The Post

Ovvero, come un quotidiano resistette alla Casa Bianca e pubblicò i documenti del Pentagono sul Vietnam

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The Post
di Steven Spielberg
con Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford
Voto 7 e 1/2

The Post racconta come nel 1971 il Washington Post, quotidiano di grande spessore, ma di caratura inferiore al New York Times, seppe tirare fuori le unghie durante la crisi dei Pentagon Papers. Erano più di 7000 pagine di rapporti commissionati dal segretario della Difesa McNamara per Robert Kennedy alla fine degli anni Sessanta sulle strategie dei governi americani nei rapporti con il Vietnam del Sud. Dal rapporto emergeva che ben quattro presidenze Usa avevano detto menzogne al popolo e avevano pilotato la politica interna vietnamita per arrivare alla Guerra del Vietnam.
Nel 1971 un economista vicino al Pentagono decide di rendere pubblico il rapporto attraverso il New York Times. Il presidente Nixon fa bloccare il quotidiano con un’ingiunzione della Corte Suprema, i docmenti riemergono e allora scende in campo il Washington Post che decide la pubblicazione dopo una travagliata serie di decisioni interne: contrari gli avvocati della proprietà che vedono all’orizzonte cause infinite, favorevole il coraggioso direttore Ben Bradlee (Hanks), perché il mestiere del giornalista è dare al lettore i documenti per sapere le cose come stanno: ma la decisione finale spetta alla proprietaria, Katherine Graham (Streep), signora di quelle famiglie che alla Casa Bianca sono spesso invitate.
The Post usa la macchina da presa per rendere dinamico come un thriller il dibattito che dilania i protagonisti, ma non è un film di giornalismo di indagine alla maniera di L’ultima minaccia di Brooks, anche se c’è una scena accanto al bottone delle rotative (sì è giornalismo pre-elettronica) che ricorda quella in cui Humphey Bogart dice al prepotente di turno “È la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare niente!”, e non è neanche Tutti gli uomini del Presidente di Pakula, anche se finisce esattamente dove iniziava quello (con una guardia che vede danzare luci di torce negli uffici del Watergate…). È un film civile alla Spielberg parente di Amistad e di Lincoln con il consueto messaggio: la via per cambiare e raggiungere una nuova legalità passa anche attraverso un gesto di illegalità: la Graham e Bradlee fanno una cosa che la legge vieta e rischiano l’accusa di tradimento per aver divulgato materiale sensibile del governo. Ma la Corte Suprema dà ragione a loro e non a Nixon e questo strappo alla legalità viene trasformato in una nuova legalità. È in fondo la rivoluzione americana. Il portato politico è fare di corsa un film così nell’anno dell’investitura di Trump. Il film è dedicato a Nora Ephron, moglie di quel Woodward che con Bernstein fu uno dei protagonisti di Tutti gli uomini del Presidente. In quel film Ben Bradlee era interpretato da Jason Robards, e ci vinse l’Oscar…

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