Il ritorno dei Misfatto: 30 anni di carriera ed ora arriva “L’uomo dalle 12 dita”

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Misfatto

I Misfatto sono una band piacentina che nel 2017 ha celebrato i trent’anni di attività. In carriera hanno aperto i concerti di Nomadi,  Ministri, Morgan, Lacuna Coil, Alberto Fortis e Irene Grandi e collaborato con Enrico Ruggeri. Recentemente è uscito il loro nuovo disco, intitolato L’uomo dalle 12 dita, disponibile su iTunes, Spotify e tutte le principali piatteforme streaming per Orzorock Music. Queste le prossime date per vederli dal vivo: 10 febbraio Bergamo (In Disparte), 17 febbraio Acqui Terme (Officina Bar Dante), 1° marzo Piacenza (La Muntà), 5 aprile Milano (Ligera).

Abbiamo intervistato Gabriele Finotti, che della band è fondatore, chitarrista ed autore.

L’uomo dalle 12 dita è un titolo decisamente originale. Qual è il suo significato?
Qualche anno fa, per lavoro, al bancone di una farmacia, ho incontrato un uomo di colore con 12 dita. Aveva due pollici per mano, una visione un po’ strana. L’episodio risale a 12 anni fa: ora è nato questo disco, che ha 12 brani. C’è un aspetto metaforico, legato alla reazione alle diversità. Anche se mi sono documentato e davvero ci sono tribù nel centro dell’Africa che hanno questa particolarità genetica.

A livello di suono è un disco che presenta novità rispetto ai vostri lavori precedenti?
Alla base c’è sempre il rock, il genere della nostra discografia da vent’anni. Questo è il nostro nono album ufficiale. La grande novità di questo disco è il connubio rock e rap, grazie alla collaborazione con Dargen D’Amico. Non abbiamo scoperto niente di nuovo, ma questo connubio rappresenta una situazione di contatto tra due ambienti che, soprattutto in Italia, spesso si evitano.

La canzone che avete realizzato con Dargen D’Amico è Ossessione Baudelaire, che è anche il vostro nuovo singolo. Perché questa scelta?
E’ una canzone che ho scritto quasi vent’anni fa, senza mai essere del tutto soddisfatto della sua realizzazione finale. Per questo negli anni ha subito diverse variazioni. Ora Dargen D’Amico ha scritto i testi delle strofe, i testi dei ritornelli sono rimasti i miei ed abbiamo aggiunto gli arrangiamenti elettronici. La sezione manageriale che ci segue, ascoltato il risultato, l’ha voluto come singolo. Diciamo che è stato seguito un criterio professionale e musicale.

La collaborazione con Dargen D’Amico, per voi, è l’ultima di una lunghissima serie. Quale ti è rimasta più nel cuore fra quelle del passato?
Faccio due nomi. Dieci anni fa è partita una nuova direzione per i Misfatto, molto più professionale, ed in quell’occasione abbiamo collaborato con Enrico Ruggeri, che ha recitato in Caos duemila, una nostra canzone storica. Poi mi piace ricordare la collaborazione con Lorenzo Poli, che è stato direttore artistico di due nostri album, nel 2011 e 2013. E’ un affermato musicista, bassista dell’Orchestra di Sanremo da parecchi anni ed ha lavorato con tantissimi artisti, tra i quali lo stesso Ruggeri e Vasco Rossi.

I Misfatto sono sulla scena musicale ormai da trent’anni. Come avete fatto a resistere per così tanto tempo?
Intanto aiuta il fatto che c’è ancora la salute (ride, ndr). Poi credo che ci sia una sorta di istinto inconscio di arrivare a sancire un percorso artistico. Dopo questo nuovo disco mi sento contento, diversi pezzi erano scritti da tempo, ma non li avevo mai fatti uscire. I trent’anni sono un traguardo quasi da Guinness, per un gruppo che non ha avuto un successo a livello nazionale. Può sembrare una follia, ma il percorso lo abbiamo fatto e adesso sono contento.

Come è cambiato il mondo della musica in Italia in questi tre decenni?
Tantissimo. Secondo me l’apice è stato raggiunto nei primi anni del nuovo millennio. Poi i social e la crisi della discografia hanno portato un grosso cambiamento. Il genere più diffuso è diventato l’hip hop, mentre i talent show in tutti questi anni hanno esaltato gli interpreti invece che gli autori. Per assurdo, pur con un percorso di discografia estrema, rimane il Festival di Sanremo come concorso basato sulla musica originale. Sinceramente non so se ce la faremo a rialzarci a livello di creatività.

A un giovane che inizia a fare musica oggi cosa consiglieresti?
Soprattutto di fare dei gruppi, se si vuole fare musica credo che sia necessario confrontarsi con gli altri. E’ il primo passo per crescere.

Con la pubblicazione del nuovo disco siete tornati a suonare dal vivo. Quanto è importante per voi la dimensione live?
E’ molto importante. Ci esibiamo in locali di livello medio e proponiamo situazione sia di live elettrico, che acustico. Riusciamo ad essere credibili in entrambi i contesti, ci adattiamo a quella che è la situazione dei locali in Italia. Grazie anche ad Orzorock Music riusciamo ad avere un buon calendario di date. Per noi è importante soprattutto portare il disco in giro.

Se dovessi consigliare ad una persona che non vi conosce due canzoni del vostro repertorio da ascoltare, una di oggi ed una di ieri, quali sceglieresti?
Di oggi sicuramente Ossessione Baudelaire, raccoglie tutto, senza essere solo rock. Del passato, visto che siamo anche nel periodo giusto, farei ascoltare invece I giorni della memoria, una nostra canzone del 2011 legata a quello che è successo nella nostra storia. E’ una canzone con una base rock ed elettro-pop e con un testo che non parla solo della Shoah, ma anche del genocidio degli indiani e di quello che potrà essere il genocidio del futuro. Bisogna sempre ricordare.

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