Vasco, quel capolavoro di Vita spericolata e il grande pacco

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Vita spericolata

Oggi Vita spericolata, un autentico capolavoro della nostra musica, compie 35 anni. Venerdì 3 febbraio 1983: inizia la 33esima edizione del Festival di Sanremo. Vasco Rossi partecipa per la seconda volta. Era tornato nella Città dei Fiori per il secondo anno consecutivo contro il parere dei suoi discografici. L’anno prima aveva cantato Vado al massimo e tutto sommato era andata bene. Perché rischiare? Ma lui sapeva di avere l’asso nella manica, una canzone intitolata Vita spericolata. Ce l’aveva nel cassetto da molti mesi. «Quel pezzo», rivelerà qualche anno dopo, «ci ha messo un sacco di tempo per nascere. Tullio Ferro mi aveva dato la musica e mi era piaciuta subito tantissimo. L’ho sentita e risentita per un anno intero. Ma l’unica frase che mi veniva era: “Io voglio Licia, la voglio così com’è”. Non funzionava proprio. Un pomeriggio piovigginoso, mentre ero in tournée in Sardegna, entrai in un campo sportivo desolantemente vuoto. Ero un po’ triste. All’improvviso mi misi a pensare a che cazzo di vita volevo. Volevo dire qualcosa di importante, così ho affrontato il tema che in quel periodo affliggeva tutti: la paura di una vita piatta, tranquilla, priva di emozioni. Scrissi il testo di botto, dentro un’auto davanti a quel campo sportivo. Aggiungo che quando parlavo del Roxy Bar, pensavo a un’altra vita».
Cosa è diventata e cosa rappresenti nell’immaginario collettivo Vita spericolata lo sapete tutti. Eppure quando la presentò a Sanremo le reazioni furono contrastanti. Ci fu addirittura chi scrisse che era una canzone deludente. Raccontarlo adesso sembra una barzelletta, ma in quegli anni parlar bene di Vasco era quasi sputtanante. Rammento le parole di un collega piuttosto blasonato: «Ma come fa a piacerti quel montanaro che fa il verso a Mick Jagger senza possedere la benché minima parte del suo carisma?» (per la cronaca, la stessa persona qualche tempo dopo si sarebbe sperticata in lodi nei suoi confronti. Quando si dice la coerenza!).

Vasco vita spericolataDel resto a quei tempi eravamo ancora pochi a credere in lui, ad aver intuito che dietro quell’«ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumé dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato “fatto”» – per usare le parole di “quel tale che scrive sul giornale” – c’era un grande artista, magari ancora un po’ acerbo, ma assolutamente unico.
Per ironia della sorte, nel 1983 la Rai aveva affidato proprio a Nantas Salvalaggio una rubrica intitolata In punta di microfono, che consisteva in commenti e considerazioni sui partecipanti alla kermesse. Vasco fu definito «il Baudelaire dei poveri, un furbo ragazzotto che si atteggia a poeta maledetto ma che in realtà beve solo aranciate, mangia pere cotte e biscotti al plasmon». Ammonì gli spettatori a diffidare di «quell’individuo pericoloso».
Da parte sua Vasco fece tutto quello che era in suo potere per alimentare il mito della rockstar maledetta: arrivò all’ultimo momento, non fece le prove, litigò col regista, cantò in modo apparentemente svogliato, con le mani in tasca e sbagliando pure qualche parola. Nella classifica finale si classificò al 25esimo posto su 26 finalisti (dietro di lui soltanto Pupo). Ma quella canzone era talmente forte che esplose comunque. E il 1983 è stato l’anno della sua consacrazione: il tour iniziato a marzo fece registrare il “tutto esaurito” ovunque, a settembre con Bollicine vinse il Festivalbar («Ragazzi, ho vinto io! Non c’è più religione!»), l’album omonimo vendette più di un milione di copie.
Ma questa è storia nota. Meno noto è il grande pacco che mi tirò in occasione del Festival di Sanremo 1984. Me la menava sempre che voleva fare il giornalista (infatti a un certo punto ha pure ottenuto l’iscrizione all’Ordine, elenco pubblicisti). Siccome ormai era diventato una star di prima grandezza, gli chiesi di fare l’inviato al Festival per il settimanale per cui lavoravo all’epoca, BoyMusic (il primo giornale che gli dedicò una copertina: dicembre 1980).

