Made in Italy, il culmine di un “bisogno creativo”

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Ligabue
Luciano Ligabue alla premiere di "Made In Italy" il 23 gennaio 2018 al cinema Odeon di Milano - © Foto: Riccardo Medana

E’ appena trascorso il primo weekend di programmazione di Made in Italy, terzo film di Luciano Ligabue. Di questo lavoro in questi giorni si è parlato molto, soprattutto perché Luciano ed il cast non si sono sottratti a interviste in ogni angolo d’Italia (QUI la nostra in esclusiva).

I primi commenti dopo le varie anteprime ed i primi giorni di proiezione sono stati molto positivi ed in particolare hanno stupito le performance dei due attori protagonisti, Stefano Accorsi e Kasia Smutniak.
I fan di Liga avran notato soprattutto quanto sia presente Luciano non solo nel personaggio di Riko, ma nel film a tutto tondo, con lui per primo che in diverse interviste lo aveva definito come il suo alter ego.
Ma guardando Made in Italy si rimane comunque sorpresi di quanto Luciano abbia voluto mettere se stesso. Lo si nota dalle piccole cose, come la scelta dei nomi di alcuni personaggi, dal padre Giovanni al il figlio mai nato Luca, con quella “L” iniziale che sembra una necessità più che un vezzo. Lo si nota dalle sfumature e dai silenzi che avvolgono Riko, così come la scelta di alcune parole Made in Ligabue: da quello «stracazzo» che fa urlare alla sala «di dubbio mai», ad uno «sviluppati» che tanto è di questa terra. Ma soprattutto c’è quel bellissimo monologo finale sull’importanza delle proprie radici e del valore che ha la nostra terra (con una colonna sonora meravigliosa) che a qualcuno potrebbe ricordare il Credo di Freccia, ma nel quale dentro c’è molto Ligabue.

Per l’autore di questo articolo però questo modo che Ligabue ha di mettere se stesso non nasce con Made in Italy (il film), ma altro non è che il culmine, fino ad ora ovviamente, di un processo che Luciano ha usato in molti dei suoi ultimi lavori, siano essi libri, dischi o film.
Ligabue, in 28 anni di carriera, ha sempre detto di saper scrivere principalmente di argomenti che conosce e che rispecchiano la sua realtà. E’ normale quindi che abbia sempre raccontato di sé nelle sue canzoni. Negli ultimi anni però, se si ascoltano ed osservano con attenzione i suoi lavori, si può notare che questa “necessità” ha avuto una rapida impennata.
Da Arrivederci Mostro! in poi i brani molto personali, in cui lui ha messo la sua “essenza” sono andati crescendo sempre di più: dall’ormai famosa Caro il mio Francesco a Nel tempo, da La linea sottile ad Atto di fede.
Con Mondovisione e Giro del Mondo poi ha voluto metterci ancora più del suo con brani scritti, composti e cantati in un modo molto diretto, sincero, quasi schietto. Oltre a contenere delle canzoni che possono essere considerate un anticipo di Made in Italy, come Il sale della terra e Non ho che te, ne contiene altre che toccano nel profondo per la loro sincerità ed emotività, La terra trema, amore mio o Ciò che rimane di noi nel primo e  A modo tuo nel secondo.

Tra Giro del mondo e Made in Italy c’è stato poi Scusate il disordine che, sulla carta, altro non era che una raccolta di racconti nei quali il filo conduttore è la musica, ma in realtà era una montagna russa di emozioni. In Scusate il disordine, forse addirittura di più che negli album di Luciano, è stato possibile delineare tutte le sfumature di una persona: dal lato romantico a quello più ironico, dalle proprie insicurezze ai grandi silenzi, fino a guardarsi dentro e scavare a fondo con estrema sincerità.

Questo per dire che Made in Italy  non è, nel parere di chi scrive, un progetto fine a se stesso, ma si tratta del culmine (temporale almeno) di un “bisogno creativo” che ha caratterizzato Ligabue negli ultimi anni. A prescindere dal giudizio personale che si può dare al film, quel che emerge è che si tratta di un lavoro frutto di una necessità e, per usare un termine uscito spesso in questi giorni, di un sentimento.
E penso che davanti ad un artista in grado di saper convogliare nei suoi lavori questo genere di valori, bisogna semplicemente togliersi il cappello.

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