Intervista a Tricarico: “Ho venduto l’anima al diavolo, ma ne ho 6-7 di scorta”

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Foto: Andrea Giovannetti

Oggi nel nostro “day by day” abbiamo celebrato Francesco Tricarico, nato l’1 febbraio di 47 anni fa, uno dei cantautori più geniali e sorprendenti del panorama musicale italiano.
Nei giorni scorsi l’artista milanese era in concerto a Roma per la terza replica romana del tour con cui presenta il suo ultimo album Da chi non te lo aspetti (qui la recensione), e l’abbiamo incontrato per una lunga e piacevole chiacchierata.
Così, per celebrare anche il suo quarantasettesimo compleanno vi proponiamo questa intervista a tutto campo dove si parte dal successo dell’ultimo disco per passare ai tanti progetti già in cantiere, al Festival di Sanremo alle porte, allo scrivere canzoni, fino ad arrivare a… vendere l’anima al diavolo.
Buona lettura!

Da chi non te lo aspetti è uscito oltre un anno fa, ma il tour continua ad arricchirsi di date, mese dopo mese. Ti aspettavi questo successo a lungo termine?
Mi fa piacere perché per me i concerti sono importanti, e un po’ ci speravo, perché ormai i dischi sono quasi un pretesto per suonare, per divertirci, stare in giro e conoscere le persone: sotto questo punto di vista il musicista è una sorta di nomade. Finalmente la musica è tornata un po’ ad essere quella che era una volta, cioè principalmente esibizioni dal vivo.
Per cui non me lo aspettavo ma me lo auguravo, e visto che ci richiamano in posti dove siamo già stati vuol dire che lasciamo sempre un bel ricordo, e questa cosa è bella e gratificante.

Hai già scritto qualche nuovo brano o stai già lavorando a qualche progetto?
Sì, tanti. Sto scrivendo tanto e sto dipingendo, e le due cose vanno di pari passo: quest’anno andrò alla Fiera di Bologna con i quadri, poi farò una mostra al Museo della Musica, per cui si unirà musica e pittura; inoltre uscirà un mio brano nel prossimo disco di Noemi. Poi tra metà aprile e giugno dovrebbe anche uscire un nuovo singolo, e il nuovo album a settembre.
C’è molto materiale, resta da capire come produrre l’album e con chi, però c’è voglia di far uscire cose nuove.

Tra poche settimane avrà inizio Sanremo. Tu sei stato al Festival diverse volte. Chi pensi vincerà quest’anno?
Non lo so, ci sono tanti nomi importanti e che hanno fatto la storia della musica italiana, come Ornella Vanoni, che mai mi sarei aspettato di vedere sul palco di Sanremo, e mi fa piacere che abbia ancora la voglia di mettersi alla prova. Inoltre ci sono tanti giovani che stanno emergendo, come Ermal Meta, Renzo Rubino e autori molto bravi come Pacifico.
Mi auguro che chi è stato scelto per partecipare al Festival abbia scritto veramente qualcosa di bello per noi, per tutti, per dare degli stimoli all’Italia, perché anche la canzone è importante per ridarle lustro e importanza.
E’ difficile immaginare chi vincerà, ma semplicemente mi auguro che ci siano tante canzoni belle e che la vincitrice sia la più bella di tutte.

Nel 2008 al Festival dicevi che volevi una Vita tranquilla, perché è da quando sei nato che sei spericolato. Perché? E che vita vorresti oggi, dopo 10 anni da quella canzone?
Desidero tutt’ora una vita tranquilla perché fin da piccolo ho avuto una situazione difficile: sono orfano, mia madre lavorava, quindi era una situazione “spericolata” a livello di emozioni e ovviamente non avrei voluto che fosse così, ma che fosse più serena. Però poi forse queste mancanze sono state anche un bene, perché nulla era scontato, bisognava sempre stare all’erta. Ma tutt’ora è così e forse mi piace anche che sia così, perché è stato un imprinting talmente forte che alla fine devo crearmi continuamente delle tensioni per avere stimoli.
Adesso dopo dieci anni mi auguro che la maturità porti tranquillità, in quello che è un momento di grandi trasformazioni sociali e tecnologiche, ma penso che riuscirò ancora una volta a vincere e a “salvarmi” di nuovo.

Nel 2009 invece al Festival sei andato con Il bosco delle fragole. Ci racconti com’era nata l’idea di proporre la canzone a Gianna Nannini?
La canzone era stata pensata proprio per lei, infatti quando l’ho scritta il testo era al femminile e parlava di una donna che si poneva delle domande sui limiti, sugli alibi, sulla vita, sul non voler accontentarsi, riflettendo anche sulla sessualità e sulla sensualità, con il doppio senso su “pene dell’inferno”.
Di solito quando scrivo una canzone non penso a chi potrebbe cantarla, ad esempio la canzone che poi ha interpretato Celentano è arrivata a lui perché l’ha ascoltata la sua manager dell’epoca e ha detto “sembra scritta apposta per Adriano”, anche se in realtà non lo era.
In questo pezzo invece c’erano dei passaggi scritti proprio per Gianna, e anche se alla fine non l’ha cantata è sempre un pretesto per raccontare la storia e cantarla dal vivo.
Mi piace scrivere canzoni, che siano per me o per gli altri, penso che continuerò a farlo per sempre e il bello è proprio questo: ci sono sempre tante cose che ancora non sono manifeste, tante emozioni che non sono ancora state vissute e raccontate o che non abbiamo ancora le parole per raccontare, per cui è bellissimo poter immaginare di scrivere canzoni sorprendenti che ancora non immagino neanche. E’ una fatica perché ovviamente richiede lavoro e ricerca, però è bello.

Guardando indietro ad una carriera che ormai ha superato i 15 anni, c’è qualche canzone che ti penti di aver scritto e, al contrario, qualcuna a cui ti senti più affezionato?
Non mi pento di nulla e voglio bene a tutte come se fossero dei figli: non direi mai a una canzone che preferisco l’una all’altra, e in effetti non lo penso, perché ognuna ha le sue caratteristiche, e anche se magari è venuta male le voglio bene come alle altre. Non ci sono canzoni a cui sono più affezionato, ma è sorprendente vedere come certe cose arrivino di più o di meno al pubblico.

Venderesti l’anima al diavolo per arrivare primo in classifica?
Sì, ma l’ho già venduta. Poi penso che ce ne sia sempre più di una, che ci siano sempre sei o sette anime di scorta, come le vite dei gatti. Ci son mille vite, o almeno io ne ho già vissute tante: si muore, si rinasce, si cambia, ci si trasforma.
Comunque sì, gliela darei, e sarei anche curioso di incontrarlo, così come vorrei incontrare l’Arcangelo Gabriele.
Poi è strano che si leghi il successo al male con l’espressione “vendere l’anima al diavolo”. In fondo il diavolo era un angelo che voleva diventare simile a Dio. Quale era la sua colpa, se non la presunzione?
Comunque sì, gliela darei subito.

Come ti immagini tra 10 anni?
Ah, molto meglio: solare, avrò messo su 5-6 kg, sarò in ottima forma e più giovane di adesso, avendo venduto l’anima al diavolo.

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