Dagli Aretuska ad Emenél, è uscito il disco d’esordio del nuovo progetto di Moreno Turi

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Emenél

Lo scorso 10 gennaio avevamo presentato Leaves, il singolo di esordio di Emenél. Lui è Moreno Turi, producer, autore e compositore che si divide tra il Salento e Torino, già frontman degli Steela, voce degli Aretuska e membro della band torinese The Sweet Life Society. In passato ha collaborato con artisti del calibro di Black Eyed Peas, Anthony B, Subsonica e Caparezza e suonato sui palchi di alcuni dei più prestigiosi festival europei. Negli scorsi giorni è uscito Border Diary, il suo primo disco, distribuito da Egea Music e disponibile su Spotify, iTunes e tutte le principali piattaforme digitali per Black Seed Records. Lo abbiamo intervistato.

Definisci Border Diary un disco di “elettronica negra”. Qual è il significato di questa espressione?
Provengo dal reggae, dalla musica in levare, dal soul e nonostante sia un appassionato di nuovi suoni, tutto quanto ha a che fare con Emenel deve avere quel mood lì. “Elettronica negra” vuol dire una musica che può avere i suoni di Berlino e le intenzioni di un pezzo giamaicano.

Si può parlare di un concept disc?
Sì, lo è. E’ un viaggio che racconta le mie esperienze, la mia casa del sud e la mia casa del nord, il mash-up di suoni e generi che è un po’ il mio mondo musicale. Da una parte il mondo soul e black, dall’altra quello sintetico ed elettronico. Ascoltare il disco dall’inizio alla fine è come leggere un racconto, un bel libro.

Perché hai scelto Leaves come singolo d’esordio?
Proprio per rimarcare bene il concetto di “elettronica negra”. Mi sembrava il brano più adatto ad aprire questo nuovo capitolo, visto che è un pezzo con un bit molto black e una cantata molto reggae. I suoni sono molto freschi e moderni, le atmosfere un po’ cupe. Mi sembrava il giusto compromesso, il giusto pacchetto con cui presentarmi. E’ una specie di poesia fondamentalmente dedicata alla musica. Tanti anni fa il mio produttore mi disse che la musica è uno zaino che ti metti sulle spalle e che porti avanti tutta la vita. Ed è proprio così.

In Italia c’è spazio per questo tipo di musica?
Secondo me sì. Gli ascoltatori sono più attenti ed hanno più possibilità di informarsi. C’è un bel fermento anche in Italia, penso ad esempio ad un artista come Liberato, che sta usando suoni molto moderni, ma anche il neomelodico napoletano ed il suo dialetto. E’ una cosa nuova, fresca e i risultati gli danno ragione. In Italia abbiamo un buon bacino d’utenza, una splendida lingua, i dialetti e una cultura musicale non da poco. Possiamo permetterci anche questo tipo di musica.

Nel corso della tua carriera hai suonato spesso in club all’estero. Che differenze hai notato rispetto all’Italia?
La prima riguarda gli orari. In Italia se un concerto è annunciato per le 21, poi inizia a mezzanotte. All’estero non è così e non solo per un fatto di puntualità, ma soprattutto per una questione di attenzione ed interesse nei confronti di progetti che non per forza devono essere famosi. All’estero c’è più curiosità, si va a vedere anche un artista non famoso se magari si sono ascoltate ed apprezzate della canzoni su Youtube. In Italia invece ci vuole l’artista mainstream per far suonare anche l’emergente, non c’è l’abitudine di andare a vedere il concerto di un perfetto sconosciuto che poi magari, spesso e volentieri, risulta essere una bomba. Questa è la differenza sostanziale, ma sono fiducioso e credo che le nuove generazioni siano più attente in questo senso.

Per molti anni sei stato il frontman degli Steela. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
E’ stata la mia band per dieci anni, abbiamo inciso tre dischi ed avuto tantissime collaborazioni. Era un progetto reggae elettronico, in molti ci avvicinavano a gruppi come i Subsonica, gli Africa Unite e i Casino Royale. Sono stati anni meravigliosi, che mi hanno dato tanto. In quel periodo, errori su errori, ho imparato a fare il producer. Gli Steela sono un pezzo della mia vita, importante.

Un altro pezzo della tua vita sono gli Aretuska.
Faccio parte della band da otto anni, dopo essere diventato amico di Roy Paci. Nata la collaborazione, ci siamo trovati subito molto bene, e lo dimostra il fatto che continuo a cantare negli Aretuska. Ho avuto modo di suonare in posti incredibili e fare il salto da una band emergente come erano gli Steela, ad un gruppo già affermato, come questo.

Parliamo di concerti: una delle tue caratteristiche è quella di suonare in situazioni molto differenti.
La dimensione live per me è fondamentale. Come Emenél sono un “one man band”, gli Sweet Life Society sono un ibrido tra i dj producer e i musicisti attorno, mentre gli Aretuska sono una dimensione totalmente live. Questa è una dimensione che non voglio assolutamente perdere e con Aretuska ce l’ho, perché si tratta di una band dalla A alla Z.

Hai in programma un tour per promuovere il tuo disco?
Farò dei concerti tra febbraio e marzo, poi ad aprile sarò di nuovo in giro con Sweet Life Society e da maggio riaprirò il calendario Emenél. Ho fatto dieci date nei club prima dell’uscita di Border Diary, aprendo i concerti di Roy Paci ed Aretuska. Fra l’altro il 16 di febbraio uscirà il mio nuovo singolo, mentre le date dei concerti saranno comunicati sui miei profili social e sul sito www.emenenelmusic.com.

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