Vasco vita spericolataDisse di sì, ovviamente ponendo le sue condizioni: con lui sarebbero dovuti venire anche Massimo Riva, Guido Elmi, Maurizio Lolli e un paio di bodyguard. Chiedemmo gli accrediti per tutti (chissà se negli archivi dell’ufficio stampa Rai è rimasta qualche traccia?), prenotammo sei camere al Grand Hotel del Mare di Bordighera.
Tutto a posto, direte voi. Il problema è che con Vasco fino all’ultimo non si sapeva mai cosa sarebbe successo. Infatti… Il vero motivo per cui aveva detto di sì era che in quel periodo gli piaceva parecchio Giorgia Fiorio, in gara tra i giovani (oggi è un’affermata fotografa). Ma Giorgia fu eliminata la prima sera. A quel punto iniziai a sentire puzza di bruciato. Non rispondeva al telefono, dai suoi mi faceva dire che stava dormendo, che sarebbe partito più tardi. Arrivò il sabato e capii che non sarebbe mai arrivato. Ero così incazzato da regalare a degli sconosciuti i due biglietti che la Rai mi aveva dato per entrare in sala. I bagarini li pagavano anche un milione di lire cadauno.
Tornato a Milano dopo una notte insonne, mi attaccai al telefono finché non riuscii a parlarci. Bofonchiò qualche scusa, tipo le balle che si inventano i bambini. Lui era così, prendere o lasciare. E se t’incazzavi, stigmatizzava il tutto con una battuta surreale capace di spiazzarti.
Mi disse che il festival lo aveva visto in Tv, che l’articolo lo avrebbe scritto comunque. Non mi pare di ricordare niente di memorabile, però era un pezzo firmato Vasco Rossi. Colui che nel frattempo era diventato una rockstar. Quello che cantava e faceva una vita spericolata. Per farla breve, al giornale chiusero un occhio sul conto astronomico che arrivò dal Grand Hotel del Mare.

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Massimo Poggini
Massimo Poggini è un giornalista musicale di lungo corso: nella seconda metà degli anni ’70 scriveva su Ciao 2001. Poi, dopo aver collaborato con diversi quotidiani e periodici, ha lavorato per 28 anni a Max, intervistando tutti i più importanti musicisti italiani e numerose star internazionali. Ha scritto i best seller Vasco Rossi, una vita spericolata e Liga. La biografia; oltre a I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei Pooh), Questa sera rock’n’roll (con Maurizio Solieri), Notti piene di stelle (con Fausto Leali) e Testa di basso (con Saturnino). Ultimo libro uscito: "Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi".

6 COMMENTI

  1. ….la macchina non si è fatta niente ma io mi sono fatto male per 30 milioni.se non me li mandate non vengo.rapallo:si presenta si presenta non è così stupido da perdersi un occasione del genere.e invece glieli dovettero mandare allora arrivo’.il primo che incontrò fu Mangiarotti de il giorno:dove sei stato ti stanno aspettando da giorni.vasco:eh ho incontrato una bionda per la strada e ho tardato tu cosa avresti fatto?…il tuo libro che comprai a 11 anni mi aprì il mondo vasco.vasco rossi una vita spericolata.me lo sono divorato e a volte lo rileggo ancora.è un libro che ogni fan dovrebbe avere.tutte e tre le generazioni.

  2. “per la cronaca, la stessa persona qualche tempo dopo si sarebbe sperticata in lodi nei suoi confronti. Quando si dice la coerenza!”

    Da quando non si può cambiare idea, addirittura a distanza di anni? Se la stessa persona avesse continuato a parlarne male, ma comprando i dischi di nascosto, allora sarebbe stato poco coerente. Ma così, direi che ha dato segno di intelligente. Prima non gli piaceva, poi ha cambiato idea.

    • Guarda che non sto parlando di un fan, ma di un giornalista molto noto. E non ha cambiato idea per convinzione reale, ma solo perché “faceva figo” dire quelle cose.

  3. Eh no max grazie a te.tu mi hai arricchito mi hai messo una finestra ben aperta su vasco.e io ne ho goduto e conosciuto nomi entourage che poi ho avuto la fortuna di conoscere di persona.tranne te.e ci terrei tanto

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