenti evoluzioni dell’approccio alla materia pittorica. Con l’aggiunta che la gran parte delle opere sono di rara visibilità, in quanto appartenenti a collezioni private oppure chiuse nei depositi dei musei.

pablo picasso, natura morta con testa di toro, 1942

La prima parte propone uno sguardo ampio sulla pittura bresciana dell’800 (ma il quadro di apertura, datato 1804, è un bel ritratto del milanesissimo Andrea Appiani), iniziando dal direttore degli scavi archeologici che portarono alla luce le rovine romane della città Luigi Basiletti, che le raffigura con un bel taglio fotografico. Con lui si ammirano i pittori neoclassici, le miniature del celebre Giovanni Battista Gigola, i ritratti e gli scorci, i “pitocchi” e i “fuochi” di Angelo Inganni (che merita l’intera sala a lui dedicata), le battaglie risorgimentali di Faustino Joli. Poi è la volta di un’importante serie di vedutisti: Renica, Amus (con il magnifico “Calanchi nelle vicinanze di una spiaggia”), lo scapigliato Filippini, il quasi simbolista Lombardi (poetico il suo “Tramonto sul lago d’Iseo”), il “pittore dei laghi” Bertolotti e quello delle montagne, Soldini.
Una serie di piccoli capolavori italiani fa da cartina di tornasole: i fiori di Hayez e Zandomeneghi, le donne di schiena di Boldini (un “Nudo” modernissimo) e De Nittis, il Risorgimento di Induno e Fattori e il “cavadenti ciociaro”, capolavoro dal gusto retrò di Aurelio Augusto Tiratelli. Chiude l’800 una sala dedicata alle donne ancora da artisti bresciani. Si va dalla sensualità corposa della “Morte di Cleopatra” di Glisenti a quella tutta intellettuale del “Ritratto di Luciana Pantaleo” di Landi, passando per i nudi di Rizzi e le allegorie di Faustini.

luigi basiletti, veduta del capitolium, 1832

Poi è la volta del XX secolo, quello delle avanguardie. Il futurismo di Depero e Boccioni, Dottori e Balla; la metafisica di Severini, Savinio e suo fratello Giorgio De Chirico, di cui significativo il grande carboncino “Archeologi”; il Novecento, con il ritorno al classico spinto dal regime fascista, di Funi e Bucci (il capolavoro “I giocolieri”), del “realismo magico” di Cagnaccio di San Pietro e dell’anticomunismo viscerale di Sironi. A segnare la cesura della Seconda Guerra Mondiale c’è l’inedito – è stato autenticato solo lo scorso novembre dal figlio e dalla fondazione parigina – “Natura morta con testa di toro” di Pablo Picasso del 1942, luminoso e dalle scomposizioni cubiste, nonostante la presenza della figura bovina che, nel fosco periodo, per l’artista rappresentava la morte e la fine. Chiude la rassegna una sala dedicata all’informale di Burri e Tancredi, di Vedova e Capogrossi, e allo spazialismo di Crippa e Fontana.
Per concludere un’esposizione che vale, al di là di come viene presentata. Ma oggi non è tutto così? Pare che ormai la parola d’ordine per chi vende sia “il contenuto è nullo senza un’etichetta!”.  Alla fine anche l’arte ha finito per soggiacere, come aveva intuito mezzo secolo fa Piero Manzoni, che vendette 90 scatolette di tonno da 30 grammi con una nuova etichetta – “merda d’artista” c’era scritto sulla nuova – per il valore di 30 grammi d’oro. Oggi 30 grammi d’oro valgono meno di mille euro; l’ultima di quelle scatolette due anni fa a un’asta ha spuntato 275.000 (duecentosettantacinquemila!) euro. E a Brescia, ispirazione per gli stessi curatori, una di esse chiude la mostra.

piero manzoni, merda d’artista, 1961

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.

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